This user hasn't shared any biographical information

ORCHIDEE E RADICI.

Image

 

Giovedì 8 marzo 2012, passo de Jama, 4172 m di altitudine, confine nord tra Argentina e Cile.Ivan e io scendiamo dal bus che ci riporta in Argentina per il controllo passaporti. Abbiamo appena attraversato la grande distesa di sale del deserto di Atacama, il paesaggio intorno è un altipiano brullo circondato da vette che sfiorano i 7000. In coda, insieme a noi, c’è una famiglia di Bahia Blanca, città a un centinaio di km. a sud di Buenos Aires, padre, madre e figlia che stanno tornando a casa dopo più di un mese di viaggio tra Ecuador e Cile. Sono molto simpatici, cordiali e sorridenti, lui chiacchiera volentieri, mi sta raccontando di come suo padre studiasse medicina all’università con il Che, quando improvvisamente la moglie scoppia in pianto. Noi la guardiamo stupiti, ma il marito sorride, le fa una carezza, e dice no, non vi preoccupate, lo so perché piange, perché stiamo tornando in Argentina; lei conferma tra i singhiozzi, si è vero, piango di gioia, avevo tanta nostalgia della mia terra, l’unico paese al mondo dove si mangia bene.

Questo ricordo di viaggio, a distanza di un paio di settimane, mi sembra una buona metafora per un grande paese come l’Argentina, che ha qualche difficoltà a fare i conti con la memoria. Sono stata spesso lontana dall’Italia, anche per lunghi periodi, ma non ho mai pianto al ritorno. Forse mi è capitato all’andata, nel lasciare qualcosa o qualcuno, anche se non ho un ricordo preciso; eppure mi piacciono gli spaghetti e la pizza…. Tuttavia la donna di Bahia Blanca esprimeva con il suo pianto qualcosa di più, quasi una sorta di spaesamento nostalgico, che molte delle persone che ho incontrato durante il viaggio sembrano vivere laggiù in maniera molto intensa, e che prende spesso la forma di un rifiuto di fare i conti con la realtà e di una tendenza a rifugiarsi in un passato che è stato splendido a inizio secolo, ma che ora si fa sempre più inafferrabile. Protezionismo e misure restrittive in economia, toni demagogici e populisti in politica – Peròn non è mai stato dimenticato, e i discorsi della presidenta Cristina Kirchner sembrano brutte copie di quelli di Evita -, enfasi esagerata sulle icone del paese, dalla mitica parrilla argentina, alle origini europee, alla notevole produzione di “santi” che caratterizza il paese – santa Evita, san Che, san Maradona – sono tutte manifestazioni di uno stato d’animo appassionato e tormentato che coinvolge un po’ tutti. Non a caso l’Argentina ha la più alta concentrazione di analisti dopo il centro di Manhattan.

Image

Ho passato poco più di un paio di settimane in Argentina, e non sono certo sufficienti a capire un paese. Ho fatto però diverse tappe – Buenos Aires, bella e dolente nel suo splendore appannato; Cordoba, austera e deludente con la sua università e il suo passato coloniale; la regione del Nord, tra Chile, Bolivia e Paraguay, con le grandi vette andine e una tradizione indigena che, in fondo, l’Argentina non ha mai conosciuto – e la sensazione prevalente era sempre la stessa: la ricerca di un ancoraggio nel passato serve a sfuggire alla difficoltà di misurarsi col presente, e con una crisi economica che sembra non finire mai. Nonostante l’esempio dei paesi vicini, Brasile, Cile, Colombia, che stanno crescendo a ritmi accelerati, e per i quali il futuro si presenta ricco di promesse e di opportunità. Tempo fa un amico colombiano mi disse, sai, noi colombiani siamo come le nostre orchidee, che hanno radici sospese nell’aria e per crescere si aggrappano a ciò che trovano; anche noi, come le orchidee, dobbiamo crescere senza mettere radici in terra, perché non possiamo permetterci il lusso della memoria. Il nostro passato è troppo difficile, se ricordassimo dovremmo ogni giorno entrare in guerra col nostro vicino.

Memoria, identità, differenza, conflitto: come si conciliano al tempo dei social networks? La memoria è uno sguardo al passato che sta dietro di noi, o, come dicono gli indiani, è guardare in avanti, perché il passato è ciò che vediamo? Ovviamente non esistono risposte scontate. La nostra esperienza del mondo, e delle relazioni tra noi e il mondo, sta cambiando radicalmente, e io penso in modo molto vitale. Tanto che ho l’impressione che i vari discorsi sulla frammentazione dell’esperienza e sulla società liquida siano metafore usurate che hanno davvero fatto il loro tempo.

Se è vero che la quantità di informazioni che abbiamo a disposizione rende inutili percorsi di conoscenza lineari, aumenta l’incertezza, moltiplica il rischio di frammentazione dell’esperienza, è anche vero che abbiamo a portata di mano un potere dimenticato che ognuno può riconquistare se vuole, e se osa.

Forse cresce il disagio, ma contemporaneamente cresce anche la consapevolezza che è possibile ridefinire le regole del gioco, e riprendersi in mano direttamente, senza intermediazioni, le sorti del proprio destino. Sempre che si accetti che l’identità, sia essa memoria personale o collettiva, si costruisca attraverso la differenza, il confronto, l’esperienza della molteplicità, e i link inaspettati che il futuro richiede. Sperimentando il valore di ogni nuova emozione che può prodursi in un universo a rete, dove altri ti scelgono e ti concedono lo stesso potere di scelta.

Dunque, tra il mausoleo di Evita Peron, che pure ha il suo fascino, e le orchidee colombiane che mettono radici nell’aria, scelgo queste ultime.

Image

, , , , , ,

4 commenti

DSC_0267

DSC_0267

Lascia un commento

5000 anni di debiti…..

Tranquilli, non è un titolo di giornale, e nemmeno il risultato dell’ennesimo aumento incontrollato dello spread – anche se di questi tempi entrambe le ipotesi potrebbero essere più che plausibili -. É, invece, il titolo dell’ultimo libro di David Graeber, antropologo americano, anarchico, animatore e portavoce del movimento Occupy Wall Street.

http://www.youtube.com/watch?v=CPeaFKvszKI

Il debito, per David Graeber, è un impegno morale prima ancora che economico, e serve da stimolo all’impegno individuale, come lui stesso sottolineava in una intervista di qualche anno fa: “La ragione principale per cui sono anarchico è perché credo che siamo in debito verso il mondo, dato che tutto ciò che usiamo, mangiamo, facciamo, ci è stata data in dono da altri che sono venuti prima di noi. Credo anche che nessuno possa dirci come ripagare questo debito. La scelta di come combattere per l’uguaglianza e la giustizia dipende fondamentalmente da ognuno di noi.”

Seguo l’attività di David Graeber da diversi anni, e vorrei riproporvi di seguito parte di un’intervista sul carisma che gli feci nel 2007 (in Carisma, il segreto del Leader, Garzanti 2009), nella quale David spiega la stretta relazione tra le sue due “passioni” della sua vita, antropologia e anarchismo.

“Tra la fine del 2005 e l’inizio del 2006 il “caso David Graeber” creò un notevole scompiglio nelle aule ovattate della prestigiosa università di Yale, stato di New York. Antropologo, ricercatore brillante con al suo attivo numerose pubblicazioni che dimostrano una notevole cultura e una indubbia capacità speculativa – chi volesse potrebbe, ad esempio, cimentarsi in Towards an Anthropological Theory of Value in cui vengono tracciati interessanti paralleli tra diverse culture, dalla Polinesia, agli indiani d’America, al Madagascar -, docente di Antropologia a Yale, una delle più prestigiose istituzioni accademiche americane, David Graeber ha scritto nel 2004 Frammenti di una Antropologia Anarchica, un pamphlet che propone un approccio al pensiero antropologico molto poco convenzionale. Pubblicato da una piccola casa editrice americana, il libro aveva subito avuto una diffusione molto rapida, tradotto in diverse lingue tra cui anche l’italiano (Eleutera, 2011). Attivista militante del movimento anarchico, David Graeber era stato tuttavia, all’inizio del 2006, sospeso dall’insegnamento dall’università di Yale, principalmente, ma non esplicitamente, a causa del suo impegno politico. A nulla erano servite le manifestazioni di solidarietà e di apprezzamento che erano arrivate da gran parte del mondo accademico – il prof. Maurice Bloch della London School of Economics, ad esempio, scrisse una lettera aperta al Comitato Accademico della Università di Yale in suo favore, definendolo “il miglior teorico nel mondo dell’antropologia della sua generazione” -: l’università gli concesse un anno sabbatico dopo il quale, a partire dal giugno 2007, il suo contratto non sarebbe stato rinnovato.

Conobbi David Graeber a Londra, nella primavera del 2006, in occasione di una sua conferenza alla London School of Economics, la celebre Malinowski Lecture: un riconoscimento prestigioso nel campo dell’antropologia che viene affidato ogni anno a chi fornisce il contributo più interessante e innovativo. Il suo discorso era centrato sulla forza dell’immaginazione, che David considerava come un potente elemento di trasformazione della realtà se vissuta non solo e non tanto come una potenzialità individuale ma soprattutto come una pratica sociale e collettiva. È l’immaginazione, attraverso le sue rappresentazioni del reale, ad ampliare il campo delle umane possibilità, e dunque va costantemente alimentata e stimolata. E l’antropologia può rivestire in questo un ruolo centrale come un fantastico serbatoio di stimoli, perché, unica tra tutte le scienze sociali, testimonia che modelli sociali diversi esistono, sono sempre esistiti, e dimostrano “l’incredibile varietà umana”, arricchendo l’immaginazione e allargando il campo delle possibilità. Dice infatti David Graeber: “Credo che antropologia e anarchismo abbiano molto più in comune di quanto non appaia a prima vista, perché entrambe sono un modo per pensare alle diverse potenzialità umane. Sono cresciuto in una famiglia particolare, mio padre aveva combattuto nella Guerra Civile Spagnola, mia madre emigrò a New York dalla Polonia quando aveva dieci anni e visse in collegio fino a sedici. Entrambi i miei genitori erano in un certo senso personaggi con una storia particolare: mia madre, ad esempio, in gioventù attraversò un periodo di forte depressione che la costrinse a lasciare il suo lavoro in fabbrica; ma questo alla fine si trasformò in un periodo molto creativo, perché da esso nacque l’idea di creare un musical allestito e recitato da donne sindacaliste dell’industria tessile che finì anche a Broadway, e che oggi è considerato una specie di pietra miliare delle libertà civili. Anche mio padre recitava, era appassionato di fotografia e scriveva di critica fotografica. Vengo dalla classe operaia, il mio background è quello della classe operaia intellettuale, e anche i miei genitori facevano attività politica; ma le cose che c’erano in casa mia, e che conservo tuttora, avevano poco a che fare con l’ortodossia marxista e con un pensiero critico basato sulla contrapposizione e sulla lotta di classe. Piuttosto, i miei genitori leggevano molto di antropologia, mio padre era appassionato di fantascienza e leggeva molti libri di viaggi, libri che parlavano di altre società e di paesi lontani. Credo che tutti questi stimoli un po’ visionari che mi hanno circondato sin dall’infanzia mi abbiano sempre spinto più verso una visione delle possibilità umane che verso una critica di ciò che esiste. E credo che questo sia anche il tratto comune che esiste tra anarchismo e antropologia, entrambe sono discipline che sostengono l’idea che le società possono essere radicalmente diverse in un infinito numero di modi possibili. Questo spiega anche perché molti antropologi siano vicini all’anarchia, e viceversa naturalmente, molto più di quanto comunemente si creda. Per esempio, da bambino uno dei miei libri di fantascienza preferiti era la storia di un detective in un pianeta anarchico che era stato scritto dalla figlia di Kroeber, uno dei più famosi esponenti del pensiero antropologico; un’analogia piuttosto interessante, mi pare… Un’altra cosa importante da dire è che la maggior parte delle persone in realtà non crede che l’anarchismo sia una cattiva idea, ma semplicemente che sia un’idea impossibile da realizzare, un’idea da pazzi. Molte persone dicono che sarebbe bellissimo vivere liberamente in una società senza stato, senza polizia, senza capi, dove tutti potessero cooperare solo sulla base di una libera associazione spontanea e volontaria: sarebbe bellissimo vivere così, ma nella pratica non potrebbe mai funzionare. Invece, noi anarchici pensiamo che la ragione principale per la quale non funziona è, fondamentalmente, perché se si trattano le persone come bambini queste si comporteranno come bambini, e questo è precisamente ciò che fa lo stato. Ma quando si vive in un ambiente nel quale l’anarchia non è considerata una cosa da pazzi, si capisce che non è solo una bella utopia, ma che anzi è possibile, è fattibile, e bisogna persino trovare dei motivi perché non sia desiderabile… Mio padre ha vissuto a Barcellona al tempo della guerra civile spagnola, quando la città era governata in base a principi anarchici, e tutto funzionava piuttosto bene. Dunque, io non ho mai considerato l’anarchismo come qualcosa di strano, di insensato, ma come una visione politica nella quale gli anarchici non avevano, alla fine, una visione ideologica delle cose; e mentre crescevo pian piano con questa convinzione mi sembrava che l’idea acquistasse sempre più senso, e mi resi conto che il mio interesse per le potenzialità umane si realizzava in egual misura attraverso l’anarchia e l’antropologia.”

 Fin dall’inizio del nostro lavoro sul blog siamo sempre stati convinti che solo una riflessione interdisciplinare potesse portare delle chiavi di lettura originali e interessanti al pensiero sulla leaderless organization. In particolare, il contributo dell’antropologia in quanto studio di possibili modelli sociali alternativi, serve a mettere in luce la diversità dei contesti culturali in cui possono crescere e alimentarsi i meccanismi di relazione e di leadership che la LLO mette in campo.

Il “punto di vista antropologico” può dunque essere una piattaforma per un’azione espansiva, e non difensiva, solo se guarda a quello che viene solitamente considerato il passato dell’umanità, le cosiddette “culture altre”, non con una visione “nostalgica”, ma piuttosto come una fonte d’ispirazione per guardare al futuro. L’antropologia è infatti uno straordinario serbatoio di stimoli che testimoniano della incredibile varietà e creatività della cultura umana, ma guardando a questa diversità resta spesso un gap difficile da colmare, tra ciò che appare come la rappresentazione di un passato che sembra sempre più destinato a scomparire, e l’attesa di un futuro spesso privo di direzione. David Graeber mi ha aiutato a colmare questo gap, in un certo senso nella maniera più ovvia, partendo da idee quali “utopia e immaginazione”, pratiche sociali che appartengono alla tradizione anarchica, e che danno origine a quelli che definisce “laboratori di sperimentazione sociale”.

Oggi stiamo imparando a guardare con più attenzione a culture diverse rispetto alla nostra cultura occidentale, proprio perché si stanno dimostrando una fucina di nuovi laboratori di sperimentazione sociale. Ne sono un esempio i movimenti spontanei che nel 2011 in molti paesi del Medio Oriente hanno portato alla caduta di governi e di regimi dittatoriali. Movimenti “leaderless”, come sottolinea anche il giornalista inglese Carne Ross in The Leaderless Revolution, un interessante lavoro che documenta con tanti esempi di attualità come la gente comune sta prendendo il potere e cambiando la politica nel 21 secolo. Uno degli aspetti più interessanti messi in evidenza nel libro è che l’equazione anarchia=caos, da sempre utilizzata dal potere come spettro dell’immaginario sociale contro i movimenti sociali spontanei, si rivela spesso nella pratica erronea. Anzi, di fronte a cambiamenti improvvisi, la prima reazione della “gente comune” è quella di ricorrere a meccanismi di solidarietà e sostegno reciproco in forma spontanea e autogestita.

 

 

1 commento

SCASSATUTTO

Da bambina, insieme a mio fratello e a due vicini di casa, avevamo fondato una società segreta che si chiamava Scassatutto. Il nostro simbolo era una ruota di carro trovata nell’immondizia, che facevamo rotolare nella strada dietro casa, allora senza macchine. Il nostro target preferito erano i bidoni della spazzatura perché si rovesciavano in modo abbastanza spettacolare. Avevamo anche un piccolo tesoro costituito da fionde, biglie, oggetti raccattati in giro e qualche soldo, che seppellivamo in giardino in posti sempre diversi. Come tutte le cose segrete, in poco tempo la popolarità della Scassatutto si era diffusa tra gli altri bambini del quartiere e molti chiedevano di entrare a farne parte; ma noi, che ci consideravamo speciali, non volevamo altri membri nel gruppo, e quindi dedicavamo buona parte del nostro tempo a inventare “prove iniziatiche” di ammissione praticamente insuperabili, come percorsi notturni in cantina o nel giardino della camera mortuaria, che disseminavamo di trappole. I malcapitati che volevano entrare a far parte della Scassatutto dovevano cimentarsi da soli nell’impresa, e siccome la riuscita della prova era a nostro insindacabile giudizio, alla fine nessuno veniva mai ammesso. Questo creava, misteriosamente, un grande aumento della domanda, e faceva crescere la nostra fama nel quartiere. Alla fine la società si è sciolta, per una congiura ordita dal portinaio del nostro palazzo insieme al guardiano della vicina camera mortuaria che avevano scoperto il buco nella rete del giardino del cimitero che avevamo fatto per entrare di nascosto, e la storia si è conclusa lì.

Quest’anno ho passato buona parte della vacanze di Natale leggendo la bella biografia di Steve Jobs di Walter Isaacson, uno dei libri più interessanti del 2011; e, per qualche motivo, la storia della Apple mi ha riportato alla mente la storia della Scassatutto.

Che cosa hanno in comune la vita di uno dei personaggi più rappresentativi degli ultimi 50 anni e un gioco di ragazzini? Certamente non molto, e comunque poco più di un’impressione; però, man mano che andavo avanti nella lettura, mi sembrava che Steve Jobs applicasse nella scelta e nella conduzione delle persone in Apple un sistema di management – se mai si può definirlo tale – abbastanza simile al nostro, e comunque esattamente all’opposto di quel che si può leggere in qualsiasi manuale di leadership.

Per semplicità lo riassumerei in tre assiomi: decidere di cambiare il mondo, formare una squadra di “A level people”, e dar loro obiettivi impossibili.

La sua ricerca ossessiva di un’idea precisa di eccellenza, che ha molto a che fare con quanto Andrea Branzi ha definito la “strategia del rabbino” – dipanare lungo tutto l’arco della propria vita tutte le possibili e molteplici espressioni di un unico principio generativo, in Carisma: il segreto del leader, Pasini-Natili, Garzanti, 2009 – non prevedeva necessariamente partecipazione, negoziazione degli obiettivi, motivazione, e nemmeno coinvolgimento; puntava ad avere invece una squadra composta dai migliori in assoluto nel loro campo, che Jobs riusciva intuitivamente a individuare, uniti dal desiderio di realizzare uno stesso sogno, che Jobs riusciva a immaginare. Tra i tanti talenti di Steve Jobs, il più importante era certamente la sua capacità di scegliere le persone giuste con cui fare le cose (Steve Wozniak ai tempi del college, Jon Ive per il design Apple, John  Lasseter per l’animazione in Pixar, per limitarsi solo ad alcuni celebri esempi), senza farsi condizionare da limiti esterni di nessun tipo.

Steve Jobs non aveva di certo un carattere facile: personalità forte con una chiara tendenza a essere dispotico e umorale, non faceva nulla per mitigare le asperità del suo carattere, anzi spesso a esse indulgeva pensando, come racconta nell’ultimo capitolo della biografia, che la capacità di “tenuta” rispetto a un ideale operi una specie di selezione naturale, e che la principale responsabilità di un capo stia nell’assumersi l’onere di non accettare mai nulla di meno della perfezione; e per questo è necessario scartare i “bozos”, tutti quelli che non valgono nulla e che proprio per questo sono capaci di affossare qualunque progetto. Niente zone grigie nella sua storia, solo bianco e nero e tinte forti; senza cadere però mai nella trappola che porta facilmente alla rovina le personalità forti, la tentazione di circondarsi di yes man senza personalità che non mettono mai in discussione le scelte del capo.

E se, alla fine, avesse ragione lui? “Sognare il sogno impossibile”, come dice il Don Chisciotte di Cervantes, non è forse possibile solo con una squadra di A-level people per i quali il senso di unicità e di eccellenza diventa la più potente delle motivazioni?

Il paradosso dell’innovazione del mondo digitale si gioca precisamente in questo cortocircuito creativo tra elitismo e cultura di massa.

2 commenti

Manland

Ikea nel suo flag-ship store di Stoccolma ha introdotto di recente una interessante novità: una “nursery” riservata agli uomini, con calcio da tavolo, riviste sportive, videogiochi e canali tv. Il motivo di questo nuovo esperimento sembra sia dovuto al fatto che i giovani padri si annoiano a morte a fare shopping. Dunque, dopo lo spazio per i più piccoli con la famosa stanza piena di palline colorate che è stata una delle tante innovazioni di successo dell’azienda svedese, perché non pensare a uno spazio anche per i papà?

La notizia mi è capitata sotto mano in questi giorni, reduce da un incontro organizzato nella sede di Ariele con Massimo Recalcati, autore di un interessante pamphlet dal titolo intrigante, “Cosa resta del padre?”, che recentemente ha avuto un grande successo di pubblico.

Recalcati, psicoanalista lacaniano, recupera da Lacan alcuni concetti fondamentali. In particolare, la visione critica di una contemporaneità “postmoderna”, in cui l’evaporazione del padre già anticipata da Lacan produce la frammentazione del soggetto attraverso innumerevoli forme di godimento illimitato. L’universo del consumo diventa quindi una sorta di gigantesco “paese dei balocchi”, nel quale non esistono limiti o  barriere alla volontà di possesso individuale. Da una società fondata sulla regola e sulla frustrazione del desiderio (la società della proibizione edipica, regola assoluta che fonda tutte le altre regole) siamo passati nel giro di pochi decenni a una società fondata sulla obbligatorietà assoluta e illimitata del godimento, nella quale ogni forma di limite viene cancellata insieme a ogni forma di coesione sociale. Le malattie psichiche del nostro secolo, anoressia, bulimia, autismo, sono alla fine sintomi di questa frammentazione disperata del soggetto, che cerca di ristabilire una forma di controllo spietato sul proprio corpo (anoressia), o che si lascia andare a una deriva priva di controllo (bulimia), sottraendosi a ogni tipo di relazione con gli altri (autismo).

L’evaporazione del padre, figlia della frattura generazionale del ‘68, se da una parte segna la progressiva scomparsa di un Super-Io repressivo e dispotico (il padre-padrone dell’Edipo), dall’altra determina anche l’impossibilità di ricostituire una qualche forma di regola a fondamento del legame sociale, con la conseguente deriva anomica e frammentazione inevitabile del soggetto.

Cosa resta dunque del padre nella società post-moderna? Recalcati sembra ipotizzare un recupero della figura paterna attraverso Il valore fondamentale della testimonianza di vita, una sorta di eredità da lasciare ai propri figli sganciandola dall’assoluto della regola; da qui il fascino delle storie, l’influenza del carattere e di quello che viene comunemente definito il “fascino carismatico” di alcuni personaggi.

Tuttavia, ho più volte proposto in questo spazio e anche altrove una diversa possibilità di lettura, oggi, del fenomeno carismatico, dove il carisma può essere legato molto meno a caratteristiche di personalità e di storia individuali e molto di più a capacità di aggregazione di energie sociali collettive.  Questa possibilità parte prima di tutto da una diversa visione del contesto sociale contemporaneo e da una personale perplessità sulle implicazioni legate alla teoria critica della società post-moderna. Pur riconoscendo infatti una potente fascinazione intellettuale alle “macchine desideranti” create dal “discorso del capitalista” (vedi Deleuze e Guattari del Anti Edipo,  Jean Baudrillard, e certamente Lacan) di cui molto si parlava negli anni ‘70 e ‘80, ho sempre pensato che portassero quasi inevitabilmente a un intellettualismo esasperato e a un vicolo cieco del pensiero, la cui conclusione non poteva essere altro che un’implosione su se stesso; come del resto aveva ben capito lo stesso Baudrillard.

Nel frattempo tuttavia, fuori, nel mondo reale, succedevano tante cose interessanti. Nel frattempo, il bisogno di comunità negato nel reale generava la comunità globale di internet, in cui venivano proposte nuove regole, più “fraterne” (fondate su competizione  e talento) che “paterne” (fondate sulla gerarchia); nel frattempo, la socialità perduta veniva recuperata prima nel mondo virtuale e poi in quello reale, stabilendo forme di scambio fondate su reciprocità e condivisione; nel frattempo, la sovrabbondanza illimitata del godimento individuale cedeva il passo a un’abbondanza di comunicazioni e di interazioni collettive che pongono, certamente, il problema del limite, ma in un modo del tutto nuovo. Il nuovo limite non è a mio avviso né una regola autoritaria né un’eredità del passato, ma una “scoperta personale” che viene dalla voglia di sperimentare nuove strade, non ancora esplorate, e di farlo possibilmente insieme ad altri, perché così è più facile lasciarsi andare a una qualche forma di deriva e creare l’occasione per rielaborare creativamente per conto proprio nuove soluzioni.

 

1 commento

BASTA CON LA CORAZZATA POTEMKIN!

C’era una volta la minigonna, gli hot pants, i reggiseni bruciati in piazza, l’amore libero, i baci per la strada, i nudi di Vanessa Beecroft… c’era una volta, davvero viene da pensarlo, a sentire lo scandalo che ha suscitato pochi giorni fa un piccolo spogliarello di provincia alla festa del PD di Campiano, provincia di Ravenna.
Il fatto: la sezione locale del Partito Democratico inserisce, probabilmente con dubbio gusto, uno spettacolo di spogliarello femminile in una delle serate del festival. La nomenclatura femminile del partito e il neo fondato movimento “Se non ora quando” insorgono gridando alla pubblica offesa, l’assessore locale propone di sostituire lo strip-tease con la proiezione del filmato “Il corpo delle donne” di Lorella Zanardo, già visto in tutte le salse e pluri-celebrato in vari talk show come strumento di redenzione del genere femminile. Il pubblico insorge e invoca, in cambio, La corazzata Potemkin.
Immagino le ovvie, scandalizzate reazioni di buona parte dei lettori a queste mie parole: la dignità femminile offesa, la mercificazione del corpo, la volgarizzazione del gusto… critiche anche condivisibili in parte. Ma quello che mi domando, e che più mi preoccupa in realtà, è come è potuto succedere che quello che una volta era il movimento di liberazione della donna si sia ridotto a un gruppo di bacchettone fustigatrici dei costumi, preoccupate più di vietare le altrui mutande che di una parte sostanziosa del mondo femminile che vive ancora nascosta sotto un burka? Ciò che ormai mi risulta sempre più insopportabile è il continuo ricorso a una invocata superiorità etica, il giudizio morale continuo e autoreferenziale, e soprattutto la totale mancanza di ironia che rivela una povertà assoluta di contenuti e di leadership.

Per spiegare meglio cosa intendo con questo ultimo punto, lasciatemi citare un esempio apprezzabile di autoironia che viene proprio dalle stanze del potere: un pezzo del discorso di Barack Obama nell’ottobre 2008, un mese prima della sua elezione a presidente, durante la tradizionale cena di “roasting” – arrostire, cucinare -, che negli USA viene organizzata poco prima della data delle elezioni, e nella quale i candidati si affrontano con la sola arma dell’ironia in un confronto in cui esercitano la difficile arte del prendersi in giro.
“Per rispondere alla domanda che molti oggi si fanno, chi è Barack Obama, vorrei precisare che non sono nato in una mangiatoia, ma vengo dal pianeta Krypton, da dove mi ha mandato mio padre per salvare il mondo… Il mio pregio maggiore? Sono molto testardo. Il mio difetto? Credo di essere un po’ troppo bello.”
Certo, direte voi, a tre anni di distanza siamo ben lontani dal considerare Barack Obama il salvatore dell’umanità come al momento della sua elezione. Il suo carisma appare oggi decisamente appannato, e sembra difficile pensare come il mondo abbia addirittura potuto consegnargli un premio Nobel per la Pace “sulla fiducia”.
Eppure, c’è una lezione interessante che possiamo ancora trarre proprio dal roasting, una salutare tradizione americana che insegna ai candidati alla presidenza a non prendersi troppo sul serio. La lezione è, in buona sostanza, che nemmeno un candidato alla Casa Bianca deve essere perfetto; anzi, che la perfezione è estremamente, pateticamente noiosa, soprattutto se ci si crede davvero fino in fondo; e che tutto sommato ciò di cui abbiamo davvero bisogno è di antidoti alla perfezione che ci consentano di guardare al mondo con occhi nuovi.
Perché, in fondo, il sogno che Obama ha incarnato per un tempo tutto sommato piuttosto breve non ha portato a una cocente delusione, ma piuttosto a un evidente ridimensionamento della figura “mitica” di un leader salvifico nell’immaginario collettivo.
La sua elezione è stata celebrata come la prima campagna presidenziale 2.0, partita dal basso e alimentata attraverso i social networks, e i suoi sostenitori hanno trovato nei suoi discorsi visionari delle ragioni sufficienti per portare avanti un impegno personale. Per questo, io credo, Barack Obama ha aperto una strada nuova, e per questo il suo carisma rappresenta davvero un tipo nuovo di carisma. Perché dà spazio alle possibilità altrui, e insegna con questo una lezione importante: che possiamo fare a meno di un leader pigliatutto, e che forse siamo pronti per una leadership interattiva, 2.0.

Lascia un commento

CHE FINE HA FATTO LINUS TORVALDS?

Un pensiero che mi è venuto in mente qualche giorno fa: dove è finito Linus Torvalds? Come mai non si sa più nulla, o quasi, di uno dei più celebri, forse proprio il più celebre, enfant prodige del web ?– o almeno, io non ne so nulla, ma dato che sono una persona mediamente informata, in questo caso vado per estensione –. In fin dei conti è proprio lui che in una sola estate di lavoro tipicamente “geek” – una sequenza ininterrotta di giornate senza differenza tra giorno e notte, senza luce né aria fresca, passate da solo davanti a uno schermo, preferibilmente in un garage o in una stanza con le finestre chiuse – ha lanciato un programma che avrebbe cambiato definitivamente il mondo.

Quindi, cercando un po’ sul web, ho trovato una sua lunga intervista di qualche tempo fa a Wired – http://www.wired.com/wired/archive/11.11/linus.html – dove ho scoperto che ormai da quasi dieci anni vive in California, ha sposato una ex campionessa di arti marziali, si dedica attivamente a fare il papà delle sue due figlie, e a tempo perso lavora alla fondazione per lo sviluppo del open source – http://www.linuxfoundation.org/ -; la sua più grande passione comunque sembra essere, al momento, una Mercedes gialla. “Leader of the Free World”, questo il nome dell’articolo di Wired, che mette in luce alcune delle non piccole contraddizioni di questo “rivoluzionario per caso” – Just for fun: story of an accidental revolutionary” è del resto il titolo della sua autobiografia del 2001 – .

Altra storia: mia nipote Anna, 18 anni, sta facendo in questi giorni gli esami di maturità, forse l’unico vero rito di passaggio che ha resistito all’usura del tempo nella società globale. Su Repubblica di oggi 23 giugno c’è un articolo di Michele Serra sulla prova di italiano che mi ha fatto riflettere. Si sa, dice Michele Serra, che le tracce dei temi della maturità fanno da specchio alla cultura del momento. E quest’anno alcune delle tracce erano molto belle e molto difficili (commenti a Hobsbawm su giovani e politica, a Bobbio sulla differenza tra destra e sinistra, poesie di Ungaretti e lettere di Enrico Fermi) e sono state di conseguenza quasi completamente ignorate dai ragazzi, mentre la parte del leone è toccata all’educazione alimentare (siamo ciò che mangiamo, dice Carlo Petrini) e alla cultura mediatica (i famosi 15’ di popolarità per ciascuno di Andy Warhol). Fame e fama, il massimo della concretezza e il massimo dell’effimero, sembra essere un gioco di sponda inevitabile in un’epoca di grandi diseguaglianze nella distribuzione della ricchezza e di grande esposizione mediatica. Due temi agli antipodi che però, a ben pensarci, stanno all’origine dei più interessanti movimenti odierni, dove la richiesta di una più equa distribuzione della ricchezza si diffonde grazie all’uso massiccio dei social media.

Ma cosa hanno in comune la ritrosia mediatica di Linus Torvalds e la maturità di Anna? A mio parere, evidenziano dei fenomeni in atto che ci costringono a farci alcune domande su cosa è la leadership nel mondo 2.0.

La prima: abbiamo già avuto modo di sottolineare su questo blog che i principali movimenti odierni (Nordafrica, Spagna, Iran) si caratterizzano per la mancanza della figura di un leader. Ci sono, è vero, alcuni personaggi che a turno fanno da portavoce, blogger che diffondono i messaggi, a volte, purtroppo, dei martiri; ma manca la figura di un leader.

E se così è, vuol forse dire che la diffusione massiccia dei social network e l’ascesa di leader ingombranti sono fenomeni inversamente proporzionali?

E dunque, abbiamo ancora bisogno di leader nel mondo 2.0? e di quale tipo?

In genere quando faccio queste domande molti si stupiscono: ma come proprio tu che hai scritto un libro sul carisma adesso parli di un mondo leaderless? Bhè, ma è proprio questo il punto: il carisma è una leadership mobile, che si esprime attraverso diverse interpretazioni a seconda delle necessità del gruppo e che nel mondo 2.0 può assumere nuove espressioni e diventare sempre più interessante.

Ma di questo parleremo la prossima volta……

1 commento

VITA DURA PER I RINOCERONTI…

Domenica mattina in una tranquilla cittadina di una provincia francese, un bar sulla piazza con due amici al tavolino, un filosofo di provincia e un vecchietto, una signora passa con un gatto in braccio, i due amici discutono animatamente della serata precedente, il gestore del bar sulla porta sorveglia la situazione. Improvvisamente arriva di corsa un rinoceronte e attraversa la piazza senza fermarsi… un attimo di silenzio, poi tutti si guardano allibiti dicendo contemporaneamente: “Oh, un rinoceronte!”…. dopodiché inizia un intreccio di discorsi che tendono rapidamente all’assurdo: era davvero un rinoceronte? era un rinoceronte asiatico o africano? aveva un corno solo o ne aveva due? ma in fondo cosa c’è di strano se passa un rinoceronte, passano tanti gatti, sono tutti animali… intanto ripassa il rinoceronte, sempre di corsa, e a questo punto il filosofo afferma con decisione che il vero problema è capire se era lo stesso rinoceronte o se erano due rinoceronti diversi….
Comincia così Rinoceronti di Ionesco, commedia teatrale in tre atti che mi è capitato di leggere in questi giorni. Scritta nel 1959, è ancora tremendamente attuale; e, anche se Ionesco è uno dei grandi interpreti del teatro dell’assurdo, è anche una metafora straordinariamente realistica, perché le discussioni intorno ai rinoceronti ricordano molto da vicino tante situazioni cui assistiamo quotidianamente, nelle quali appare assolutamente evidente che il vero problema – che ci fa un rinoceronte in piazza? – viene immediatamente accantonato per accanirsi su dettagli irrilevanti.

E’ noto che Rinoceronti di Ionesco è una grande metafora sui meccanismi adesivi e coercitivi che i totalitarismi mettono in atto per la loro affermazione; poco a poco, più o meno consapevolmente, tutti si trasformano in rinoceronti, e l’ultimo rimasto, ormai solo nel rifiutare l’adesione al credo comune, si domanda con un misto di preoccupazione e di nostalgia se non sarebbe meglio, alla fin fine, arrendersi all’evidenza e trasformarsi come tutti gli altri.

Ci sono un sacco di rinoceronti tra di noi, questo è evidente. Forse siamo, o siamo stati, tutti qualche volta più o meno colpiti, magari senza volerlo, dalla rinocerontite.
La buona notizia è che cominciamo ad accorgercene. Ci sono intorno a noi alcuni segnali di cambiamento, ancora deboli e un po’ incerti, che somigliano di più a scoppi di rabbia improvvisa e non hanno una direzione precisa, e forse nemmeno una lunga durata. Però ci sono, e si manifestano in modo chiaro e netto: sto parlando delle piazze nordafricane da Tunisi al Cairo a Bengasi, dell’occupazione a Madrid della Puerta del Sol, ma anche dei ballottaggi alle elezioni di Milano e di Napoli.
Cosa ci dicono questi segnali? Che molte persone, sempre di più, non hanno più intenzione di cedere passivamente alla forza bruta dei rinoceronti, che li hanno smascherati e li stanno contando uno a uno, e che nel futuro dovrà esserci spazio per tante diverse specie animali e si dovranno immaginare nuove forme di convivenza possibili. E, anche, che queste nuove specie animali non sono più isolate e rassegnate, perché oggi basta un tweet da un cellulare o un computer per collegarsi con tutto il mondo.

Vita dura per i rinoceronti!!!!!

2 commenti

SOTTO IL PAVE’ SPIAGGE INFINITE

Tra tutti gli slogan del 68 questo è sempre stato il mio preferito!
Bastava chiudere gli occhi per immaginarle, quelle spiagge, e la certezza della loro esistenza serviva anche a dare un senso a qualche ciottolo divelto dal pavé.
Mi è sempre piaciuto perché contiene una potente idea di futuro: la forza dell’immaginazione, che dà forma all’ignoto, e corpo e sostanza a un pensiero ancora vago e incerto.
Questa è l’idea che mi è tornata in mente qualche giorno fa, reduce da un incontro/dialogo in Ariele con Elena Pulcini, brillante rappresentante della new wave della filosofia italiana. Nel suo libro La Cura del Mondo la Pulcini parla di alcuni temi in apparenza molto “belli”, come dono, gratuità, immaginazione; che però mal si incastrano in uno scenario di partenza “catastrofico”, in cui i due grandi mali del nostro tempo, che lei definisce “individualismo illimitato”- l’onnipotenza dell’io – e “comunitarismo endogamico” – l’ossessione del noi -, fanno a gara nel metterci in una condizione di diniego di ogni speranza di futuro.
Per uscire da questa impasse e recuperare un rapporto possibile con il mondo, persino la “paura” può costituire un antidoto efficace: non la paura che produce angoscia paralizzante, tuttavia, ma una nuova forma di paura “hobbesiana”, capace di mobilitare energie e progetti attraverso la consapevolezza della vulnerabilità del nostro mondo e della necessità di recuperare legami sociali di solidarietà. Una forma di paura, tutto sommato, non molto diversa da quella che descrive Naomi Klein nel suo The Shock Doctrine, in cui la violenza che si propone come obiettivo di annichilire e distruggere i legami sociali – quella delle grandi catastrofi e dei grandi totalitarismi, dal colpo di Stato in Cile allo tsunami in Tailandia – è però anche capace di produrre degli “anticorpi solidali” che generano progettualità sociale attraverso la riscoperta di antichi valori comunitari. Oppure quella descritta da Corey Robin, noto politologo americano, nel corso di una intervista che gli feci alla fine del 2007 a New York, in cui sottolineava come la paura, che è stato un grande tema politico da Machiavelli in poi, affondi le sue radici come motore di conoscenza nel giardino dell’Eden. Il suo bestseller Paura: storia di un’idea politica inizia con la cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso, e con una fatidica frase: “Attraverso la paura, comprendono”. La paura in questa prospettiva sembra diventare dunque conoscenza, consapevolezza della propria condizione, e potenzialmente, uno strumento di cambiamento.

Ho sempre pensato che due dei più celebrati protagonisti del nostro tempo, Zygmunt Baumann e Richard Sennet, siano stati, a mio parere, alquanto sopravvalutati: senza nulla togliere alla profondità della loro riflessione, hanno infatti secondo me molto contribuito a cacciare in un cul-de-sac il pensiero filosofico e sociologico, poiché mi è sempre sembrato che l’accento sulla società liquida e sulla perdita del legame sociale poco potessero contribuire a dare nuove prospettive di senso a tutte le potenzialità progettuali che oggi oggettivamente si sono aperte grazie, anche, alle nuove tecnologie.
“We have to be better at believing the impossibile”, sostiene Kevin Kelly, grande guru del web.
E’ possibile che la tecnologia non possa risolvere da sola tutti i nostri problemi; è anche possibile che abbia in parte notevolmente contribuito ad aumentarli. Ma sono fermamente convinta che si è rivelata negli ultimi venti anni il più grande serbatoio di innovazione, non solo tecnica ma anche per la costruzione di nuovi legami sociali; e che sia solo attraverso la comprensione di queste nuove potenzialità che si stanno manifestando potentemente nel contesto sociale, come il fermento rivoluzionario del Nordafrica con forza testimonia, che il potere dell’immaginazione può emanciparci da un presente angusto e restituirci la capacità di progettare il futuro.
Più ancora della costruzione di legami sociali, abbiamo bisogno di tornare a immaginare, sotto il pavè, le spiagge nascoste….

http://www.ted.com/talks/kevin_kelly_on_the_next_5_000_days_of_the_web.html

, , ,

2 commenti

COME SI FA UNA RIVOLUZIONE?

È una domanda tremendamente attuale in questi giorni, in cui le piazze di Tunisi, Il Cairo, Bengasi, infiammano gli animi migliaia di persone in tutto il mondo. Tutto questo accade, per di più, di fronte a un mondo occidentale sbigottito e perplesso, che tutto si aspettava tranne che una rivoluzione in quella parte del mondo che considerava ormai assuefatta a regimi totalitari e illiberali. E non sembra neppure una domanda difficile, soprattutto se come me appartenete a quella generazione che, sulle rivoluzioni, ha sempre pensato di essere molto preparata. Dunque, quando mi è stata fatta, qualche tempo fa, ho subito affermato con decisione che era una domanda ovvia e anche un po’ ingenua: per rispondere bastava rispolverare un paio di manuali di guerriglia urbana e di avanguardie rivoluzionarie, aggiungere un po’ di comunicazione digitale, di internazionalismo, e la risposta era pronta…. O forse anche no…. Perché davvero, se ci pensiamo veramente, le cose sono molto più complicate di così. E dunque mi sono venute in mente tutte le rivoluzioni che mi erano passate sotto il naso dagli anni 70 in poi, il sessantotto, il femminismo, i diritti civili, la new economy, la rivoluzione digitale, il movimento ecologista. Grandi cambiamenti, certo, ma erano davvero rivoluzioni? E allora forse, prima di chiederci come si fa una rivoluzione, dovremmo chiederci che cosa è una rivoluzione.

Cito da Wikipedia: “Rivoluzione (dal latino revolutio,-onis, rivolgimento) è un mutamento improvviso e profondo che comporta la rottura di un modello precedente e il sorgere di un nuovo modello.” E’ ancora una definizione utile? Non suona forse un pò meccanicista, quasi che bastasse sostituire un prodotto ormai usurato con uno nuovo? Cosa che può essere vera se guardiamo alle rivoluzioni del passato, ma che non aiuta minimamente se vogliamo cercare di capire qualcosa del presente o, addirittura, interrogarci sul futuro; perché nella realtà dei fatti la cosa più difficile è sempre cogliere i momenti “topici” che portano alla formazione di un nuovo modello nella loro dinamica di attuazione, mentre le cose succedono. Si sente spesso parlare di “cambio di paradigmi”, un termine quanto mai abusato, ma poco ci si interroga su quali siano i paradigmi nuovi, e anche quelli vecchi da sostituire. Se dovessi basarmi sull’esperienza, la verità è che la situazione non sembra per nulla chiara, e grandi novità in giro non se ne vedono.

Stiamo vivendo una curiosa fase della storia umana in cui sembra esistere una consapevolezza diffusa che grandi cambiamenti ci attendono, e che anzi stanno diventando assolutamente necessari se vogliamo sopravvivere. Tutti pensiamo, correttamente, che dobbiamo cambiare il nostro modo di spostarci, di lavorare, di consumare, di imparare, di vivere insieme; e che dobbiamo farlo in fretta prima che sia troppo tardi. Eppure, sembra che non siamo mai stati tanto spaventati dal cambiamento come ora, e nella realtà dei fatti quasi nessuno fa nulla per cambiare davvero. Sembra che ogni cambiamento ci colga impreparati, e che tutto succeda senza che abbiamo avuto il tempo di rendercene conto. Le rivoluzioni in corso in Egitto, in Tunisia, adesso anche in Libia, erano veramente impossibili da immaginare? Siamo davvero in buona fede quando ci stupiamo che paesi con popolazioni giovani, istruite, e con tecnologie avanzate possano lottare per la libertà economica e di espressione? E, tornando indietro di un paio d’anni, possiamo davvero sostenere che la crisi economica che sconvolge America e Europa dall’inizio del 2008 non fosse una minaccia incombente e del tutto visibile? Perché i cigni neri sembrano improvvisamente essere diventati tanto più numerosi di quelli bianchi? A ben guardare, siamo passati da una fase in cui il mondo occidentale sembrava essere completamente in controllo dei giochi del pianeta, a un momento come quello attuale in cui la situazione sembra esserci completamente sfuggita di mano.

Dunque tornando alla domanda iniziale, come si fa una rivoluzione? Ovviamente non ho nessuna risposta a questa domanda, e tutto sommato lo considero già un passo avanti. Perché la cosa più difficile quando si parla di cambiamento sembra essere proprio cominciare da se stessi mettendosi in discussione. Però posso provare a fornire una traccia, o meglio un brandello di esperienza, che personalmente considero interessante.

 

Questa sera sono andata alla presentazione del libro di un amico, Franco Bolelli. Il libro si chiama Viva Tutto, è scritto a due mani con Lorenzo Jovanotti Cherubini, ed è lo scambio di mail tra i due autori per circa un anno, dal 21 febbraio alla fine di ottobre 2010. È un libro semplicissimo che parla di cose importanti che tutti, volendo, possiamo sperimentare ogni giorno: parla di come nasce un progetto, nel caso specifico il progetto di un disco, e di molte altre cose. Soprattutto, parla di possibilità, partendo dalla ovvia constatazione che negli ultimi anni il modo di comunicare delle persone, grazie alla rete, è profondamente cambiato e che questo semplice fatto ha portato all’apertura di nuove immense possibilità; se soltanto, è chiaro, ci proponiamo di usarle e impieghiamo passione, energia e generosità nel perseguirle. Nulla di più semplice in apparenza, ma anche nulla di più difficile! Nei dialoghi tra Franco e Lorenzo si parla spesso di innovazione, ma non come se fosse una cosa astratta, come si fa di solito nei “salotti buoni” degli intellettuali; piuttosto, come qualcosa che davvero si può provare a sperimentare tutti i giorni, perché oggi abbiamo molte possibilità a portata di mano e molti modi per inventare nuove forme di comunicare e di condividere se soltanto decidiamo di usarli.

Quando Franco mi parlò del suo progetto qualche tempo fa, e del titolo che avevano scelto, subito pensai che davvero non mi sentivo nel mood giusto per un “viva tutto”. Il 2010 era stato un anno pesante, con poche emozioni e tante rotture di scatole, e dunque mi sentivo personalmente molto più propensa a un “vaff…… tutto”… Poi però ho comprato il libro, e nonostante le sue 480 pagine l’ho letto, perché stimo molto Franco Bolelli e mi fido ciecamente di lui. Lo leggevo la sera prima di dormire, e in pochi giorni mi sono trovata a parlare con gli autori, gioire di alcune delle cose che scrivevano, litigare su altre… e anche a spegnere la luce sempre più tardi, per leggere di un altro giorno e partecipare a un’altra discussione….e quando l’ho finito mi sono detta “e ora che faccio?…”. Stasera, alla presentazione, ho scoperto che, come me, c’erano almeno altre cinquanta persone che avevano avuto la stessa reazione; e ho pensato che forse questa poteva essere, se non una piccola rivoluzione, almeno la speranza di una sua possibilità.Forse, dipende anche da noi…

 

2 commenti

Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.

Join 46 other followers