Leaderlessorg. Perché un blog?


Partiamo con il blog Leaderlessorg.

Dallo scorso anno ho cominciato a studiare alcune strane e nuove organizzazioni. Hanno un caratteristica fondamentale: si basano sullo scambio disinteressato, sulla voglia di donare agli altri, ai membri della comunità. Non c’è contropartita, utilità apparente. O meglio c’è, ma non esiste una relazione diretta tra ciò che offro e ciò ricevo. Tutto ciò si chiama cultura wiki.

Wiki da wikipedia, ovvero la più straordinaria enciclopedia on line esistente, figlio dei contributi disinteressati dei navigatori sulla rete. 2.000.000 di termini in inglese, più di 400.000 in italiano e via di seguito, recordo dopo record. Il tutto all’insegna di un’attendibilità vicina a quella dell’Enciclopedia Britannica.

Allora mi è venuta voglia di prestare attenzione alla cosa, approfondirla. Mi sembra interessante capire in che modo un’organizzazione senza gerarchia riesca a costruire valore. In definitiva si tratta di un’azienda senza capi, basata sulla voglia delle persone di starci dentro.

Ho avuto l’idea di un seminario di Ariele, in cui parlare di questo. Ma come farlo? nello spirito wiki, ho pensato sarebbe stato interessante progettarlo insiemead altri sulla rete. Con chi ci sta. Senza mediazioni e filtri. Con lo spirito della scoperta e della voglia di sorprendersi ed imparare, lasciandosi condurre dal caso o dalla comunità.

Come lavoriamo? Io svolgerò la fuzione del facilitatore. Lancerò in un prima fase una serie di stimoli: concetti, materiali, siti, ispirazioni. Credo, spero, che gli utenti del blog, abbiano voglia di lasciare un commento nel blog. Con estrema libertà, nello spirito leggero e speranzoso di dare un contributo e di non dover fare dell’accademia. Ciò che si lascia deve servire agli altri. Il mio ruolo nel blog cambierà col tempo (posso immaginare) . Probabilmente si genererà una comunità ristretta di affezionati che comincerà ad usare questo blog come luogo di scambio e di apprendimento. Per questi e per tutti coloro che vorranno ci sarà la possibilità di dedicarsi alla progettazione di un seminario di una giornata in giugno sul tema delle “leaderlessorg”. Io non so cosa succederà in quella giornata. Ho una mia idea certo, ma non è così determinante ora.

Quello che voglio fare è cominciare a raccontarvi le scoperte che ho fatto sulle organizzazioni senza leader.

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  1. #1 di Marina il febbraio 26, 2008 - 6:01 pm

    Penso soprattutto alla giornata finale che potrebbe far conoscere persone nuove e quindi diverse, la diversità colora il nostro mondo, le organizzazioni basate sulla leadership non consentono abbastanza di cogliere tutti i colori delle relazioni

  2. #2 di daniela il marzo 9, 2008 - 9:57 pm

    caro Paolo sono molto contenta di poter partecipare a questa idea. Come sai lavoro presso molte aziende e sempre di più è richiesto a chi ci opera di sapersi muovere attivando al massimo la propria autonomia anche se poi di fronte a certi momenti decisionali il riferimento nei vertici ai diversi livelli ritorna a essere necessario-richiesto-ricercato. Quindi vedo questo spazio come l’occasione di confrontarci con le emozioni, le possibilità e le difficoltà, ma anche con i limti e vincoli.
    Quindi andiamo avanti e vediamo dove arriviamo. Ciao a tutti D

  3. #3 di elena il marzo 10, 2008 - 10:26 pm

    Mi viene una idea! Perchè non lanciare su questo blog un sondaggio chiedendo a tutti di indicare le cinque caratteristiche più importanti che caratterizzano un buon leader nella nostra società contemporanea? Potrebbe essere una piccola analisi campione di un certo interesse!

  4. #4 di Yaz Okulu il marzo 28, 2008 - 10:57 pm

    hello everybody. my Italian is not good but it seems like a very nice web site. thanks

  5. #5 di Daniele il aprile 8, 2008 - 5:13 pm

    Caro Paolo, ti sono grato per il tema leaderless organization e la contestualizzazione nell’universo web: se potrò esserti d’aiuto per giugno lo farò volentieri.
    L’ universo del web è in espansione – anzi, esplosione- e Massimo ce ne ha indicato alcuni dei passaggi. E’ un universo in parte ancora “parallelo” ma con intersezioni, spinte evolutive e azioni sul mondo che eravamo retoricamente abituati a considerare “nostro”. La modalità di questa co-presenza di mondi, ed anche di “forme del tempo” differenziate, è uno degli interrogativi più intriganti. Interrogativo peraltro condannato ad una continua riformulazione, vista l’accelerazione esponenziale dei processi di innovazione tecnologica. Quando i robot avranno imparato a sufficienza,” rispecchiandosi” negli uomini, verrà il tempo in cui gli uomini impareranno ad apprendere rispecchiandosi nei robot? O il processo è già in corso?
    Il territorio in cui ci troviamo sembra essere quello del tempo immediato, in cui non ci sono categorie preconfezionate per “giudicare” davvero bello e brutto, nobile ed ignobile; non esiste più una tradizione a cui richiamarsi e con cui confrontarsi (si vedano le scansioni ricordate da Massimo web 2= 2005, web 3=2007; e non è lontano il tempo in cui le rivoluzioni tecnologiche saranno più rapide dei tempi percepiti dagli esseri umani: la “singolarità è vicina”, scrive qualcuno – cioè è vicino il momento in cui l’intelligenza delle macchine eguaglierà (e supererà) quella umana-). Mutazioni antropologiche?
    Ricordando però quanto notato da molti (Bion, ad esempio) e cioè che i cambiamenti emotivi degli uomini non seguono il ritmo di quelli tecnologici da loro stessi introdotti, è forse opportuno provare a pensare ancora in termini “preistorici”. Che emozioni promuovono queste leaderless organization di così fresca nascita?
    Una delle più citate è la reciprocità. In una manuale di psicologia sociale letto tanti anni fa veniva proposto l’esempio degli Hare Krishna che nei primi anni sessanta donavano un fiore chiedendo poi un dollaro: era difficile negarlo. Oggi siamo abituati a questi approcci e, in quei contesti, governiamo meglio la spinta alla reciprocità. Nei nuovi contesti quella spinta sembra riemergere e promuovere la nascita di comunità. Esplorare meglio i modi in cui viene sollecitata questa emozione (se c’è davvero) nelle diverse leaderless organization potrebbe essere una prima ipotesi di ricerca.
    Domandandosi anche che cosa viene “messo in comune” in quelle comunità. Guardiamo Emule: è irrilevante il fatto che ciò che viene messo in comune è la proprietà di qualcun altro? Tecnicamente P2P è anche un modo per “diffondere” la responsabilità. Mi viene in mente Freud e il pasto totemico: condivisione ma soprattutto diffusione di responsabilità tra fratelli (ma anche nascita di una comunità nuova, e forse con un rating migliore!).

  6. #6 di bruttini il aprile 19, 2008 - 3:01 pm

    Ok Daniele sei a bordo per l’evento di giugno! Io mi sono immaginato un evento opern source, in un luogo open source. Ho qualche idea, ma intanto a te cosa viene in mente?

    ciao
    P

  7. #7 di Paolo il giugno 6, 2008 - 8:55 am

    Caro Paolo,
    colgo l’occasione della tua e-mail di ieri in cui ci ricordi dell’appuntamento di oggi, per provare a dare, in ritardo, il mio piccolo contributo a questo dibattito virtuale (anche se mi crea qualche lieve restenza essendo poco avvezzo all’uso dei blog!).
    Onestamente faccio fatica a pensare ad un organizzazione senza un autorità centrale, lavorando da 25 anni in organizzazioni di grandi dimensioni, ma sicuramente quanto più le dimensioni dell’organizzazione aumentano, tanto più diventa rarefatta la percezione del “leader”.e complessa la sua identificazione. Piuttosto si può parlare di una diffusione di figure intermedie (il famoso e vituperato middle management?) a cui è chiesto di possedere ed agire qualità e competenze quali il coinvolgimento e la valorizzazione dei collaboratori, le conoscenze tecniche del mestiere, la risoluzione dei conflitti interni, l’organizzazione del lavoro, la decisione e l’assunzione della responsabilità: compiti impossibili??
    Che cosa fanno oggi le aziende/istituzioni per “strumentare” (scusate la brutta parola ma penso che renda bene l’idea di mettere nelle migliori condizioni per poter fare) e motivare queste risorse affinchè possano affrontare questa grande sfida? Tenuto conto che poi spesso sono risorse che hanno già raggiunto una certa età anagrafica/aziendale (e quindi vengono considerate ormai “vecchie” per aspirare a posizioni di maggior peso, ma nel contempo hanno davati a loro ancora 8- 10-15 anni di attività lavorativa ), lamentano un inadeguato riconoscimento retributivo rispetto al ruolo assegnato ed alle competenze/esperienze maturate.
    Ci troviamo quindi di fronte a delle risorse lasciate sole nelle organizzazioni. La sfida forse è nel cercare di connettere e mettere in relazione queste risorse (ma l’aula ed i suoi “derivati” sicuramente non sono il setting specifico per questa esigenza), affinchè possano condividere, mettere in comune e confrontare le loro pratiche gestionali, in una prospettiva di apprendimento strettamente connesso con il loro fare quotidiano.
    Questa la mia suggestion.

    un saluto a tutti

    Paolo

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