Spazio intermedio


In quella banca d‘affari tutti parlavano dell’andare all’estero, dell’internazionalizzazione, come di un salto logico, un’avventura, un azzardo. Un viaggio verso l’ignoto, lontano dalle rassicuranti geometrie della terra madre, laddove le regole gli idiomi sono famigliari e non si è uno dei tanti. Tutti ne parlavano come si parla delle terre nemiche prima di una guerra sognando onori e temendo sventure. Andare all’estero sembrava per tutti rappresentare l’unico modo per sopravvivere.

Mi mancavano le parole per esprimere ciò che sentivo in quella consulenza. Sapevo che si stava parlando dell’Altrove, del contatto con lo Straniero, con l’Altro. Ma cos’è questa terra che non è la terra Madre, che il luogo in cui ci si perde e si riguadagna se stessi, in cui si smarriscono regole note e si conquistano nuovi significati?

La lettura di un testo di Sergio Vitale mi ha aiutato a comprendere che stavo cercando lo Spazio Intermedio. Nel tempo contemporaneo il viaggio è privo della sua conclusione. “E’ svanita l’idea di un ingresso ed un’uscita in quanto estremi della condizione intramondana. Acquista importanza assoluta la medietà come carattere costitutivo dell’esistenza, il nostro <<stare nel mezzo>> da sempre in vista delle cose ultime e nell’impossibilità di raggiungerle” (pag.13)

Il tempo non è più storia (il tempo non è più ciclico, come nella società antica, o freccia, come nell’età industriale), ma successione di frammenti. La prospettiva di non raggiungere un fine, ci consegna alla necessità di sviluppare un’incessante capacità interpretativa, in grado di cogliere sempre nuovi significati dietro o sotto la realtà fenomenica.

Una visione pessimista? Può darsi. Però colgo un’analogia tra lo spazio intermedio frammentato e ricorsivo con lo spazio in rete. Uno spazio che come disse Kracauer è “un universo inesauribile la cui interezza sfugge perpetuamente” (Kracauer, Film: ritorno alla realtà fisica, 1960).

Mondo Novo, Gianbattista Tiepolo, 1791

Una vertigine che non si può sfuggire, altrimenti si sta a guardare come fanno le maschere in questa strana e geniale opera di Tiepolo (che il mio amico Paolo Izzi mi ha fatto conoscere) che rappresenta la riluttanza di Venezia ad affrontare il mondo nuovo.

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  1. #1 di elipasini il novembre 9, 2010 - 9:14 am

    Fresca della prima puntata di “Vieni via con me” che ho visto ieri sera, un commento a caldo sul tuo attualissimo post, Paolo: se non si va non si vede!!! non si vede la differerenza, ma non si vede neppure la terra madre, come tu dici…. come in quella bellissima ballata di Tom Waits, San Diego Serenade, che non riesco ad ascoltare senza commuovermi

  2. #2 di fabiobrunazzi il novembre 9, 2010 - 5:40 pm

    Madre e Padre dicono: “guai se passi le colonne d’Ercole”
    E tu che fai? decidi di avere coraggio, trovi il modo, oppure trovi una ragione per restare, magari sprofondi le radici più in profondità per cercare l’ultima acqua.

    trilogia locomotoria: infranomadi, sedentari, nomadi volontari

    Fuga: saggezza o codardia? Elogio della fuga, devo ripromettermi di leggerlo.

    • #3 di paolovicenzi il novembre 10, 2010 - 4:19 pm

      “decidi di avere il coraggio o trovi una ragione per restare”. è vero perchè ormai il motivo per restare è da ricercare non è più dato per scontato come un tempo.
      “Spazio intermedio” come terra della creazione in cui si possono cambiare i propri orizzonti e i propri obiettivi, certo però bisogno vincere la vertigine di cadere.

      • #4 di fabiobrunazzi il novembre 11, 2010 - 5:15 pm

        l’angoscia e’ la vertigine della liberta’, disse kierkegaard

  3. #5 di alida il novembre 10, 2010 - 11:46 am

    “un’incessante capacità interpretativa, in grado di cogliere sempre nuovi significati dietro o sotto la realtà fenomenica.”

    Mi domando quanto questa descrizione – nata per descrivere il nostro modo di stare nel reale sia anche (o possa essere) il modo di accompagnare la nostra vita personale nel dialogo notturno e diurno tra gli accadimenti interiori e quelli esteriori.

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