Ultime notizie: non esistono “macchine a pensare”!


Che fa un guru? Semina, dà visioni, spunti. E in effetti gli spunti sono stati tanti a www.meetthemediaguru.org, ma una cosa in particolare mi ha colpito: lo spazio dedicato alle domande a Derrick de Kerckhove è stato caratterizzato da una atmosfera allarmata. Esempi: “Questa nuova rete non si rivelerà un casino, una nuova Babele in cui sarà impossibile intendersi?”; ed anche “Ad una intelligenza collettiva corrisponderà una stupidità collettiva?” E così via. La cosa che ancor più mi incuriosisce è che questo genere di domande siano venute da una platea di “addetti ai lavori”, non di “persone della strada” (che conoscono il 2.0 attraverso notizie tv del tipo: facebook = brigate terroristiche). Forse tali quesiti sono emersi per controbilanciare lo sfrenato slancio ottimista di de Kerckhove, ma forse sono anche sintomatici di come in Italia si viva ora l’argomento “futuro”.

Citando un italiano anomalo, ma che ben sapeva sentire e predire l’Italia

Noi prestavamo alle macchine
una malizia che invece è nostra.

(Ennio Flaiano, La valigia delle Indie)

Forse ne prestiamo ancor più oggi, che le macchine non solo eseguono ma aiutano a organizzare il pensiero? Una malizia per temi tabù quali la conoscenza, il controllo, il potere.

Che cosa sono i social media? Che ruolo giocano nella produzione del valore? In cosa sono diversi dalle “macchine per fare”? Sono cose che stiamo scoprendo ora, chi allarmandosi, chi esultando. Di certo c’è che sta emergendo una nuova relazione tra tecnologia e conoscenza. Adottare il 2.0 come piattaforma di lavoro non è un mero aggiornamento tecnologico, ma implica – ed alimenta – un cambio radicale nella cultura organizzativa. La differenza tra le soluzioni IT di vecchia generazione e quelle attuali sta essenzialmente nel fatto che le prime non consentivano libero accesso al patrimonio di conoscenze di un’organizzazione: se il Web 1.0 era semplice catalogo di contenuti consultabile dal navigatore, il Web 2.0 è un ambiente dove le persone partecipano, dialogano, contribuiscono attivamente alla creazione di conoscenza: il navigatore diventa autore.

Tre osservazioni sul rapporto tra tecnologia e sapere mi aiutano a inquadrare questa rivoluzione delle tecnologie sociali: il paradigma digitale (Ong, 1986), il costruzionismo sociale (Williams, 1974, vs. determinismo tecnologico di McLuhan) e le meta-tecnologie (Wright, 2000)

– per il paradigma digitale, la trasformazione del testo scritto in informazione digitale porta ai limiti estremi due proprietà della scrittura: la modificabilità e la trasportabilità. Il poter modificare e trasferire infinite volte un contenuto elettronico senza limitazioni sposta il focus della produzione di conoscenza dal prodotto al processo;

– per il costruzionismo sociale l’elemento critico che caratterizza un medium è come e perché è utilizzato: l’essere medium è un uso particolare di una tecnologia (dunque il medium ha un’origine psico-sociale: nasce dallo sviluppo e dalla riconfigurazione delle risorse di una cultura al fine di raggiungere un obiettivo definito socialmente);

– Wright definisce “meta-tecnologie” gli algoritmi sociali che governano gli usi delle tecnologie. Sono le meta tecnologie, e non le tecnologie, a modificare i comportamenti e l’organizzazione sociale. Questo perché una tecnologia prende una forma sociale solo quando è utilizzata, producendo cambiamenti nel sistema sociale stesso. A caratterizzare una meta-tecnologia sono tre fattori: I) un evento di rottura che renda possibile utilizzare una tecnologia in nuovo modo attraverso una nuova pratica (in questo caso l’evento è il network di computer e la nuova pratica è il social networking: “un computer senza una rete è poco più di un fermacarte” Paul Saffo);  II) la possibilità di sfruttare la nuova pratica per risolvere in modo più efficace un problema (l’efficacia aumenta nella collaborazione in network); III) la condivisione della conoscenza della nuova pratica all’interno di un contesto sociale (l’organizzazione come insieme organico di communities dialoganti).

Questo quadro mi è utile per descrivere il rapporto dinamico tra tecnologia sociale, collaborazione e conoscenza: i social media non “catturano” la conoscenza entro una rigida tassonomia, ma supportano e implementano il processo di co-costruzione della conoscenza, rendendo esplicite le pratiche di lavoro esistenti e “aumentandole” ad un ambiente collaborativo peer.

Chiamo il paradigma culturale che accoglie questo nuovo rapporto dialogico tecnologia-conoscenza paradigma di collaborazione meta-tecnologica. È solo un’etichetta, certo, ma desidero esprima la fenomenologia meta-tecnologica (psicosociale e tecnologica allo stesso tempo) del Web 2.0.
Il transito in atto è molto più che tecnico:

the shift is not just in the new Web 2.0 technologies. It’s in the way that increasingly widespread access to these tools is driving a fundamental change in how groups are formed and work get done. Wikis and other social media are engendering new, networked ways of behaving – ways of working wikily – that are characterized  by principles of openness, transparency, decentralized decision-making, and distributed action (Kasper, Scearce, 2008).

Un transito che ha effetto sulla coscienza di sé entro il processo creativo: il Web 2.0 è allo stesso tempo strumento e oggetto della relazione con l’altro; sul Web 2.0 la coscienza emerge, come processo sociale, dalla rete di relazioni e di pratiche che intessiamo con gli altri, non risiede esclusivamente “nella testa”. Quando agiamo in Rete, sperimentiamo un processo di “apertura” di noi stessi agli altri e, attraverso questa, una apertura alla possibilità di incidere sulla realtà in una maniera “aumentata” dalla rete viva di relazioni.

Condividere uno spazio digitale fluido continuamente ri-strutturabile ha, inoltre, effetti sull’idea stessa di “attività intelligente”: tradizionalmente il concetto di intelligenza è associato a un qualcosa di intimo, soggettivo, personale e personificato. Le pratiche collaborative vissute in Rete estendono la capacità intellettiva oltre la sfera intima, oltre la persona, collocandola in un orizzonte di significato più ampio, inter-soggettivo: la conoscenza è creata tra le menti e non (solo) all’interno della mente. Nelle parole di de Kerckhove “siamo tutti nodi nel grande ipertesto”. Noi siamo i nodi, non le “macchine”.

Il ruolo dei social software non consiste nel costruire una “intelligenza artificiale” che vada sostituendo la mente umana, ma nel fornire una piattaforma per la costruzione di collettivi intelligenti in cui le possibilità di ciascuno possano svilupparsi e ampliarsi reciprocamente. L’intelligenza che sta evolvendo sul Web è dunque la possibilità, per la comunità umana, di evolvere verso una capacità superiore di pensiero, di risoluzione di problemi, di innovazione.

I social software forniscono una piattaforma – ed alimentano – questo nuovo vissuto di gruppalità, poiché essi facilitano la comunicazione, la negoziazione, la responsabilizzazione – in una parola, l’interdipendenza.

Detta così sembra una prospettiva idilliaca; allora perché quelle domande cariche di angoscia? La Rete sta trasformando l’epistemologia organizzativa da processo individuale a processo plurale, sta cioè definendo la conoscenza come impresa collettiva che si rende possibile attraverso relazioni sociali di collaborazione, piuttosto che di autorità e controllo. Non è idilliaco, né indolore, transitare attraverso setting di potere tanto diversi dagli usuali.
Ma sta nella conversazione con i pari l’attività creativa del futuro. Non sta nelle menti di singole persone “potenti”. E men che meno sta nelle macchine.

Che avesse ragione Flaiano – attribuiamo malizie nostre alle macchine? Non esistono “macchine a pensare” il futuro per noi. Per poter ragionare di intelligenza collettiva, siamo chiamati a interrogarci sul coraggio personale: agire anziché essere agiti. Abbiamo il coraggio di (con)dividere potere per moltiplicare intelligenza?

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  1. Fuori dal Medioevo sulle onde del 2.0 « Leaderlessorg

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