Musica!


Uno tra fenomeni più radicalmente innovativi degli ultimi anni è la rivoluzione nel mercato della musica.

A partire dall’anno 2000 un software di nome Napster, scaricabile dalla rete, permetteva uno scambio peer to peer, computer computer di file mp3. Mp3 è uno standard di compressione dei file musicali, tale da rendere possibile la trasmissione di file, agilmente con le normali connessioni ADSL. Ciò avveniva ovviamente vuolando le leggi sul copyright. Napster aveva ancora dei server centrali che regolavano i flussi tra diversi utenti. Ciò la rese di fatto attaccabile dalle Major della canzone. Imponenti schiere di avvocati riuscirono a far chiudere la società pochi anni dopo.

Ma la tecnologia unita alla grande domanda del mercato, resero inarrestabile il processo. Un personaggio geniale di nome Zennstrom (ricordiamci questo nome che tornerà fuori successivamente) farà kazaa. Aveva un enorme differenza rispetto a Napster perché prevedeva lo scambio peer to peer puro senza passare da server centrali. Kazaa dunque era molto meno tangibile, rintracciabile di Napster. Con la sede in paradisi fiscali, la polizia non riusciva mai a trovare Zennostrom fisicamente per consegnargli citazioni. Kazaa guadagnava attraverso i banner del sito (messaggi pubblicitari).

Ma il capolavoro è avvenuto con emule. Emule è un sistema su Linux (vedi il post precedente). Il sw è open source e nessuno sa chi ne sia l’autore. Emule è dappertutto e da nessuna parte. Le multinazionali del disco sono incapaci di difendersi. Milioni di persone su questo pianeta scambiano musica, gratis. Il mercato discografico è in gran parte finito. Che fine fa il diritto dell’autore di venir ripagato dell’opera del suo ingegno? Forse bisogna inventarsi un modo diverso di produrre valore economico. Le major del disco fanno molta fatica a trovarlo. Forse devono ammettere che non saranno loro a guadagnare nei prossimi anni.

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  1. #1 di massimoj il marzo 15, 2008 - 6:57 pm

    L’idea è il catalizzatore. La notizia (un tamtam via forum per gli interessati) è di un mese fa: un 19enne olandese di nome Sebastiaan de With appassionato d’informatica e in particolare di mac, annotava sul suo blog (http://blog.cocoia.com) come avrebbe dovuto essere il browser dei suoi sogni (My dream browser). Ne annotava le caratteristiche, le possibilità, la configurazione; tutto questo insomma senza neppure mettere giù una riga di codice. Era una riflessione, certo scritta bene e dettagliata, ma solo una riflessione. Una idea tra le tante che aveva descritto sul suo blog discretamente frequentato. Fatto sta che nel giro di una decina di giorni, da molte parti del mondo ha iniziato a ricevere mail da parte di programmatori interessati alla sua idea, con l’offerta e disponibilità a studiare con lui la realizzazione del browser sognato e, da quel che so, il progetto è in corso. Dunque, in un sistema democratico dove vige la leaderless, l’idea è il catalizzatore della funzione. Trovo affascinante tale sistema. Non dimentico naturalmente che la stessa cosa è avvenuta con Linux e molti altri software open source oggi in circolazione. E’ su questo aspetto, l’idea catalizzatrice, che vorrei attirare la vostra attenzione. Noi oggi appoggiamo un dito su un pulsante e accendiamo una luce senza porci domande su come questo avvenga, Avviene. Questo è tutto. Ma quale è stato l’impatto socioculturale di quel pulsante? E’ stato annotato da alcuni sociologhi che siamo passati da una civiltà meccanica ad una elettronica, senza neppure capire bene come funzionava quella elettrica. Dalla valvola al transistor e da questo al chip nanotecnologico (e tra poco biotecnologico… lo stanno sperimentando in Giappone). La domanda è: usiamo e consumiamo l’usato senza porci alcuna domanda sulle implicazioni dell’uso? Oggi entriamo in internet, siamo dentro la alla rete, creiamo avatar e siamo virtualmente omnipresenti. Il media è ancora il messaggio? E se lo è, che messaggio è? Cosa può insegnarci internet da poter utilizzare nel mondo reale? O tutto è solo piacere e divertimento? Scarichiamo video, musica e software gratuitamente e clandestinamente, esprimiamo le nostre idee in blog e forum e navighiamo anonimi per spammare la rete. Una quota non indifferente di quanto è scaricato da Emule e simili non è quello che si vorrebbe (i titoli ingannano) ed inoltre contiene virus e cavalli di troia vari. Su Wikipedia molte voci sono contraffatte ed infatti c’è una assidua verifica da parte dei Moderatori (i leader della rete) per intervenire e correggere. Faceva notare qualche tempo fa Umberto Eco che anche lui usava Wikipedia per ottenere informazioni, salvo poi confrontarle con dei libri per essere certo che la notizia fosse esatta. Un eccesso? Ciò che voglio dire (temo di essere prolisso ma l’argomento mi scalda) è che nel sistema democratico della leaderless, il rischio non è la non partecipazione, ma la partecipazione negativa.
    Lo dicevano già gli ateniesi che l’uomo necessita di una “educazione democratica”.
    Il cortocircuito è facile. L’incapacità democratica è l’incudine su cui battono le voci perverse del controllo assoluto. Le major, pur gridando e lamentando lai di sofferenza economica, guardano avanti al dopo e infatti stanno approntando nuove modalità di diffusione via rete dei propri prodotti basate sulla sicurezza, proprio quell’elemento che il sistema open e democratico della rete non permette. Sanno che la “gente” è disposta a barattare una certa libertà in cambio della certa sicurezza. Cio non toglie che noi continueremo allegramente a scaricare P2P. Ecco un acronimo interessante: Peer to Peer, letteralmente pari a pari (un aspetto della leaderless) che poi sarebbe più giustamente a scambio: io scarico da te e tu scarichi da me. Perché è così che dovrebbe funzionare il P2P e cioè tutti scaricano da tutti, io accedo al tuo HD in qualche parte del mondo per scaricare qualcosa, mentre tu o un altro accede al mio per la stessa cosa. Naturalmente questo non avviene, perché molti scaricano senza nulla dare, cioè impedendo l’accesso al proprio HD. Delle “zecche” . Democrazia (libertà) è partecipazione – grazie Gaber- questo è ancora l’auspicio. In conclusione (almeno per il momento perché avrei ancora molto da dire) questa è una riflessione sul futuro del web. Si fa un gran parlare di “web2”; ma come, l’1 è già finito? Grazie e ciao a tutti.

  2. #2 di marina il marzo 16, 2008 - 8:11 pm

    Questo scritto su musica, tecnologia e scambio mi ha quasi spaventato, sembra che dobbiamo mangiare tecnologia e sigle invece che cibo.
    Cerco di usare per quel che posso la tecnologia, ma non é da lì che deriva lo scambio vero. Lì c’é lo scambio di informazioni, crescono le informazioni, la possibilità di business, molto meno il piacere dello scambio dal punto di vista umano.
    Piccola informazione: Umberto Eco ama molto la “Bella Calda” che sarebbe la farinata, di cui é ghiotto, anche la cultura del cibo vale qualcosa e può nascere a livello molto locale. Preservare le tipicità e le diversità e non omologare può essere molto importante.

  3. #3 di massimoj il marzo 17, 2008 - 8:35 pm

    cito: Ma il capolavoro è avvenuto con emule. Il sw è open source e nessuno sa chi ne sia l’autore.
    ecco la risposta: Il progetto eMule nasce il 13 maggio 2002 grazie al programmatore tedesco Hendrik Breitkreuz, conosciuto come Merkur, insoddisfatto del client eDonkey2000. Merkur radunò intorno a sé altri sviluppatori con lo scopo di creare un programma eDonkey-compatibile ma con molte più funzioni. Il programma si afferma rapidamente come client di punta sulla rete grazie alle sue caratteristiche innovative.
    In quanto allo spavento di marina per il mio intervento, mi dispiace per lei ma internet – come disse Richard Stalman, uno dei guru del software libero (non gratis) nel suo libro Software Libero Pensiero Libero (1996) – “… va molto oltre i suoi contenuti, internet può essere molto più di questo, perché la rete siamo noi, cioè ciò che noi possiamo imparare ad essere utilizzandola. Anche noi che abbiamo lavorato per la sua creazione ancora non capiamo del tutto le potenzialità e a volte ne siamo sorpresi, perplessi e anche spaventati”.
    Il mio prossimo intervento, se mai sarà utile potrebbere vertere sugli “otaku”
    il cui interesse per la socialità umana e “lo scambio vero” è pressocché zero.

  4. #4 di Daniele il marzo 19, 2008 - 11:55 am

    Ringrazio Paolo – e Marina e Massimo e gli altri – e mi inoltro anch’io in questo spazio situato ben oltre i “territori giurisdizionali” in cui ho stabilito le mie dimore. Spero, pian piano, di riuscire a praticare il cambio di paradigma.
    Intanto mi collego agli otaku “il cui interesse per la socialità umana e ‘lo scambio vero’ è pressocchè zero”. Segnalo che in quelle stesse terre due scienziati e ingeneri in robotica Hideki Kozima and Hiroyuki Yano (Kyoto) stanno – in questo stesso momento – tentando di creare un “infantoide” che abbia tre caratteristiche: 1-l’intenzionalità, 2-l’identificazione con gli altri (which enables it to indirectly experience other people’s behaviour), 3-la comunicazione sociale (in which the robot empathetically understands other people’s behaviour by ascribing to the intention that best explains the behaviour). Cercano di raggiungere questi tre obiettivi utilizzando alcune funzioni dei “neuroni specchio” presenti negli esseri umani.
    Qualche collegamento con le leaderless organization forse c’è: ad esempio il mancato utilizzo, per ora, di queste “funzioni specchio” in queste comunità che sono spesso fondate sul web. In realtà, non è proprio così: anche il linguaggio, la lettura, pare attivi i neuroni specchio, ma ci si può pensare su.

  5. #5 di massimo jose il marzo 20, 2008 - 11:53 am

    Chiedo venia Daniele. Non era mia intenzione evadere dal territorio, ma per me che considero il web, internet o la rete che dir si voglia come un grande work in progress di modelli sociali e quindi relazionali, la tentazione di lasciarsi andare è enorme. Ciò a cui assistiamo, spesso in modo superficiale, è una riorganizzazione della relazionalità. Verso cosa e come ancora non è dato sapere. Ma certo, per chi vive intensamente la rete, molte percezioni cambiano e dire che “la rete siamo noi” – fatto ormai confermato a molti livelli – la dice lunga. Non possiamo chiamarci fuori perché siamo già dentro. Molto interessante l’annotazione robotica (una mia passione e infatti nel 98 ne ho costruito uno per piacere esibitivo) e ciò che tale creazione comporterà. I robot saranno un prolungamento di noi stessi o i nostri sostituti? Cosa vogliamo vedere/trovare in loro che noi non abbiamo e desideriamo? Anni fa ho scritto una divagazione proprio sui robot e ad essa vi rimando se avete curiosità (http://www.monacoart.eu/pages/scritture/remm.html).
    Mi rendo conto che almeno in parte ci siamo allontani dall’oggettività della posizione iniziale sulla leaderless organisation. Ma proprio qui mi scatta una riflessione che voglio esporvi: parto dalla posizione che la rete stia influendo e non poco sulla società e sulla sua organizzazione; pensiamo al telelavoro, ai meeting aziendali online, alle comunità (definizione interessante) d’interessi, forum, blog e skypekasts, a Second Life e simili. Emergono lentamente e ci pervadono nuovi sistemi organizzativi ai quali ci adeguiamo inconsciamente. Insomma noi ci adeguiamo alla rete che, per sopravvivere e svilupparsi, si adegua a noi (il citato specchio?). Cambia anche il nostro linguaggio che spesso è il primo dato a rivelare il cambiamento. Chiudevo il primo intervento citando web1 e web2. Tale passaggio non è irrilevante e ve lo espongo:
    web1 web2
    Double click Google AdSense
    Ofoto Flickr/You Tube
    Akamai Bit Torrent
    mp3.com Napster/Emule
    Britanica Online Wikipedia
    Personal Website Blogging
    Publishing Participation
    Domain name speculation Search engine optimization

    Questi – che a prima vista potrebbero sembrare solo inutili dati tecnici – sono solo alcuni dei profondi mutamenti che la rete ha prodotto per relazionarsi meglio con noi. Ma ciò che più conta è il dato esponenziale del cambiamento. Il web1 appare nel 91 dopo Arpanet apparsa nel 69. Si inizia a parlare del web2 nel 2005 mentre, udite udite, nel 2007 si è già iniziato a parlare di web3, ovverossia del Web Semantico. Sarà una trasformazione non da poco e ancora una volta produrrà cambiamenti notevoli nel nostro modo di percepire rete e società. Concludo dicendo che se questi dati sono “particelle elementari” di un tutto, cosa accadrà quando la famosa farfalla inizierà davvero ad agitare le ali in Amazzonia?

  6. #6 di massimo jose il marzo 20, 2008 - 11:58 am

    scusate vedo che lo schema sul web si è ricomposto male quindi lo riscrivo:
    web1 ——————————– web2
    Double click ———————– Google AdSense
    Ofoto ——————————— Flickr/You Tube
    Akamai——————————- Bit Torrent
    mp3.com —————————- Napster/Emule
    Britanica —————————– Online Wikipedia
    Personal —————————– Website Blogging
    Publishing ————————— Participation
    Domain name speculation —— Search engine optimization

  7. #7 di Fabio il marzo 29, 2008 - 8:09 pm

    Sono stupefatto della complessità di riflessione e pensiero che tecnologia e web portano in ognuno di noi (i commenti su questo sito ne sono testimonianza). Probabilmente è corretto parlare di cambio di paradigma, come fa Daniele.
    Il mio atteggiamento – pur avendo 27 anni – di fronte alle possibilità di questi mezzi e quello dell’utilizzatore e sono solito pensare che “le cose importanti” siano altre. Eppure conoscere e saper utilizzare (bene!) ciò che ci sta intorno aiuta anche a renderci più felice e a fare meglio.
    lascio uno spunto di riflessione con questo video, che tratta di Second Life, una comunità virtuale di cui avrete già sentito parlare. Il video (delle banali slides a dire il vero) parla dei pro e dei contro dell’uso di Second Life nella formazione: ecco il video http://www.5min.com/Video/Second-Life-per-la-formazione-4452

  8. #8 di bruttini il aprile 6, 2008 - 10:01 pm

    Scusa Massimo. Mi sono accorto solo oggi di due tuoi commenti in attesa di moderazione.
    Finalmente dopo un lungo periodo, ho di nuovo tempo per curare il il blog. Come prevedibile le statistiche ed il dibattito ne hanno sofferto.

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