Dirigere… senza dirigere: oltre il gesto di comando


Riccardo Muti ospite il 13 novembre di “Che tempo che fa” mi ha sorpreso due volte: la prima quando ho scoperto che é simpatico, la seconda quando il Maestro ha parlato di come vive il suo mestiere.

Il presentatore Fazio interroga sulla “autorevolezza o autorita’ che esprime il gesto del direttore d’orchestra” e Muti risponde cosi’:

“é chiaro che per guidare un’orchestra, un coro, dei solisti, dei cantanti (parliamo a volte di 200 persone), ci vuole una certa autorevolezza, che non ha niente a che vedere con l’autorita’. Il direttore d’orchestra non puo’ fare un’interpretazione chiedendo il parere a 100, 200 persone di che cosa ne pensano. C’e’ un’idea, e il problema e’ quello di portare 200 persone, convogliarle alla propria idea, dando la sensazione che e’ un’idea buona, ma non necessariamente l’unica. Questo si fa esprimendo autorevolezza, ma anche in qualche modo dolcezza”.

Autorita’ e autorevolezza: non é un gioco di parole ma una diversa interpretazione della relazione di potere. Il conductor di cui parla Muti offre, non impone la visione; né investe tutte le energie nella negoziazione. Il buon conductor é colui che ha una idea sufficientemente perturbante, percio’ attivante: una visione che sollevi un sistema dalla condizione di “normalità” (di mera esecuzione musicale, ad esempio). Muti parla di autorevolezza e di una certa “dolcezza”, la costruzione di un clima di collegialità: attenzione all’altro, fiducia, coinvolgimento affettivo, speranza, insomma un positive emotional setting.

Fazio insiste: “il direttore d’orchestra é una sorta di autorita’ assoluta, perche’ col gesto crea”. Muti spiazza: “La gestualita’ del direttore d’orchestra é un mezzo importante, fondamentale, pero’ é anche il suo limite […], sarebbe veramente meraviglioso se noi potessimo dirigere… senza dirigere”. Citando un aneddoto del collega Carlos Kleiber scontento delle prime due recite con la Filarmonica di Vienna de Il cavaliere della rosa

“come reazione, nei punti in cui lui era scontento [dell’orchestra] smise di dirigere, e lascio’ che l’orchestra andasse avanti da sola. La sera dopo disse all’orchestra: pero’ siete proprio incredibili, perche’ nel momento in cui io ho smesso di dirigere, voi avete suonato meravigliosamente, e questo e’ stato un affronto. E uno dei musicisti ha detto: ‘no, perche’ per noi e’ importante sapere chi e’ quel direttore sul podio che non dirige’. Cioe’ é importante la personalita’, la trasmissione. L’ideale sarebbe quello di impedire i movimenti [di direzione] “.

Visione, speranza, personalita’: elementi che richiamano all’essenza carismatica del leader. Una personificazione che sembrerebbe annichilire le ipotesi di coinvolgimento paritetico al processo creativo. Io penso invece che tra i due poli ideali, un leader carismatico autoritario o un’organizzazione senza conduttore, emergeranno figure di social leader che spendono carisma, capacita’ visionaria e forza di speranza in una conduzione “interpersonale”, dialogica. Non per ragioni etiche ma di opportunita’: il leader di un’enterprise 2.0, non potendo condurre all’innovazione attraverso il comando-controllo (“la gestualita’ del direttore d’orchestra é un mezzo fondamentale, pero’ é anche il suo limite”) attiva i collaboratori sul versante meno coattivo e più “profondo” di una visione continuamente co-costruita.

Quando parliamo di passaggio alle social enterprise non parliamo (soltanto) di “meccanico” e “organico”, formale e informale, organigrammi e communities, interno e esterno, azienda e cliente, ma del sentimento che un nuovo esercizio di leadership – relazione reciproca di influenzamento – e’ possibile e necessario per procedere in territori d’avanguardia, assieme.

 

 

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  1. #1 di elipasini il novembre 24, 2010 - 4:29 pm

    Sono assolutamente d’accordo!!!!sono convinta che una riflessione con occhi nuovi sulle forme di carisma che oggi si manifestano in forme di verse in comunità on e off line sia assolutamente necessaria per comprendere i meccanismi di relazione, autorità e potere in quella che tu definisci social enterprise. Un paio di libri che mi hanno colpito di recente su questo tema: Cyber Chiefs di Mathieu O’Neil, analisi della leadership in quattro diversi tipi di comunità on line – tra cui anche Wikipedia -; Autorità e Potere di Joseph Nye – c’è anche un suo speech sul TED, interessante – ; last but not least, Carisma il segreto del leader, di E.Pasini e F.Natili, capisco che non è bello autocitarsi ma non ho potuto resistere alla tentazione :))))

  2. #2 di Paolo De Caro il novembre 24, 2010 - 5:19 pm

    Grazie Eli dei riferimenti bibliografici sempre preziosi, il tuo compreso🙂
    Le nuove forme di leadership che cerchiamo non sono, non devono essere senza carisma, ma piuttosto educate a spendere questo “dono” (http://it.wikipedia.org/wiki/Carisma) di influenza in prospettiva meno personalizzante, piu’ relazionale: nel 2010 non esiste una sola persona al mondo che sappia affrontare da singolo una sfida di amministrazione/sviluppo. Altrettanto cruciale per questa “educazione” e’ che i collaboratori imparino a superare la condizione mentale e materiale di subordinazione e attesa (mi vengono in mente le midterm elections di Obama).

  3. #3 di Paolo Bruttini il novembre 25, 2010 - 8:26 am

    Bel post grazie. Mi hai fatto tornare in mente una cosa che ho scoperto in un ws l’anno scorso e su cui non avevo lavorato. Si tratta della dimensione repressiva della corporeità. La cosa per me e’ sorprendente perche’ ho sempre associato corpo a espressione. Ma ovviamente e’ un luogo comune. Il gesto della bacchetta e’ autoritario. Rimanda simbolicamente alla forza di chi in possesso del bastone del comando può imporsi anche fisicamente. Eppure il mestiere del direttore e’ recente e risale a toscanini. Prima di lui a dirigere era spesso uno primo strumento ad esempio il violino. Pensa quanto sarebbe più attuale questa metafora del potere rispetto alle aziende che stiamo studiando. Tornando al corpo trovo stuzzicante l’idea, ben nota peraltro, che la concezione del Comando sia anche espressione della sua identità spaziale.

    • #4 di Paolo De Caro il novembre 25, 2010 - 3:40 pm

      Grazie Paolo. La dimensione corporea e’ qualcosa su cui lavorare: espressione/repressione di se’ negli ambienti aumentati dai social media.
      L’aneddoto di Kleiber ci dice: l’immobilita’ e’ un gesto che puo’ condurre. Forse in questa era si delinea un diverso tipo di “presenza”.

  4. #5 di fabiobrunazzi il novembre 27, 2010 - 8:59 am

    Chissà perchè avevo letto dirigere senza digerire…in effetti la leadership in presenza di problemi gastrici potrebbe essere in qualche modo debilitata, oppure rinforzata (si ricordi il carattere “bilioso” bilious temper, di ippocrate).

    “A skilled leader can pass a surprising amount of responsability to people of limited qualifications”

    Questa viene da un manuale di vela… a breve pubblicherò il mio post, ancora sulla leadership.

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