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Siete anche voi il 99% ??
Pubblicato da fabiobrunazzi in Potere 2.0, Società 2.0 il ottobre 3, 2011
Stavo discutendo via Skype con un’amica di New York che mi ha parlato di questa protesta in atto di fronte a Wall Street. Questo due settimane fa. Me ne parlava con tono preoccupato, come chi teme rappresaglie o scenari pre-apocalittici. Oggi mi dice che sabato sera c’è stato un arresto di 700 persone che tentavano di occupare il ponte di Brooklyn, il tutto con una tecnica molto ingegnosa da parte della NYPD: in pratica una sorta di accerchiamento con un telo, un pò come si fa con cervi nelle riserve per contarli e mettere loro i trasmettitori. Poi apro il sito del corriere della sera e trovo la notizia. Che ha già rimbalzato per tutto il pianeta. D’altronde come può un arresto di massa nel cuore finanziario degli Stati Uniti passare inosservato?
La parte buffa del racconto è che il tutto nacque in un parco lì adiacente, Zucotti Park, conosciuto come “Liberty Plaza” fino all’11 Settembre. Un gruppo di individui piuttosto giovani, chiamateli anarchici, indignati, anti-capitalisti, in pratica di campeggiatori urbani ha iniziato ad accamparsi come forma di protesta. E sapete cosa succede nei parchi pubblici di New York? Internet gratis e a banda larga. Quindi senza un movente ben chiaro, ma con le armi che hanno fatto crollare governi in Tunisia, Egitto e Libia, un gruppo di punkabbestia (scusate il milanesismo) ha portato ad un protesta di massa, coinvolto celebrità e sindacati organizzati, attirato il supporto di popolari comici (qui un video di Jon Stewart sostenitore dichiarato), e provocato una reazione di forza da parte della polizia con tanto di arresto spettacolare. Susan Sarandon è apparsa e ha rilasciato interviste e sono certo che da qualche parte deve esserci pure l’immancabile Sean Penn. Qui forse Pisanu potrà sorridere e considerarsi l’estirpatore di ogni forma di eversione grazie alla sua stupida legge sul wi-fi.
Stando alla mia fonte newyorkese da un primo campeggio si è passati a creare il sito occupywallst.org e da lì un’identità: il 99% che non tollera più l’avarizia e la corruzione dell’1%. Sembra la lotta di molti contro pochi se diamo ragione ai numeri. Siamo il 99%, così si definiscono gli attivisti e dai primi giorni di protesta (siamo arrivati a 16) l’effetto domino è stato devastante, con nuove iniziative clone in tutto il paese, come Occupy Chicago. Su wikipedia c’è già una timeline della protesta. In questo 99% devono esserci anche gli appartenenti al sindacato dei Piloti di aerolinee (Union e Continental in prima linea) che il 27 settembre sono scesi in protesta tutti agghindati nelle loro uniformi di fronte a Wall Street, ormai diventata il simbolo e la fonte di ogni male odierno.
La cosa preoccupante è che l’1%, che non si sa bene chi siano e certo oggi si guardano bene dall’uscire allo scoperto,tace e osserva. Probabilmente penserà che delle povere zecche fastidiose si prenderà cura la polizia come sempre. E che come è sempre successo nulla cambierà. Ma mi sembra di poter dire che se l’arena della protesta diventa Wall Street, il simbolo del potere finanziario, allora la crisi non è più soltanto una questione di dollari bruciati e conti che non tornano, quanto un crollo totale di consenso e fiducia. Dobbiamo stare tranquilli?
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Si ringrazia KZ da New York per le preziose informazioni.
Lavorare di meno grazie alle tecnologie del web (!?)
Pubblicato da fabiobrunazzi in lavoro 2.0, Società 2.0 il luglio 4, 2011
Da qualche decennio, da quando cioè i computer hanno preso prepotentemente il controllo delle transazioni informative all’interno delle organizzazioni, tutti avrebbero pensato a un progressiva diminuzione delle ore lavorative, magari senza decurtazione nel salario, visto che la produttività in teoria non ne avrebbe risentito. Un’equazione semplice: fintanto che si riesce ad aumentare la produzione, finchè si vende, la tecnologia non porta disoccupazione, la forza lavoro rimane costante e quello che si allarga sono i volumi di produzione, i mercati. Peccato però che i mercati non possano in generale espandersi all’infinito, e qualche frattura nel sistema finanziario ci ha anche fatto capire che le ottiche di investimento non sono più sufficienti al grado di miopia di oggi.
Perchè oggi con sistemi informativi da brivido l’impiegato medio continua a fare i turni di 8 ore? Come quantifichiamo oggi la produttività rispetto alle mansioni, quindi l’orario salariato? Stare in ufficio otto ore mi è sempre sembrata una tortura. Forse ero io ad essere troppo rapido o troppo sbrigativo e superficiale nel lavoro che svolgevo. Ricordo alcuni casi e cioè in concomitanza di flussi lavorativi eccezionali che in alcuni settori avvengono stagionalmente o comunque a singhiozzo dove i carichi di lavoro mi sembravano potersi e doversi spingere a occupare tutta la mia giornata, anche per più di otto. Ma questo mai un anno intero, a meno che io abbia sempre e solo frequentato organizzazioni pigre. Pensare che organizzazioni di anche 80 persone necessitino il loro impiego ininterrotto per otto ore tutti i giorni mi sembra indice di inefficienza. Gli scandali dei dipendenti pubblici di Arezzo che si assentano impunemente a fare le loro commissioni (i famosi “porci comodi”) è indicativo: ma in fondo in ufficio, cosa avevano da fare?
La rivoluzione tecnologica ha portato nel corso dei secoli ad una progressiva diminuzione delle ore annue dedicate al lavoro ( dalle 3000 ore l’anno di inizio secolo alle 1700-1800 ore di lavoro di oggi). Siamo forse arrivati al minimo storico? Perchè non si può ulteriormente scendere? E perchè costringere in cattività lavoratori anche se inoccupati parte della giornata? Tanto poi lo sappiamo che passano il tempo sui social network o alle macchinette del caffè.
Nelle ultime settimane ho fatto alcuni colloqui di lavoro da casa via Skype e un amico mi faceva notare come un candidato (ma anche un esaminatore) potesse, sotto il suo mezzo busto incravattato e ingiacchettato, stare in mutande e con i piedi in ammollo nel pediluvio continuando a mantenere un’aura di rispettabilità.
Una plausibile soluzione agli enigmi del binomio vita-lavoro sembra essere offerta dal mai decollato telelavoro o in genere dalla non-assenza creata dalle tecnologie connettive. Se possiamo lavorare ovunque e dovunque (non per tutti, ma per molti) allora non smettiamo mai di lavorare, siamo sempre on e mai off. Il problema dell’orario di lavoro passa in secondo piano dato che possiamo lavorare a tutte le ore, ci viene chiesto di risolvere problemi alle 10 di sera, o al cinema, nella pausa tra primo e secondo tempo. E in più nel mio “tempo libero” intrattengo relazioni informali tramite i social network che a parte per qualche grigio e vetusto dirigente (chi in Italia normalmente detiene il potere) producono benefici effetti di ritorno per l’azienda stessa in termini relazionali, di problem solving e di diffusione delle informazioni. Il grigio e vetusto dirigente però ha il costante terrore dell’autonomia, se chi lavora non visto da qualche altra parte faccia delle pause più lunghe del necessario, se rispetta i tempi convenuti, se esegue correttamente il compito affidatogli. E così moltiplica i controlli, o meglio continua a utilizzare quelli in atto da tempo, le catene e i lucchetti dei rematori di galere.
Il problema è spinoso, lo riconosco c’è ancora in giro chi non può fare a meno di sentirsi un Padre controllore, invece che un Peer, un fratello con cui condividere le missioni e su cui fare complice affidamento.
Quindi, tuona la voce del Padre, in questa Casa come si fa da sempre si entra alle 9 e si esce alle 18, siamo d’accordo!?
Chi sono io?
Pubblicato da fabiobrunazzi in Emozioni 2.0, Mente 2.0 il maggio 16, 2011
Mentre rispondo a offerte di lavoro in giro per il mondo (lavorando su yachts ho circa il 73% della superficie terrestre come campo d’azione), mi chiedo cosa stia cercando davvero, se l’essere flessibile e pronto a partire per qualsiasi destinazione nasconda una confusione mentale e di identità. Passo moltissimo tempo a leggere e rispondere a offerte, su siti specializzati, frequento annunci di forum, insomma surfo la Rete per cercare un posto dove surfare veramente le onde. Un giorno fremo perchè mi assumano in Indonesia, un altro sogno le aragoste e il clima malinconico della Nuova Scozia e del Maine, un altro ancora spero di essere su un catamarano che organizza safari per kitesurfisti a Tobago. Gli annunci di lavoro su internet sono un bel modo per far correre l’immaginazione.
Come usiamo la tecnologia in relazione alla vita e alla professione che svolgiamo? Per alcuni la Rete e i suoi supporti tecnologici sono dei moltiplicatori di identità e di opportunità per altri uno strumento attivo di costruzione e mantenimento di un’ identità che è molteplice. Da un lato abbiamo quindi una dispersione e frammentazione della personalità, , potenzialmente spaventosa, dall’altro un collage di parti di sè che possono coesistere e dar conto di una complessità ineliminabile. In che modo le mie differenti entità digitali rispecchiano le mie esigenze e l’immagine che voglio dare di me? E’ tutto veramente possibile?
Credoche su questo terreno si stia già giocando una sperimentazione rapidissima, sono gli stessi individui a giocare e a giocarsi seguendo spinte più o meno inconsce e inconsapevoli. Avere differenti identità è segno di ipocrisia o di falsità? O una risorsa per far emergere il lato di sè più appropriato a seconda dei contesti e degli interlocutori? Oggi mi sembra che siamo di fronte a un gioco teatrale, dove indossiamo maschere ma soprattutto possiamo sviluppare queste maschere, attraverso interfacce digitali, suoni, foto, video. Sviluppando il profilo di un social network mettiamo in evidenza peculiarità o mostriamo quello che vogliamo di noi. Si può addirittura modificare il proprio profilo a seconda dell’offerta di lavoro cui si decide di rispondere, come un tempo si facevano limature e tagli sul CV.
Attraverso la ricostruzione costante di sè, quotidiana nel caso dei social network, possiamo rivitalizzare strati dimenticati, trascurati della nostra esperienza passata, riunificare campi dell’esperienza che apparivano come scissi, separati. Oppure semplicemente apparire come desideriamo che gli altri ci vedano, quindi immaginarci.
Dove trovare un contenitore per tutte queste identità e parti di sè attivate nelle interazioni social? Credo che la rete stessa possa portare delle soluzioni a questi problemi. Iteragire attraverso social media ispira una certa riflessività su se stessi e su quello che sta succedendo, il tutto attraverso un modalità immediata e spontanea.
Chi sono io? Dipende da chi me lo domanda.
Reti e Rizomi… se le radici non piacciono ai nomadi…
Pubblicato da fabiobrunazzi in Mente 2.0, Società 2.0 il luglio 17, 2010
“Noi che siamo senza dimora [...] Noi proviamo disapprovazione per tutti quegli ideali che potrebbero portare qualcuno a sentirsi a casa propria persino in questo fragile, frammentato
periodo di transizione. [...] Noi che siamo senza dimora costituiamo una forza in grado di spezzare il ghiaccio e tutte le altre “realtà” troppo sottili.”
Friedrich Nietzsche
“Il mondo in cui viviamo oggi appare rizomatico o addirittura schizofrenico, tanto da richiedere, da un lato, teorie della rootlessness – ovvero dell’‘assenza di radici’ –, dell’alienazione e della distanza psicologica tra individui e gruppi, dall’altro, fantasie (o incubi) di ubiquità elettronica”.
Arjun Appadurai, Disjuncture and difference in the global cultural economy, in Patrick Williams
and Joan Scott, eds., Colonial Discourse and Post-Colonial Theory, New York, Columbia University
“La parola d’ordine, diventare impercettibile, fare rizoma e non mettere radici” Deleuze Differenza e Ripetizione, 1968
Molti oggi parlano di un neo-nomadismo, dato dalla crescente mobilità permessa dallo sviluppo dei mezzi di trasporto, dalla possibilità di comunicare in ogni parte del globo ma anche da un atteggiamento attivo degli individui. Come sempre c’è chi è “costretto” a spostarsi, dalla mancanza di lavoro o per motivi politici, ma la fuga, il dislocamento spaziale non sono da considerarsi atteggiamenti passivi. Il biologo francese Henri Laborit sosteneva che la fuga è uno dei mezzi possibili per sottrarsi al dominio, per mantenere la condizione necessaria all’essere che è agire. Sottrarsi all’immobilità, alle gabbie fisiche e culturali attraverso il movimento.
Sto vedendo nei miei continui spostamenti che di fuggiaschi è pieno il mondo. E’ un fenomeno che si verifica da tempo. Il nomade, il vagabondo, il pellegrino sono sempre esistiti ma mutano la loro forma con lo scorrere del tempo. Oggi il vagabondo ha con sè un laptop, uno smartphone o quantomeno sa come usarlo e vaga in cerca di wi-fi spots per rimanere in contatto con la rete che va disseminando nei suoi spostamenti. Sembra che Starbucks rappresenti oggi il punto di incontro privilegiato per tanti girovaghi grazie alla libera e potente connessione offerta da questa catena della ristorazione e al costo relativamente economico di una tazza di cafè o di un donut. Sembra che rappresenti il luogo ideale per lo startup di nuovi progetti internet-based e forse un giorno potremo leggere sull’agenda “meeting 11 a.m. @Starbucks Barcelona”.
Amicizie e affetti, offerte di lavoro, trasferimenti bancari, il tutto a portata di click, anche per chi non ha una presa telefonica piantata nel muro di casa, anche per chi come me una casa non ce l’ha. Per alcuni è il viaggio, per altri un meeting di lavoro, per molti ancora la ricerca di una dimensione nuova grazie all’incontro con il nuovo e il diverso. La dimensione esistenziale di questo stile di vita poggia sulla mancanza di radici (rootlessness) degli individui. Credo che si possa parlare più correttamente di un tipo diverso di radici. Non più radici che vanno verso il basso, in profondità, ma radici che si estendono lungo la superficie (i millepiani direbbe Deleuze) connettendo punti dello spazio lontani tra loro, rendendo più piccolo il Mondo. L’uomo ha creato la rete e come un ragno si muove lungo i suoi nodi ampliandone l’estensione e facendo manutenzione, chissà, forse per catturare un pesce grosso o forse solo per il gusto di scoprire che si può aggiungere un nodo, un volto, un luogo alla propria memoria e al proprio presente.
La conoscenza proibita
Pubblicato da fabiobrunazzi in Eventi, recensioni il settembre 24, 2008
Socializzo un articolo pescato dalla rete. Si tratta di un draft di Mario Rotta per una prossima pubblicazione Franco Angeli e il tema è quello della conoscenza in Rete. Ne vengono analizzati miti, realtà, ma anche architetture funzionali e interessanti spunti riflessivi.
Social networking
Pubblicato da Paolo Bruttini in Mente 2.0, Società 2.0 il aprile 27, 2008
In tutti modi in rete si scambia, ci si conosce, si mettono a disposizione materiali.
Vi cito alcuni degli strumenti, tra i tanti che sono utili per il social networking. Sono quelli mi sembra più conosciuti ed utilizzati, ma invito tutti ovviamente ad allargare i punti di vista.
Gli strumenti per la messa in comune dei materiali sono molto numerosi. Alcuni sono generalisti come Myspace. Praticamente ognuno iscrivendosi ha a disposizone spazio disco per fare blog, mettere in comune musica, video, foto e tutto quello che viene in mente agli utenti. Soprattutto vi sono molti gruppi di discussione in cui darsi appuntmento e fare converszione sugli argomenti più svariati.
Altrettanto famoso e in forte crescita è facebook. Nato per mettere in contatto gli studenti dei licei e delle università americane conta oggi circa 60 milioni di utenti. In un articolo della rivista Internazionale di fine febbraio, si dice che i proprietari di facebook siano accusati di vendere i dati degli utenti alle multinazionali.
In un ricerca sui siti di social networking più veloci il migliore pare si faceparty. I suoi 6 milioni di utenti lo rendono molto più agile da far girare. Deludono invece Twitter (studiato per i cellulari), last.fm, windows live space, friendster.
Il sito flickr invece è un potentissimo strumento di photo sharing. Collegarsi al sito, mettere una parolina nel motore di ricerca e verranno fuori tutte le foto che contengono la parola nelle tag. Cos’è una tag? Lo dico giusto per i neofiti, è un metodo per classificare le informazioni sulla rete. Tag vuol dire coda. Si tratta di attaccare all’oggetto ad esempio la foto, il filmato delle parole che consentono di rintracciarlo. Sinteticamente si tratta di uno dei metodo più evoluti di creazione di conoscenza collettiva. Una leaderless knowledge.
Linkedin invece è un sistema di social networking prevalentemente professionale. Questo è il mio profilo pubblico su linkedin. Per linkarsi a me e ad altri 20 milioni di soggetti che hanno un profilo fino ad oggi nel mondo (dati marzo 2008) bisogna creare il proprio profilo e cominciare a creare “link” con perosne conosciute. Il sistema dopo tutto supporta una delle modalità più vecchie del mondo per creare comunità ovvero
se sei amico di un mio amico, sei mio amico
Ad esempio le 40 persone collegate a me a loro volta sono collegate a centiania, migliaia di altre. Questo significa che attraverso questo strumento diventano per me evidenti le potenzialità che la mia rete mi offre. Non solo. Mediante il motore di ricerca posso cercare ad esempio il presidente degli Stati Uniti e scoprire che tra me e lui ci sono 4 gradi di separazione (avrei alcune cose da dirgli…).
Due utleriori siti di SN mi piacciono molto.
Il primo è delicious. Come sapete se amiamo un sito e desideriamo ritrovarlo in fretta, basta inserirlo nella lista dei preferiti. Facilmente lo ritroveremo cosultando questa lista nel nostro browser. Delicious mette a disposizione un sistema per condividere i preferiti con tutti gli utenti della rete. Collegandosi al sito e immetendo una prola nel motore di ricrca verranno fuori tutti i siti “taggati” con quella parola. Immettendo Ariele si troveranno alcuni link, tra cvui uno immesso da me al sito dell’associazione italiana di psicoanalisi che promuove il nostro blog.
Nello stesso spirito del precedente il sito librarything dà la possibilità di mettere in comune i titoli dei volumi che si possiedono fisicamente oppure di quelli a cui ci si sente vicini intellettualmente o affettivamente. Ad esempio se inseriscono nella ricerca le tre parole chiave (tag) leadership, management, organizzazione vengono fuori due volumi. Quello da me curato per Ariele Capi di buona speranza, e che io stesso ho inserito nel sistema, e un altro “Getting things done” che è stato segnalato da pià di 3000 lettori (con commenti e rating). Un potente sistema per stabilire relazioni, fare ricerca, studiare nuovi temi.
Emerge da questa piccola rassegna ancora una volta come nel web 2.0 il punto fondamentale è lo scambio e la condivisione, molto più della conservazione.







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