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Così vicino, così lontano
Pubblicato da fabiobrunazzi in Mente 2.0, Società 2.0 il marzo 17, 2012
Che fine hanno fatto le distanze? Si sono diluite con la tecnologia e la tecnica, stinte nell’immediatezza . Oggi la lontananza non è più lontana. Non ci sono più luoghi o persone troppo lontane tutto oggi è immediato, a portata di click . Tutto ciò che un tempo era remoto ed esotico viene verso di noi, possiamo gustarlo, afferrarlo e sperimentarlo.
Distanza in tempo reale
La distanza tra fatti, esperienza, luoghi e la narrazione degli stessi sta tendenzialmente diminuendo. Oggi moltissime persone si fanno reporter di sè stessi e delle loro vite, parlano in prima persona nei social media, nei blog, attraverso contenuti multimediali. L’uso di una terza persona, di un alter ego, di un’identitità fittizia è nettamente meno diffusa di quanto paventato dagli studiosi dei nuovi media, psicologi in primis, che sin dall’emergere di questi nuovi strumenti di interazione sociale ci hanno sempre parlato di quanto siano rischiosi per i rapporti sociali e per l’identità individuale.
Ho passato gli ultimi tre anni vivendo in arcipelaghi remoti. In queste isole lontane dalla civiltà ho sperimentato stili di vita senz’altro differenti ma anche il vantaggio dell’essere quanto più autosufficienti possibile. Ma non ho certo vissuto nell’isolamento più totale, ho continuato a parlare con la mia famiglia settimanalmente, ho fatto acquisti online, visto film appena usciti nelle sale cinematografiche, ho studiato e collaborato con alcuni gruppi di ricerca e seguito i fatti di cronaca che più mi interessavano, senza esserne sommerso involontariamente. Questo non sarebbe stato possibile 10 anni fa. Le distanze di oggi non sono quelle di ieri ma sono pur sempre distanze, che mi hanno costretto ad uno sforzo maggiore nel narrarmi, per mantenere una connessione con gli altri. Quanto più l’esperienza e l’ambiente cambiavano tanto più trovavo necessario creare ponti tra prima e dopo, lontano e vicino, qui e là.
Non credo ci sia bisogno di attraversare oceani per sentire questa esigenza. Gli ambienti metropolitani, gli stessi luoghi di lavoro si stanno frammentando a tal punto che l’esigenza narrativa è una costante ben nota e studiata in differenti discipline, ma è soprattutto una pratica quotidiana. Le conoscenze e le informazioni di cui abbiamo bisogno possono non trovarsi nell’universo relazionale a noi più prossimo, bisogna andarle a cercare al di là, lontano ma vicino. Gli autori in questo blog narrano di alcuni mutamenti particolarmente interessanti, e lo fanno dal loro singolo punto di vista e a partire dalle esperienze quotidiane. Eppure spesso prendono spunti ed esempi da realtà distanti nello spazio i cui contenuti sono però a portata di mano e usufruibili. Anche qui su Leaderlessorg si creano ponti attraverso le narrazioni.
L’apertura alle narrazioni decentralizzate sta permettendo a molti di incontrare esperienze simili o antitetiche alla propria, un vero e proprio patrimonio di storie, un racconto delle vicissitudini di un collettivo sociale che cerca di ricostruire quelle radici comuni messe in crisi dall’abbattimento delle distanze
Un caso interessante
Qualche tempo fa Elisabetta Pasini ci ha consigliato di andare vedere un sito internet molto particolare. Si tratta di cowbird.com/ un contenitore di storytellers che qui trovano una piattaforma comune per creare e condividere le loro narrazioni. Secondo i creatori gli usi di cowbird possono essere molteplici anche se il più comune sembra essere: “Cowbird allows you to keep a audio-visual diary of your life, and to collaborate with others in documenting the overarching “sagas” that shape our world today.” I differenti utenti che scrivono in cowbird hanno la possibilità di entrare in un grande database di storie dove creare catene e contribuire a riscivere dal basso una cultura esperienziale collettiva. la catalogazione delle storie avviene attraverso Tags, data e luogo per rendere possibili la ricerca e il recupero da parte degli utenti o dei lettori contribuendo alla formazione ancora una volta di una libreria di sapere ed esperienza condivisa, una folksonomia di storie. La differenza con altri social network ben più popolari è descritta al suo autore Johnathan Harris, con queste parole:
‘Cowbird rappresenta l’antitesi di Twitter e di Facebook. Ci sono i fast-food e ci sono i ristoranti slow-food. Gli hamburger e le patatine fritte piacciono a tutti. Ma alla lunga ci rendono obesi. Provocano il diabete. Ci fanno ammalare. Sono convinto che certi siti di social network producano danni simili al nostro cervello. Dobbiamo imparare a mangiare meglio. Fuori di metafora … dobbiamo ricominciare a pensare.”
Condivisibile o meno, Harris non ha fatto altro che racchiudere in un contenitore un fenomeno che già aveva cominciato a prendere forma attraverso la pubblicazione di blogs e pagine personali e dalla necessità sempre più impellente di narrare le proprie esperienze. Quella necessità, vecchia quanto l’umanità stessa, di creare ponti per superare le distanze.
Fuori cornice
Pubblicato da stefano delbene in arte 2.0, Società 2.0 il giugno 15, 2011
E’ il titolo di un libro uscito qualche anno fa, dove si parla di arte, ma collocandola non nelle abituali cornici, ma fuori, nel mondo. Gli Autori, Alessandro Dal Lago e Serena Giordano, ci raccontano di ex voto esposti in Santuari Mariani, di scarpe appese ai fili del telefono, di street art.
E la Torre (o meglio le Torri) di Watts (un sobborgo di Los Angeles.) dove un immigrato italiano, Sabato (americanizzato in Simon o Sam) Rodia costruì, fra gli anni ’20 e gli anni ’50 del secolo scorso,con materiale di recupero delle torri alte fino,a trenta metri.
La storia della persona si trova, oltre che nel filmato, su Wikipedia (che prende una delle sue rare cantonate definendo Rodia un architetto, quando non era altro che un muratore), e quindi non mi dilungo sulla sua vicenda.
Quello su cui vorrei invece ragionare è che si tratta di una produzione artistica fuori dal circuito, oltre che dalle “cornici”. Si tratta dell’opera della persona che parte da materiale privo di valore, che costruisce, come lui stesso creca di spiegare “I build the tower people like, everybody come”, per fare piacere alla popolazione, ed infatti chiama la sua opera “Nuestro Pueblo”. Il nostro villaggio. Si tratta dell’opera di chi è privo di qualsiasi conoscenza tecnica, analfabeta o quasi. Solo mosso da una sua ispirazione, quella “di fare qualcosa di grande”, in un luogo marginale, il ghetto nero di Los Angeles, che conoscerà negli anni a venire numerose rivolte (che però non presero mai come bersaglio questa opera, segno della sua integrazione nel tessuto sociale) , ed ancora oggi è un’area depressa cotraddistinta dall’emigrazione.
In questa opera si può cogliere l’intelligenza fuori dagli schemi, anarchica e collettivista, il lavoro manuale, artigiano (premoderno), la modernità (i materiali e le modalità di costruzione sono gli stessi con i quali venivano eretti i grattacieli) ed il post-moderno (l’uso dei materiali di recupero, il progetto che si sviluppa nel corso dell’opera), il bricolage.
In un percorso di singolare appropriazione e riconoscimento pubblico di un’opera privata. Tutto ciò a cosa ci fa pensare?
Un ringraziamento a Sabina
Fratelli d’Italia
Pubblicato da Paolo Bruttini in Emozioni 2.0, Organizzazione 2.0, Potere 2.0 il marzo 9, 2011
Se parliamo di organizzazioni, senza leader, o meglio senza capi, allora bisogna chiedersi che fine fanno i capi. Poiché è facile immaginare che organizzare risorse significa fare i conti con il potere, organizzazione e management sono cose procedono di pari passo. Ma noi sosteniamo in queste pagine che le strade possono divergere, dunque il problema è dove vanno a finire i capi, quelli che c’erano prima, all’inizio della storia.
Mi sono posto questa domanda perché sto leggendo il bel volume di Kaes Il complesso fraterno edito presso Borla (2010). Sono arrivato a questo volume per un’intuizione che riguarda il legame tra i codici affettivi e le organizzazioni 2.0. Mi sembra che se le organizzazioni tradizionali del tipo comando e controllo sono caratterizzate dai codici paterno e materno, lo stesso non si possa dire delle nuove organizzazioni. Sono paterne le organizzazioni in cui prevale la performance o il rispetto delle regole. Materne quelle in cui prevale la cura e la solidarietà. Mi sono confrontato con il mio amico Massimo Bellotto autore nel 1991 insieme a Giancarlo Trentini del bel modello sulle culture organizzative da cui ho tratto questa concezione. Concordiamo nel ritenere che il nuovo scenario preveda l’avvento di un nuovo codice affettivo: quello fraterno. Stiamo cioè assistendo allo sviluppo in questa nuova fase di modelli relazionali non più ispirati ai codici affettivi propri del triangolo edipico (paterno e materno) ed al complesso corrispondente, per usare un linguaggio psicoanalitico. Le nuove organizzazioni vedono il prevalere di un altro complesso la cui natura è ancora oggetto di studio: il complesso fraterno.
Nella lettura che ne dà Kaes il complesso fraterno è un organizzatore psichico inconscio del legame fraterno. Il legame fraterno è il rapporto affettivo che si stabilisce con i pari, nei gruppi, all’insegna della cooperazione, ma anche della rivalità, del conflitto e della solidarietà. La tesi ardita dell’autore è che tali relazioni, che noi conosciamo o che abbiamo sperimentato, derivino da un complesso (fraterno) di importanza analoga a quello di altri complessi oggetto dell’indagine psicoanalitica: quello edipico sopra tutti. In altre parole questo significa che il nostro abitare le nuove organizzazioni P2P ha a che fare con il rapporto che ognuno di noi ha con i fratelli, reali o immaginari, che abbiamo interiorizzato. Intrusione, rivalità, invidia, gelosia, desiderio, sfida sono le dimensione che la fratria ci impone di considerare.
Un tema importante è anche l’elaborazione della morte dei genitori, che rappresenta la dimensione di confine tra i vecchi ed i nuovi modelli organizzatori del legame in una famiglia. L’analogia con l’impresa è del tutto necessaria. Introdurre i temi P2P in un’azienda significa fare i conti con la scomparsa delle figure paterne o materne. Padri e madri che potrebbero non aver nessuna voglia di cedere il passo, e dunque importare nella scena psichica fantasie di persecuzione e vendetta. Questo è il motivo per cui le community di certe aziende repressive non decollano, nonostante le buone pratiche di coinvolgimento di gruppi di redattori, autocandidati come promotori della community stessa. Questo può essere uno dei motivi per cui si teme di esprimere il proprio punto di vista, concependo una relazione non solo gerarchica, verso padri e madri che non ci stanno a farsi da parte. Questo è il motivo dell’energia esorbitante che ho rilevato personalmente nelle poche imprese autenticamente 2.0 in Italia. Casi isolati che sono possibili perché i capi si pensano, usando il nostro linguaggio, più come fratelli maggiori, che come padri (o patrigni). Pronti a favorire l’espressione, la scoperta, il desiderio, il divertimento. Pronti a fare i conti, con l’invidia, la gelosia, la rivalità che la relazione tra fratelli comporta.
Allora mi viene da dire “svegliamoci” come diceva Benigni nella serata sanremese. Libertà, uguaglianza e fraternità nel segno di una rivoluzione di pari.
Una Chiesa senza preti? Succede in Belgio…
Pubblicato da fabiobrunazzi in Eventi, recensioni, Organizzazione 2.0, Società 2.0 il novembre 27, 2010
Consiglio la lettura di questo interessante articolo, ci si può autorganizzare anche in Chiesa!
La tradizione democratica
Pubblicato da paolovicenzi in Potere 2.0 il novembre 18, 2010
Sto finendo di leggere un interessantissimo libro, “La funzione dell’orgasmo” di Wilhelm Reich; è l’opera più importante (insieme all’”Analisi del carattere”) e più famosa di questo istrionico e geniale autore,e ha come argomento centrale la trattazione della dipendenza diretta tra salute psichica e potenza orgastica. Ma non è di tale relazione che voglio parlare.
Nell’introduzione di questo scritto Reich (da buon studioso delle masse) fa un discorso di ampio respiro riguardante la democrazia. La definisce, descrive le dinamiche in essa contenute, e poi ragiona su una cosa: “La vera democrazia” dice Reich, “è un processo di lotta continuo, con i problemi posti dall’incessante sviluppo di nuove idee, di nuove scoperte e di nuove forme di vita. Lo sviluppo verso il futuro è ininterrotto e in interrompibile, soltanto quando ciò che è vecchio e senescente –ciò che ha svolto il suo ruolo a un livello precedente dello sviluppo democratico- è sufficientemente saggio da far posto a ciò che è giovane e nuovo e da non soffocarlo richiamandosi alla dignità o all’autorità formale”.
Da pisciarsi dalle risate.
Questo austriaco vissuto 70 anni fa intende come positivo, florido, arricchente per un sistema sociale democratico, il fatto che “ciò che ha svolto il suo ruolo” debba essere sufficientemente saggio “da far posto a ciò che è giovane e nuovo”, e deve addirittura evitare di non nascondersi dietro a sistemi formali e burocratici, in cui troverebbe certamente scappatoie per incrementare il proprio potere (certo le ha messe lui). Per garantire un sistema democratico, ciò che è passato, obsoleto, non più aderente alla realtà, non più adatto ad affrontare le problematiche correnti, deve farsi da parte per poter far affermare nuove forme organizzative che, grazie a diverse chiavi di lettura, diverse visioni, diversi strumenti, conoscenze, modi di fare, hanno possibilità di riuscita. Non “maggiori possibilità di riuscita”, ho detto “possibilità di riuscita”.
Quindi questo psicologo, tra l’altro scomunicato e morto da pazzo (cattiveria inventata e infondata), non ha alcun rispetto per la tradizione?! Non esattamente.
“La tradizione è importante” dice l’orgonomista, “essa è democratica quando adempie alla sua funzione naturale che consiste nel trasmettere alla nuova generazione le buone e cattive esperienze del passato, cioè nel metterla in condizione di imparare dai vecchi errori, e di non commettere di nuovi dello stesso genere. La tradizione uccide la democrazia quando non lascia alla nuova generazione la possibilità di scelta, quando tenta di imporre che cosa debba essere considerato <buono>o <cattivo>. La tradizione dimentica spesso e volentieri di aver perso la capacità di giudicare ciò che non è tradizione.”
Altre risate (isteriche).
Trovo difficile immaginare uno scenario in cui la “tradizione uccide la democrazia”, in fin dei conti chi scrive lo fa nel periodo fascista, per di più in Austria; oggi siamo in un altro mondo, c’è più libertà, ci sono più possibilità, è evidente che l’avvertimento lanciato in questo libro è stato accolto. Per fortuna che in 60 anni si è riusciti a progredire, a evolvere e a auto- organizzarsi in base ai meriti, alle conoscenze, ai risultati ottenuti.
Meno male che la “tradizione non ha ucciso la democrazia”, se no pensate come saremmo messi.
Bollenti spiriti
Pubblicato da Elisabetta Pasini in Organizzazione 2.0, Potere 2.0, Società 2.0 il novembre 2, 2010
BOLLENTI SPIRITI
Bollenti spiriti, principi attivi, cosa vi fanno venire in mente queste parole? forse una rock band, o un serial tv, oppure una marca di detersivi…. certamente non pensate a un assessore…. Eppure si tratta proprio di questo: Bollenti Spiriti è un servizio dell’assessorato alle politiche giovanili della Regione Puglia nato nel 2005 per sviluppare le risorse giovanili del territorio “partendo dal basso”, per usare un termine forse abusato ma sempre gradevole, e Principi Attivi è un nuovo bando di concorso sviluppato dalla regione per il finanziamento diretto di progetti ai giovani. Ho scoperto Bollenti Spiriti di recente, anche se Annibale D’Elia che fa parte del team è un amico di lunga data: abbiamo iniziato il progetto, dice Annibale, ponendoci una domanda fondamentale: ci siamo chiesti non perchè i giovani se ne vanno dalla Puglia, ma perchè ci rimangono. Perchè, nonostante la disoccupazione, la mancanza di prospettive, l’arretratezza culturale, la televisione, Padre Pio, ci sia ancora qualcuno che pensa di poter fare qualche cosa di interessante quaggiù; e soprattutto, che cosa pensa di poter fare.
Non voglio raccontarvi tutto quello che ha fatto e che sta facendo il team di Bollenti Spiriti, lo scoprirete da soli se ne avete voglia, anche perchè trovate un sacco di cose su di loro sul web. Voglio solo prendere in prestito da Annibale qualche concetto che ha introdotto nelle sue interviste, e che mi ha colpito particolarmente perchè, udite udite, fa pensare che la leaderless org si stia facendo strada persino nella pubblica amministrazione… e allora forse, dopo tutto, non è un’idea così bizzarra, no? Ad esempio, dicono i BS che bisogna porsi come obiettivo l’eliminazione della divisione tra chi sta dentro e chi sta fuori – dalle stanze del potere, si intende – distinzione non solo ingiusta, ma anche anacronistica e anti-economica, e fare in modo che le risorse arrivino direttamente a chi ne ha bisogno e soprattutto a chi ha un progetto in testa. E l’unico modo per farlo è coinvolgere direttamente e per davvero i giovani, andandoli a cercare sul territorio e cercando di capire che cosa hanno in mente ma anche nel cuore, perchè “quando vuoi bene davvero a qualcosa non accetti che qualcun altro decida per te”.
Mi viene in mente allora che forse bollenti spiriti significa capire “cosa bolle in pentola” rivolgendosi allo spirito, alle idee, alle speranze, di tutte quelle generazioni che nonostante i bei discorsi sulle politiche giovanili sono costrette da troppo tempo a stare alla finestra a guardare “la banalità del male”, se mi lasciate passare la dotta citazione, che si muove indifferente intorno a loro.
Tutto questo somiglia in modo impressionante a ciò che sostiene il mio amico David Graeber, nel suo libro “Frammenti di un’antropologia anarchica”: che, quando chiedi un pò in giro, tutti pensano che l’anarchia sia una bellissima cosa, ma che tuttavia sia un’utopia irrealizzabile. Perchè sarebbe bellissimo poter vivere in un mondo dove tutti possono contribuire a prendere decisioni in modo comunitario, autonomo e responsabile, senza un centro di potere che decide per tutti, senza prevaricazioni e senza privilegi, ma purtroppo questo è impossibile. Ma, se ci giriamo indietro a guardare il nostro passato remoto, vediamo che è stato possibile eccome per un bel pò di tempo nella storia dell’umanità. E se riflettiamo bene pensando al nostro futuro, non possiamo non vedere come il modello decentrato del web, fondato sulla condivisione delle idee e sulla responsabilità sociale sia molto più funzionale del verticismo gerarchico statalista, che irrigidisce e porta all’immobilità.
Tornando a BS, tutto questo emergere di creatività e di nuovi progetti nel mondo giovanile – che ci sono davvero, vedere per credere - farà della Puglia una nuova California? Assolutamente no, risponde Annibale al cronista che gli fa questa un pò scontata domanda, l’obiettivo non è diventare la California, ma diventare la Puglia, cioè vedere come delle cose un pò astratte come innovazione, rete, progettualità, possono diventare delle cose vive che entrano a far parte della vita quotidiana delle persone e alimentano le loro speranze verso il futuro.
Open source
Pubblicato da Paolo Bruttini in Società 2.0 il marzo 9, 2008
Tutto, o quasi, inizia per un evento importante accaduto nel 1991. Un programmatore finlandese di nome Linus Torvalds in quegli anni stanco di utilizzare sistemi operativi instabili e sostanzialmente inadeguati al suo pc di allora (un 80386 !) decise di provare a sviluppare una nuova versione modificata del sistema operativo UNIX, ben noto e diffuso sui grandi computer. Era uno studente universitario, ben deciso a divertirsi ed imparare cose nuove. La leggenda narra che lui abbia condiviso i sorgenti del suo nuovo software con un decina di amici programmatori. Ben cinque di questi gli restituirono delle modifiche sostanziali al suo lavoro. Da qui Linus ebbe l’idea di rendere disponibile il suo prodotto con una GPL (General Public License). Il nome scelto fu Linux. Fu l’inizio di una rivoluzione. Il patto era: mettere a disposizione i sorgenti (ovvero tutto ciò che serve per modificare e far evolvere il software) purché il destinatario non ne traesse vantaggio economico, e poi con l’impegno morale di restituire alla comunità i propri miglioramenti. In breve tempo (sono passati 17 anni) milioni di programmatori del mondo hanno cominciato a lavorare del tutto gratuitamente su Linux e per di più ciò è avvenuto con una dinamica progressiva di scambio e di crescita della comunità. Questo fenomeno descrive una cultura emergente : la cultura Open source. Cosa è ? Open source è un’idea controcorrente rispetto alla logica capitalista, basata sulla proprietà privata, intellettuale e materiale. Nell’OS se io ho un’idea, un prodotto, una conoscenza, posso decidere di regalarlo alla comunità, nella certezza che qualcuno mi restituirà qualcosa. Se desidero dare un contributo, donare agli altri, sulla rete è sempre più facile trovare qualuno che riconosce e valorizza il mio dare. Nel lungo periodo questa è strategia vincente, perché si acquisisce valore, visibilità e riconoscibilità, quanto più il materiale che mettiamo a disposizione è di qualità e proprio per questo circola. Tutto ciò è vero non solo per gli informatici, ma per la rete in generale. Si pensi a Wikipedia, di cui abbiamo parlato il blog precedente. L’open source ha già cambiato la nostra vita.![]()
Leaderlessorg. Perché un blog?
Pubblicato da Paolo Bruttini in Mente 2.0, Organizzazione 2.0, Potere 2.0, Società 2.0 il febbraio 22, 2008
Partiamo con il blog Leaderlessorg.
Dallo scorso anno ho cominciato a studiare alcune strane e nuove organizzazioni. Hanno un caratteristica fondamentale: si basano sullo scambio disinteressato, sulla voglia di donare agli altri, ai membri della comunità. Non c’è contropartita, utilità apparente. O meglio c’è, ma non esiste una relazione diretta tra ciò che offro e ciò ricevo. Tutto ciò si chiama cultura wiki.
Wiki da wikipedia, ovvero la più straordinaria enciclopedia on line esistente, figlio dei contributi disinteressati dei navigatori sulla rete. 2.000.000 di termini in inglese, più di 400.000 in italiano e via di seguito, recordo dopo record. Il tutto all’insegna di un’attendibilità vicina a quella dell’Enciclopedia Britannica.
Allora mi è venuta voglia di prestare attenzione alla cosa, approfondirla. Mi sembra interessante capire in che modo un’organizzazione senza gerarchia riesca a costruire valore. In definitiva si tratta di un’azienda senza capi, basata sulla voglia delle persone di starci dentro.
Ho avuto l’idea di un seminario di Ariele, in cui parlare di questo. Ma come farlo? nello spirito wiki, ho pensato sarebbe stato interessante progettarlo insiemead altri sulla rete. Con chi ci sta. Senza mediazioni e filtri. Con lo spirito della scoperta e della voglia di sorprendersi ed imparare, lasciandosi condurre dal caso o dalla comunità.
Come lavoriamo? Io svolgerò la fuzione del facilitatore. Lancerò in un prima fase una serie di stimoli: concetti, materiali, siti, ispirazioni. Credo, spero, che gli utenti del blog, abbiano voglia di lasciare un commento nel blog. Con estrema libertà, nello spirito leggero e speranzoso di dare un contributo e di non dover fare dell’accademia. Ciò che si lascia deve servire agli altri. Il mio ruolo nel blog cambierà col tempo (posso immaginare) . Probabilmente si genererà una comunità ristretta di affezionati che comincerà ad usare questo blog come luogo di scambio e di apprendimento. Per questi e per tutti coloro che vorranno ci sarà la possibilità di dedicarsi alla progettazione di un seminario di una giornata in giugno sul tema delle “leaderlessorg”. Io non so cosa succederà in quella giornata. Ho una mia idea certo, ma non è così determinante ora.
Quello che voglio fare è cominciare a raccontarvi le scoperte che ho fatto sulle organizzazioni senza leader.



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