Posts Tagged auto-organizzazione

Rivoluzione dura

Quando abbiamo cominciato a scrivere questo blog si parlava chiaramente già di P2P. Eravamo convintissimi di quanto sostenesse Bauwens, ovvero che la Peer production non fosse soltanto una tecnica produttiva per lo sviluppo di software e tecnologia quanto invece che ci trovassimo di fronte a un nuovo e rivoluzionario paradigma sociale, a un nuovo modo di produzione. L’Open Source come modello di business allargato potenzialmente a tutti i settori.

Eppure questa convinzione non riusciva per me ancora a trovare un riscontro pratico, in termini di implicazioni nella vita quotidiana, al di là che esistesse un software libero e gratuito pronto a soddisfare le esigenze dell’utenza generica. Non riuscivo nella mia mente e nelle esperienze di tutti i giorni a fare il salto, dal software all’hardware. Cercavo quell’esempio che mi facesse capire come la gente potesse davvero cooperare per la produzione di oggetti fisici (hardware) strumenti che concretamente cambiano la vita quotidiana. Poi ho visto questo video:

E mi è piaciuto. E l’idea piace a molti visto chele fiere del movimento dei Makers si stanno espandendo un pò in tutto il mondo. DIY (Do It Yourself) è uno slogan che ha portato allo sviluppo e alla distribuzione delle stampanti 3D, per creare  qualsiasi oggetto plastico a partire da un disegno grafico. Una piccola azienda grazie a queste nuove macchine sta offrendo la possibilità al cliente (negozi di giocattoli ma anche gente comune) di disegnare e produrre giocattoli a richiesta.

Un’altra rivoluzionario scoperta ha un nome e un padre tutti italiani. Si chiama Arduino. Arduino è una piattaforma open-source per applicazioni elettroniche creata per agevolare il lavoro di artisti, designer, hobbisti, e chiunque sia interessato a creare oggetti o ambienti interattivi. Arduino può percepire l’ambiente, riceve l’input da una varietà di sensori e può influenzare l’ambiente circostante controllando luci, motori ed altri attuatori. Con la scheda si possono creare oggetti interattivi senza bisogno di un grosso investimento dal momento che le schede possono essere costruite a mano o acquistate già assemblate (al prezzo di 20$) e il software può essere scaricato gratuitamente. I disegni di riferimento dell’hardware (file CAD) sono disponibili sotto una licenza open-source, ma liberi di essere adattatati alle esigenze del costruttore.

Prima le macchine manipolavano bit, ora sono passate agli atomi. Dopo che Microsoft e Apple (ma ricordiamoci anche della Olivetti) hanno lanciato la rivoluzione digitale da un garage, cosa ci possiamo aspettare da un esercito di anonimi costruttori che ha iniziato a giocare con le nuove tecnologie per costruire oggetti fisici?

Industrial productivity can be achieved on a small scale?

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Siete anche voi il 99% ??

Stavo discutendo via Skype con un’amica di New York che mi ha parlato di questa protesta in atto di fronte a Wall Street. Questo due settimane fa. Me ne parlava con tono preoccupato, come chi teme rappresaglie o scenari pre-apocalittici. Oggi mi dice che sabato sera c’è stato un arresto di 700 persone che tentavano di occupare il ponte di Brooklyn, il tutto con una tecnica molto ingegnosa da parte della NYPD: in pratica una sorta di accerchiamento con un telo, un pò come si fa con cervi nelle riserve per contarli e mettere loro i trasmettitori.  Poi apro il sito del corriere della sera e trovo la notizia. Che ha già rimbalzato per tutto il pianeta. D’altronde come può un arresto di massa nel cuore finanziario degli Stati Uniti passare inosservato?

Alcune fasi dell'arresto sul ponte di Brooklyn

La parte buffa del racconto è che il tutto nacque in un parco lì adiacente, Zucotti Park, conosciuto come “Liberty Plaza” fino all’11 Settembre. Un gruppo di individui piuttosto giovani, chiamateli anarchici, indignati, anti-capitalisti, in pratica di campeggiatori urbani ha iniziato ad accamparsi come forma di protesta. E sapete cosa succede nei parchi pubblici di New York? Internet gratis e a banda larga. Quindi senza un movente ben chiaro, ma con le armi che hanno fatto crollare governi in Tunisia, Egitto e Libia, un gruppo di punkabbestia (scusate il milanesismo) ha portato ad un protesta di massa, coinvolto celebrità e sindacati organizzati, attirato il supporto di popolari comici (qui un video di Jon Stewart sostenitore dichiarato),  e provocato una reazione di forza da parte della polizia con tanto di arresto spettacolare. Susan Sarandon è apparsa e ha rilasciato interviste e sono certo che da qualche parte deve esserci pure l’immancabile Sean Penn. Qui forse Pisanu potrà sorridere e considerarsi l’estirpatore di ogni forma di eversione grazie alla sua stupida legge sul wi-fi.

99% contro 1%

Stando alla mia fonte newyorkese da un primo campeggio si è passati a creare il sito occupywallst.org e da lì un’identità: il 99% che non tollera più l’avarizia e la corruzione dell’1%. Sembra la lotta di molti contro pochi se diamo ragione ai numeri. Siamo il 99%, così si definiscono gli attivisti e dai primi giorni di protesta (siamo arrivati a 16) l’effetto domino è stato devastante, con nuove iniziative clone in tutto il paese, come Occupy Chicago. Su wikipedia c’è già una timeline della protesta. In questo 99% devono esserci anche gli appartenenti al sindacato dei Piloti di aerolinee (Union e Continental in prima linea) che il 27 settembre sono scesi in protesta tutti agghindati nelle loro uniformi di fronte a Wall Street, ormai diventata il simbolo e la fonte di ogni male odierno.

I Piloti in corteo. Quanti saranno secondo la questura?

La cosa preoccupante è che l’1%, che non si sa bene chi siano e certo oggi si guardano bene dall’uscire allo scoperto,tace e osserva. Probabilmente penserà che delle povere zecche fastidiose si prenderà cura la polizia come sempre. E che come è sempre successo nulla cambierà. Ma mi sembra di poter dire che se l’arena della protesta diventa Wall Street, il simbolo del potere finanziario, allora la crisi non è più soltanto una questione di dollari bruciati e conti che non tornano, quanto un crollo totale di consenso e fiducia. Dobbiamo stare tranquilli?

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Si ringrazia KZ da New York per le preziose informazioni.

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Lavorare di meno grazie alle tecnologie del web (!?)

Da qualche decennio, da quando cioè i computer hanno preso prepotentemente il controllo delle transazioni informative all’interno delle organizzazioni, tutti avrebbero pensato a un progressiva diminuzione delle ore lavorative, magari senza decurtazione nel salario, visto che la produttività in teoria non ne avrebbe risentito. Un’equazione semplice: fintanto che si riesce ad aumentare la produzione, finchè si vende, la tecnologia non porta disoccupazione, la forza lavoro rimane costante e quello che si allarga sono i volumi di produzione, i mercati. Peccato però che i mercati non possano in generale espandersi all’infinito, e qualche frattura nel sistema finanziario ci ha anche fatto capire che le ottiche di investimento non sono più sufficienti al grado di miopia di oggi.

Perchè oggi con sistemi informativi da brivido l’impiegato medio continua a fare i turni di 8 ore? Come quantifichiamo oggi la produttività rispetto alle mansioni, quindi l’orario salariato? Stare in ufficio otto ore mi è sempre sembrata una tortura. Forse ero io ad essere troppo rapido o troppo sbrigativo e superficiale nel lavoro che svolgevo. Ricordo alcuni casi e cioè in concomitanza di flussi lavorativi eccezionali che in alcuni settori avvengono stagionalmente o comunque a singhiozzo dove i carichi di lavoro mi sembravano potersi e doversi spingere a occupare tutta la mia giornata, anche per più di otto. Ma questo mai un anno intero, a meno che io abbia sempre e solo frequentato organizzazioni pigre. Pensare che organizzazioni di anche 80 persone necessitino il loro impiego ininterrotto per otto ore tutti i giorni mi sembra indice di inefficienza. Gli scandali dei dipendenti pubblici di Arezzo che si assentano impunemente a fare le loro commissioni (i famosi “porci comodi”) è indicativo: ma in fondo in ufficio, cosa avevano da fare?

La rivoluzione tecnologica ha portato nel corso dei secoli ad una progressiva diminuzione delle ore annue dedicate al lavoro ( dalle 3000 ore l’anno di inizio secolo alle 1700-1800 ore di lavoro di oggi). Siamo forse arrivati al minimo storico? Perchè non si può ulteriormente scendere? E perchè costringere in cattività lavoratori anche se inoccupati parte della giornata? Tanto poi lo sappiamo che passano il tempo sui social network o alle macchinette del caffè.

Nelle ultime settimane ho fatto alcuni colloqui di lavoro da casa via Skype e un amico mi faceva notare come un candidato (ma anche un esaminatore) potesse, sotto il suo mezzo busto incravattato e ingiacchettato, stare in mutande e con i piedi in ammollo nel pediluvio continuando a mantenere un’aura di rispettabilità.

Una plausibile soluzione agli enigmi del binomio vita-lavoro sembra essere offerta dal mai decollato telelavoro o in genere dalla non-assenza creata dalle tecnologie connettive. Se possiamo lavorare ovunque e dovunque (non per tutti, ma per molti) allora non smettiamo mai di lavorare, siamo sempre on e mai off. Il problema dell’orario di lavoro passa in secondo piano dato che possiamo lavorare a tutte le ore, ci viene chiesto di risolvere problemi alle 10 di sera, o al cinema, nella pausa tra primo e secondo tempo. E in più nel mio “tempo libero” intrattengo relazioni informali tramite i social network che a parte per qualche grigio e vetusto dirigente (chi in Italia normalmente detiene il potere) producono benefici effetti di ritorno per l’azienda stessa in termini relazionali, di problem solving e di diffusione delle informazioni. Il grigio e vetusto dirigente però ha il costante terrore dell’autonomia, se chi lavora non visto da qualche altra parte faccia delle pause più lunghe del necessario, se rispetta i tempi convenuti, se esegue correttamente il compito affidatogli. E così moltiplica i controlli, o meglio continua a utilizzare quelli in atto da tempo, le catene e i lucchetti dei rematori di galere.

Il problema è spinoso, lo riconosco c’è ancora in giro chi non può fare a meno di sentirsi un Padre controllore, invece che un Peer, un fratello con cui condividere le missioni e su cui fare complice affidamento.

Quindi, tuona la voce del Padre, in questa Casa come si fa da sempre si entra alle 9 e si esce alle 18, siamo d’accordo!?

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Hyper Old e Hyper New

“Odio i viaggi e gli esploratori….”: inizia così Tristi Tropici di Claude Levi Strauss, il più grande racconto di viaggi dell’ultimo secolo. Avevo diciassette anni quando ho letto Tristi Tropici, e da allora nessuna scienza e nessun racconto sono mai riusciti ad affascinarmi quanto l’antropologia, con tutto lo straordinario serbatoio di immaginazione costituito dalle diverse soluzioni che l’uomo ha saputo trovare nel corso della sua storia per risolvere gli stessi problemi. Vorrei quindi dedicare questo primo post del nuovo anno a una piccola pillola del pensiero di uno dei più grandi maestri del pensiero antropologico: alcune riflessioni sulle Lezioni Giapponesi di Levi Strauss pubblicate di recente da Rubettino, il più bel regalo di Natale che ho ricevuto quest’anno.

Levi Strauss tiene nel 1986 tre lezioni alla Fondazione Ishizaka di Tokyo, dal titolo: L’antropologia di fronte ai problemi del mondo moderno. I temi che affronta sono ancora oggi, a distanza di oltre vent’anni, di straordinaria attualità.

L’antropologia può essere paradossalmente definita come una scienza dei frammenti. Il mondo occidentale si è autoproclamato nel corso degli ultimi secoli come la civiltà del progresso, attraverso lo sviluppo, che tendiamo a considerare illimitato, della scienza e della tecnologia da una parte, e delle più “nobili” tra le scienze sociali dall’altra. Storia, filosofia, diritto, sono tutte dottrine che aspirano a individuare leggi e regole universali partendo da una visione autoriferita dei grandi macro-fenomeni sociali: bene e male, verità e bellezza, etica ed estetica, diventano così grandi imperativi morali attraverso i quali valutare e giudicare il mondo.

L’antropologia si sviluppa invece inizialmente partendo da una sorta di “curiosità da antiquario”: scienza coloniale per eccellenza, nasce dalla scoperta di nuovi mondi che hanno usi e costumi diversi; e, poiché le grandi discipline classiche tendono a trascurare i dettagli per concentrarsi sulla celebrazione dell’insieme, l’antropologia nasce in modo quasi casuale dai racconti di viaggi dei primi esploratori, commercianti, missionari, che raccoglievano testimonianze minime, descrizioni del quotidiano, dettagli problematici, frammenti pittoreschi, che spesso si rivelavano distonici rispetto alla coerenza forzata del quadro generale. Tutto ciò serviva, inizialmente, per trovare conferme alle proprie credenze su quello che veniva considerato una sorta di “passato dell’umanità”: e dunque i diversi tipi di evoluzionismo che ne sono derivati consideravano ogni modello sociale diverso da quello occidentale come una rappresentazione del passato oppure, nel migliore dei casi, come un percorso progressivo di avvicinamento all’unico modello possibile.

Ampliando il punto di vista risulta però evidente che tutte queste società considerate “arretrate” non possono essere considerate come scarti dell’evoluzione, ma che sono piuttosto, ognuna di esse, un modo originale e diverso di elaborare forme di vita sociale. Molte di queste società vengono definite “società fredde”, poiché sembra che in qualche modo si sottraggano alla storia sterilizzando al loro interno tutto ciò che potrebbe ingenerare meccanismi di cambiamento tali da causare un divenire storico immediatamente osservabile. Esse appaiono dunque, a un primo sguardo, immutabili e sempre uguali a se stesse, mentre, all’opposto, le nostre società “calde” sono caratterizzate da un costante mutamento.

Levi Strauss definisce le società calde come società ad alto tasso di entropia, causata da scarti sempre più grandi al loro interno provocati dalle crescenti diseguaglianze economiche e sociali tra i membri. Le società primitive sono invece società a bassa entropia, fondate su meccanismi egualitari di condivisione che tendono a conservare indefinitamente la condizione iniziale, e per questo sembrano viste dall’esterno società senza storia; tuttavia, esse sono concepite dai loro membri come “capaci di durare”.

Un altro tasso di entropia logora infatti i rapporti sociali e li disgrega, provocando parcellizzazione dei compiti, frammentazione del tessuto connettivo tra i membri del gruppo, allontanamento dell’uomo dal suo prodotto nel lavoro, e a lungo andare un preoccupante logoramento psicologico individuale; tutti fenomeni questi che rappresentano oggi le maggiori preoccupazioni di tutte indistintamente le scienze sociali.

Le nuove forme sociali senza gerarchia che nascono oggi nel mondo del web possono rappresentare una straordinaria occasione per immaginare nuovi tipi di relazione che sfuggano all’impasse tra staticità/cambiamento da una parte e tra uguaglianza/differenza dall’altra. Paradossalmente, è qui che l’hyper old viene in soccorso dell’hyper new, perché molte delle soluzioni e delle pratiche sociali sperimentate, ad esempio, nel corso dei secoli da gruppi nomadi di cacciatori-raccoglitori possono rappresentare oggi straordinari esempi creativi per nuovi modelli di leadership, di presa di decisione, di condivisione nelle nuove comunità on line e nelle nuove “leaderless organization”.

Ancora, uno dei principali fondamenti della coesione sociale interna di un gruppo è individuata da Levi Strauss nella forza cogente e nella capacità di senso del mito. Il pensiero mitico è sempre stato utilizzato nelle società primitive per ordinare e dare senso al mondo, creando delle connessioni tra natura a cultura non attraverso concetti, come fa il pensiero scientifico, ma tra immagini del mondo sensibile: cielo e terra, luce e oscurità, uomo e donna, crudo e cotto, diventano così universi di senso attraverso una logica codificata delle qualità sensibili. Il senso del mito non si esaurisce dunque al suo interno, ma appare in tutta la sua forza attraverso la concatenazione, e diventa evidente solo quando i miti sono posti in rapporto uno all’altro.

La nostra società contemporanea non ha più miti. L’ipotesi, suggestiva e soprattutto quanto mai attuale, di Levi Strauss è che la storia abbia in qualche modo colmato nelle nostre società lo spazio del mito, diventando una rappresentazione suggestiva del nostro passato attraverso una rielaborazione della memoria storica che utilizza la stessa chiave del pensiero mitico. La storia quindi, così come è utilizzata nella società contemporanea, non esprime tanto verità oggettive quanto pregiudizi e aspirazioni, e non si dà per questo un’interpretazione assoluta del passato storico ma diverse interpretazioni relative che supportano diverse mitologie.

Relatività della scienza e della storia dunque, che potrebbero tornare nel futuro a incontrare il pensiero mitico dopo averne per secoli negato la validità. In fondo, l’odierna celebrazione dello storytelling, delle biografie, delle diverse forme di revival, sono testimonianze del ritorno a un pensiero mitico ritenuto capace di attribuire un senso a un futuro possibile.

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Anonymous in difesa di Wikileaks: mobilitazione politica o terrorismo hacker?

Anonymous: il gruppo autoproclamatosi difensore di Wikileaks. La maggior parte dei membri non ha nessuna influenza riguardo la direzione del gruppo o la sua strategia. “Il nostro progetto non ha una struttura piramidale, ma solo ruoli diversi. La definizione della leadership e organizzazione dei vari progetti varia molto” ha spiegato un membro di lunga data “è tutto molto caotico, ma noi comunichiamo e cooperiamo uno con l’altro”.

Leakspin: il nome in codice della campagna lanciata da Anonymous in favore di Wikileaks.

Operation Payback: il 9 dicembre il collettivo Anonymous attacca i siti di Mastercard, Paypal, Visa. Un esperto sostiene che per l’attacco del sito di Visa fossero necessarie almeno 2000 utenti che attaccassero in contemporanea il sito.

DDoS (Distributed Denial of Service): la strategia utilizzata per mettere k.o. i siti. In pratica è un bombardamento da parte di molti utenti al sito bersaglio col fine di bloccare i servizi per gli utenti che lo necessitano in quel momento.

U.S.A. : il bersaglio della protesta, da quando Washington ha citato in giudizio Wikileaks e si sospetta abbia fatto pressioni sulle società attaccate per chiudere i loro servizi a Wikileaks.

Comunicazione: Gabriella Coleman, una professoressa dell’università di New York che ha studiato il gruppo, ha stimato che fino a mille persone partecipano ad Anonymous, “adattando i propri computer per co-ordinare gli attacchi in rete”. I leader del gruppo usano la tecnologia IRC (Internet Relay Chat), che permette ai gruppi di comunicare.

Siamo di fronte a una nuova era della mobilitazione politica? Com’è possibile oggi riunire e coordinare più di mille persone verso un obiettivo senza strutture gerarchiche e con il massimo anonimato?

Anonymous è un esempio di gruppo P2P in grado di raggiungere obiettivi complessi senza necessità di una struttura gerarchica che supervisioni e coordini. Di certo il movente, l’indignazione nei confronti delle restrizioni imposte a Wikileaks, sono un forte catalizzatore di energie e sicuramente la comunità che appoggia wikileaks si è sentita in dovere di collaborare. Una forte motivazione e le nuove teconologie rendono possibili forme organizzative fino ad oggi ritenute impossibili.

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Leaders, capitani e scappati di Casa

Parliamo di appiattimento della gerarchia, di indebolimento di poteri forti, spinti dal desiderio e ormai dalla moda di esplorare nuove tipologie di relazioni produttive, di scambio, di intrattenimento. Spinti dalla facilità di interconnessione con chi e con cosa ci piace bypassiamo posizioni organizzative, major della distribuzione e altre forme di controllo dei flussi di scambio. Siamo per l’apertura delle casseforti del controllo.

E’ una questione tecnologica che sottende sentimenti e desideri nati con le prime ribellioni verso l’ordine vigente (dall’Illuminismo in poi), fino ad arrivare alle odierne forme di cyber crimine (il dibattito sul diritto d’autore, la violazioni di informazioni riservate). E’ un desiderio di accesso, un accorciamento della strada che divide il desiderio dalla sua soddisfazione. L’era della Rete vede uno smantellamento progressivo delle posizioni gerarchiche in favore del principio di equipotenza (v. Michel Bauwens) e ridondanza delle informazioni.

Ma siamo proprio sicuri che la gerarchia è un concetto in declino, che lascerà senza combattere il posto che ha occupato in migliaia di anni di evoluzione umana? Cosa fa sì che oggi vediamo la sopravvivenza di concetti di linea produttiva nell’industria o del Senatore a vita nella politica? Dove c’è ancora bisogno di un comando e di un controllo centralizzati?

Leaders e Capitani, ovvero la fiducia

Si organizza una vacanza in barca ma i partecipanti non si sentono sufficientemente esperti, oppure si ha bisogno di una persona che si occupi della barca perché una barca costa e per godersela qualche settimana l’anno bisogna lavorare duro. Si cerca un capitano, uno skipper,ma in fondo cosa si cerca? Un decisore, un conduttore uno che sappia “come si fanno le cose”, un esperto dell’arte della navigazione. Si delega il comando a chi dovrebbe saper comandare, un leader nel senso posizionale del termine.

La legge gli attribuisce la responsabilità penale e civile della barca, i periti delle assicurazioni lo tormentano in cerca di ricostruire gli eventi, l’equipaggio smarrito e in difficoltà lo cerca con lo sguardo in attesa di ordini. L’ultima parola a bordo è la sua. Per essere rispettato deve dimostrarsi competente, proattivo nel fronteggiare i cambiamenti, rapido nel predisporre le manovre, ineccepibile sui risultati delle stesse, comunicativo nelle spiegazioni e nella ripartizione delle responsabilità. Magari non possiede il romantico tormento interiore di un Capitano Achab, l’inflessibilità del capitano di un brigantino delle Fiandre, o la spietatezza di quello al comando di una nave negriera portoghese. Nondimeno deve portare a termine il compito fino in fondo, con ogni mezzo e persona necessaria.

La barca è un mondo in scala ridotta, un microcosmo relazionale dove la presenza aleggiante del pericolo e dell’emergenza, gli spazi ristretti e la complessità delle manovre richiedono un’interdipendenza continua, gomito a gomito. C’è poca privacy, pochi momenti di pausa e raccoglimento. C’è un leader formale e dei subordinati in forte rapporto di dipendenza reciproca. Il leader si espone, ha l’autorità, non deve commettere errori. In poche parole ha in mano il potere.

Secoli fa questo potere era di vita e di morte, era un potere giuridico. Con l’ammutinamento sempre dietro l’angolo era un attimo per il capitano saltare fuoribordo e per la ciurma stabilire nuovi rapporti di potere, una auto-organizzazione. Come ci racconta splendidamente Bjorn Larsson in La vera storia del pirata Long John Silver il rapporto tra autorità e subordinati era una dinamica complessa a bordo dei velieri che solcavano i remoti e silenziosi mari nell’era delle esplorazioni e dei commerci con le nuove colonie. Una dinamica che continua a caratterizzare la Storia dell’umanità

L’unica possibilità per fare in modo che in barca (e in qualsiasi altro ambiente frequentato da umani, anche quelli virtuali) i rapporti gerarchici funzionino è la costruzione di un rapporto di fiducia tra equipaggio (“il capitano mi salverà, sa cosa fare”) e capitano (“posso delegare le responsabilità e quindi dormire in pace”). La relazione di fiducia si costruisce attraverso un dialogo costante dove gli atti – e non solo le parole – sono importanti.

Lo sanno bene i politici, che sulla costruzione della fiducia costruiscono le campagne elettorali. Lo stesso vale per prodotti (i politici possono considerarsi tali?), guru, personaggi carismatici, che sono costantemente soggetti alla reputazione al giudizio incrociato delle persone che grazie a Internet oggi hanno maggiori possibilità di espressione, di scelta, di vicinanza, di opinione. La fiducia è una cosa molto importante, bisogna ricordarlo sempre, e molto delicata, come sottolinea il detto “fidarsi è bene, non fidarsi è meglio”.

Scappati di casa, ovvero non fidarsi è meglio

Sempre frequentando i mari può capitare di imbattersi in una categoria particolare di capitano, annoverabile nella più ampia cerchia degli scappati di casa che ho iniziato ad analizzare altrove.

E’ al comando di un’imbarcazione che spesso conduce da solo, oppure è in compagnia di qualche altro personaggio al quale è legato da relazioni delle più varie (partner, amici, passeggeri, animali domestici).  Sono quei personaggi che se metti l’ancora troppo vicino a loro può essere che nel giro di un’ora se ne sono andati da un’altra parte. Amano scegliersi i vicini, così come i luoghi dove vivere e le attività da svolgere. Per loro i concetti di Stato e Diritto appartengono al linguaggio di un mondo quanto mai antiquato. Fare dieci passaggi in dieci dogane diverse, avere come casa una barca li mette in un punto di osservazione completamente estraneo ai normali concetti di sovranità. Quale dovrebbe essere la loro residenza? La loro nazionalità?

La bandiera che fa a caso loro è quella belga, la meno onerosa in termini burocratici e legislativi. Si spostano costantemente e prestano i loro servizi, il loro mestiere, dove capita e per chi capita, spesso attuano un’economia dello scambio e del dono, all’occorrenza piccoli contrabbandi, facendo la ”cresta” su alcuni prodotti seguendo la geografia della domanda/offerta. Sono persone che si fidano di se stesse, spesso dopo aver sperimentato i loro limiti, che apprendono continuamente a risolvere in prima persona i problemi.

Autosufficienza è il loro concetto chiave. Autosufficienza non vuol dire essere in grado di fare tutto da soli, in un delirio solipsistico, ma sapersi fare aiutare, saper stringere relazioni. Vuol dire essere coscienti che un certificato, un titolo, una posizione gerarchica, un’abile strategia di marketing, non garantiscono la tua reale competenza, la tua autorità in materia, ma che quelle si conquistano sul campo. Così, ancora una volta la fiducia si costruisce in un dialogo costante, di parole ma soprattutto di atti, attraverso relazioni genuine che vanno al di là dei ruoli e delle posizioni ricoperti. E quindi spesso non fidarsi è meglio.

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Una Chiesa senza preti? Succede in Belgio…

Consiglio la lettura di questo interessante articolo, ci si può autorganizzare anche in Chiesa!

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La tradizione democratica

Sto finendo di leggere un interessantissimo libro, “La funzione dell’orgasmo” di Wilhelm Reich; è l’opera più importante (insieme all’”Analisi del carattere”) e più famosa di questo istrionico e geniale autore,e ha come argomento centrale la trattazione della dipendenza diretta tra salute psichica e potenza orgastica. Ma non è di tale relazione che voglio parlare.

Nell’introduzione di questo scritto Reich (da buon studioso delle masse) fa un discorso di ampio respiro riguardante la democrazia. La definisce, descrive le dinamiche in essa contenute, e poi ragiona su una cosa: “La vera democrazia” dice Reich, “è un processo di lotta continuo, con i problemi posti dall’incessante sviluppo di nuove idee, di nuove scoperte e di nuove forme di vita. Lo sviluppo verso il futuro è ininterrotto e in interrompibile, soltanto quando ciò che è vecchio e senescente –ciò che ha svolto il suo ruolo a un livello precedente dello sviluppo democratico- è sufficientemente saggio da far posto a ciò che è giovane e nuovo e da non soffocarlo richiamandosi alla dignità o all’autorità formale”.

Da pisciarsi dalle risate.

Questo austriaco vissuto 70 anni fa intende come positivo, florido, arricchente per un sistema sociale democratico, il  fatto che “ciò che ha svolto il suo ruolo” debba essere sufficientemente saggio “da far posto a ciò che è giovane e nuovo”, e deve addirittura evitare di non nascondersi dietro a sistemi formali e burocratici, in cui troverebbe certamente scappatoie per incrementare il proprio potere (certo le ha messe lui). Per garantire un sistema democratico, ciò che è passato, obsoleto, non più aderente alla realtà, non più adatto ad affrontare le problematiche correnti, deve farsi da parte per poter far affermare nuove forme organizzative che, grazie a diverse chiavi di lettura, diverse visioni, diversi strumenti, conoscenze, modi di fare, hanno possibilità di riuscita. Non “maggiori possibilità di riuscita”, ho detto “possibilità di riuscita”.

Quindi questo psicologo, tra l’altro scomunicato e morto da pazzo (cattiveria inventata e infondata), non ha alcun rispetto per la tradizione?! Non esattamente.

“La tradizione è importante” dice l’orgonomista, “essa è democratica quando adempie alla sua funzione naturale che consiste nel trasmettere alla nuova generazione le buone e cattive esperienze del passato, cioè nel metterla in condizione di imparare dai vecchi errori, e di non commettere di nuovi dello stesso genere. La tradizione uccide la democrazia quando non lascia alla nuova generazione la possibilità di scelta, quando tenta di imporre che cosa debba essere considerato <buono>o <cattivo>. La tradizione dimentica spesso e volentieri di aver perso la capacità di giudicare ciò che non è tradizione.”

Altre risate (isteriche).

Trovo difficile immaginare uno scenario in cui la “tradizione uccide la democrazia”, in fin dei conti chi scrive lo fa nel periodo fascista, per di più in Austria; oggi siamo in un altro mondo, c’è più libertà, ci sono più possibilità, è evidente che l’avvertimento lanciato in questo libro è stato accolto. Per fortuna che in 60 anni si è riusciti a progredire, a evolvere e a auto- organizzarsi in base ai meriti, alle conoscenze, ai risultati ottenuti.

Meno male che la “tradizione non ha ucciso la democrazia”, se no pensate come saremmo messi.

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Imparare da soli

Può un buco nel muro cambiare i paradigmi dell’apprendimento (e diventare impresa commerciale)?  Un’esperimento iniziato dieci anni fa ci racconta uno straordinario esempio di auto-organizzazione nel campo dell’apprendimento.

In India, grazie ad una iniziativa di HiWEL (Hole-in-the-wall Educational Ltd) i bambini hanno sperimentato con successo l’auto-organizzazione e la condivisione di informazioni, capacità o competenze che spesso fanno parte dei programmi formativi dei manager d’azienda. Ritu Dangwal, uno psicologo di HiWEL, ci racconta di bambini semi-scolarizzati che hanno assorbito le competenze del computer senza alcun intervento da parte degli adulti. ”Tutto quello che abbiamo fatto è stato ritagliare un foro rettangolare in un muro in una baraccopoli, mettere un computer, installare una telecamera. Poi abbiamo visto le cose succedere “, racconta. Entro un mese, i bambini che vivevano nella zona avevano imparato a destreggiarsi in giro per file e cartelle, siti web aperti e giochi pre-caricati. ”Chiamavano le cartelle Almirahs (armadi), il cursore è stato ribattezzato un Sui (ago), e la clessidra è stata Shivji ka dumroo (Il tamburo di Shiva),” dice Dangwal. ”Durante i test sono stati abili nell’eseguire compiti specifici, come trovare e avviare singoli programmi e navigare sul sito Disney.”

Dangwal accredita a Sugata Mitra, scienziato emerito del NIIT Ltd e ora professore all’Università di Newcastle, la “scoperta” di Hole-in-the-wall. Mitra ha testato le sue idee sull’apprendimento senza supervisione e informatica nella zona Kalkaji Delhi nel 1999. Incoraggiato dai risultati, ha portato i computer a Shivpuri nel Madhya Pradesh e Madantusi in Uttar Pradesh.

Nel 2001, l’International Finance Corp. ha unito le mani con NIIT per creare HiWEL. Oggi, diversi “angoli del computer”, chiamati learning stations, sono germogliati a Delhi e in luoghi lontani come l’Africa. Geetha Devi, preside della scuola di Kalkaji, che era contrario alla prima “stazione di apprendimento”, dice che gli studenti hanno iniziato a prestare più attenzione in classe per l’iniziativa.

Zenaab, 18 anni, che fu tra i primi utenti delle stazioni di apprendimento, sostiene che l’iniziativa l’ha resa una studentessa più fiduciosa. ”Avevo otto anni quando ho iniziato a giocare con questo … Adesso vedo che anche gli ultimi della fila si fanno avanti e non si sentono intimiditi da altri studenti. “

Dangwal sostiene che, più che un successo di alfabetizzazione informatica sia la metodologia di insegnamento ad aver avuto un grande impatto. Normalmente si vedono 20-30 bambini correre attorno al computer; successivamente solo alcuni prendono l’iniziativa di giocherellare con i comandi. Qualsiasi cosa questi hanno imparato viene poi trasferito ad altri che iniziano testare le proprie capacità. ”Fondamentalmente, hanno imparato l’auto-organizzazione e la condivisione di informazioni e questo è il successo di questa tecnica.”

da http://www.livemint.com/2010/10/10224341/A-holeinthewall-approach-to.html

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Leaders, capitani e scappati di casa

Parliamo di appiattimento della gerarchia, di indebolimento di poteri forti, spinti dal desiderio e ormai dalla moda di esplorare nuove tipologie di relazioni produttive, di scambio, di intrattenimento. Spinti dalla facilità di interconnessione con chi e con cosa ci piace bypassiamo posizioni organizzative, major della distribuzione e altre forme di controllo dei flussi di scambio. Siamo per l’apertura delle casseforti del controllo.

E’ una questione tecnologica che sottende sentimenti e desideri nati con le prime ribellioni verso l’ordine vigente (dall’Illuminismo in poi), fino ad arrivare alle odierne forme di cyber crimine (il dibattito sul diritto d’autore, la violazioni di informazioni riservate). E’ un desiderio di accesso, un accorciamento della strada che divide il desiderio dalla sua soddisfazione. L’era della Rete vede uno smantellamento progressivo delle posizioni gerarchiche in favore del principio di equipotenza (v. Michel Bauwens) e ridondanza delle informazioni.

Ma siamo proprio sicuri che la gerarchia è un concetto in declino, che lascerà senza combattere il posto che ha occupato in migliaia di anni di evoluzione umana? Cosa fa sì che oggi vediamo la sopravvivenza di concetti di linea produttiva nell’industria o del Senatore a vita nella politica? Dove c’è ancora bisogno di un comando e di un controllo centralizzati?

Leaders e Capitani, ovvero la fiducia

Si organizza una vacanza in barca ma i partecipanti non si sentono sufficientemente esperti, oppure si ha bisogno di una persona che si occupi della barca perché una barca costa e per godersela qualche settimana l’anno bisogna lavorare duro. Si cerca un capitano, uno skipper,ma in fondo cosa si cerca? Un decisore, un conduttore uno che sappia “come si fanno le cose”, un esperto dell’arte della navigazione. Si delega il comando a chi dovrebbe saper comandare, un leader nel senso posizionale del termine.

La legge gli attribuisce la responsabilità penale e civile della barca, i periti delle assicurazioni lo tormentano in cerca di ricostruire gli eventi, l’equipaggio smarrito e in difficoltà lo cerca con lo sguardo in attesa di ordini. L’ultima parola a bordo è la sua. Per essere rispettato deve dimostrarsi competente, proattivo nel fronteggiare i cambiamenti, rapido nel predisporre le manovre, ineccepibile sui risultati delle stesse, comunicativo nelle spiegazioni e nella ripartizione delle responsabilità. Magari non possiede il romantico tormento interiore di un Capitano Achab, l’inflessibilità del capitano di un brigantino delle Fiandre, o la spietatezza di quello al comando di una nave negriera portoghese. Nondimeno deve portare a termine il compito fino in fondo, con ogni mezzo e persona necessaria.

La barca è un mondo in scala ridotta, un microcosmo relazionale dove la presenza aleggiante del pericolo e dell’emergenza, gli spazi ristretti e la complessità delle manovre richiedono un’interdipendenza continua, gomito a gomito. C’è poca privacy, pochi momenti di pausa e raccoglimento. C’è un leader formale e dei subordinati in forte rapporto di dipendenza reciproca. Il leader si espone, ha l’autorità, non deve commettere errori. In poche parole ha in mano il potere.

Secoli fa questo potere era di vita e di morte, era un potere giuridico. Con l’ammutinamento sempre dietro l’angolo era un attimo per il capitano saltare fuoribordo e per la ciurma stabilire nuovi rapporti di potere, una auto-organizzazione. Come ci racconta splendidamente Bjorn Larsson in La vera storia del pirata Long John Silver il rapporto tra autorità e subordinati era una dinamica complessa a bordo dei velieri che solcavano i remoti e silenziosi mari nell’era delle esplorazioni e dei commerci con le nuove colonie. Una dinamica che continua a caratterizzare la Storia dell’umanità

L’unica possibilità per fare in modo che in barca (e in qualsiasi altro ambiente frequentato da umani, anche quelli virtuali) i rapporti gerarchici funzionino è la costruzione di un rapporto di fiducia tra equipaggio (“il capitano mi salverà, sa cosa fare”) e capitano (“posso delegare le responsabilità e quindi dormire in pace”). La relazione di fiducia si costruisce attraverso un dialogo costante dove gli atti – e non solo le parole – sono importanti.

Lo sanno bene i politici, che sulla costruzione della fiducia costruiscono le campagne elettorali. Lo stesso vale per prodotti (i politici possono considerarsi tali?), guru, personaggi carismatici, che sono costantemente soggetti alla reputazione al giudizio incrociato delle persone che grazie a Internet oggi hanno maggiori possibilità di espressione, di scelta, di vicinanza, di opinione. La fiducia è una cosa molto importante, bisogna ricordarlo sempre, e molto delicata, come sottolinea il detto “fidarsi è bene, non fidarsi è meglio”.

Scappati di casa, ovvero non fidarsi è meglio

Sempre frequentando i mari può capitare di imbattersi in una categoria particolare di capitano, annoverabile nella più ampia cerchia degli scappati di casa che ho iniziato ad analizzare altrove.

E’ al comando di un’imbarcazione che spesso conduce da solo, oppure è in compagnia di qualche altro personaggio al quale è legato da relazioni delle più varie (partner, amici, passeggeri, animali domestici).  Sono quei personaggi che se metti l’ancora troppo vicino a loro può essere che nel giro di un’ora se ne sono andati da un’altra parte. Amano scegliersi i vicini, così come i luoghi dove vivere e le attività da svolgere. Per loro i concetti di Stato e Diritto appartengono al linguaggio di un mondo quanto mai antiquato. Fare dieci passaggi in dieci dogane diverse, avere come casa una barca li mette in un punto di osservazione completamente estraneo ai normali concetti di sovranità. Quale dovrebbe essere la loro residenza? La loro nazionalità?

La bandiera che fa a caso loro è quella belga, la meno onerosa in termini burocratici e legislativi. Si spostano costantemente e prestano i loro servizi, il loro mestiere, dove capita e per chi capita, spesso attuano un’economia dello scambio e del dono, all’occorrenza piccoli contrabbandi, facendo la ”cresta” su alcuni prodotti seguendo la geografia della domanda/offerta. Sono persone che si fidano di se stesse, spesso dopo aver sperimentato i loro limiti, che apprendono continuamente a risolvere in prima persona i problemi.

Autosufficienza è il loro concetto chiave. Autosufficienza non vuol dire essere in grado di fare tutto da soli, in un delirio solipsistico, ma sapersi fare aiutare, saper stringere relazioni. Vuol dire essere coscienti che un certificato, un titolo, una posizione gerarchica, un’abile strategia di marketing, non garantiscono la tua reale competenza, la tua autorità in materia, ma che quelle si conquistano sul campo. Così, ancora una volta la fiducia si costruisce in un dialogo costante, di parole ma soprattutto di atti, attraverso relazioni genuine che vanno al di là dei ruoli e delle posizioni ricoperti. E quindi spesso non fidarsi è meglio.

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