La generazione assente


Apprendere è il modo di affrancarsi dalla malattia mentale, dalla disperazione, dalla solitudine. Questo è il messaggio del piccolo e pluripremiato Precious, film di Lee Daniels. Una disperazione che entra nell’anima dello spettatore e lo lascia attonito nell’impotenza verso “tutte le Precious del mondo” a cui il film è dedicato. Sono uscito con l’idea che, a differenza di quanto succedeva in passato almeno a me, Precious non è un caso limite. I giornali la tv, ma anche gli psicologi gli assistenti sociali che conosco, mi raccontano continuamente storie di degrado, di abbruttimento come questa. Non a caso il cinema, che è specchio dell’inconscio collettivo, narra queste vicende con sempre maggior frequenza e fedeltà chirurgica. La rimozione è un meccanismo di difesa ormai socialmente inadeguato, oppure più positivamente forse è e deve essere sempre maggiore la capacità di pensare queste tragedie (come direbbe Bion, esercitare la funzione Alfa). Raramente come in questo film ho visto insieme il dramma e la speranza. La speranza è un fiore che nasce nel gelo di relazioni malate (ma cos’è la malattia?). La speranza, dice l’autore, è generata dalla cura di un insegnante amorevole che restituisce il senso della dignità attraverso la capacità di parlare di sè. Attraverso il metodo autobiografico la protagonista scopre i suoi progressi e soprattutto il senso di cittadinanza in un mondo in cui è legittimo dire la propria (interrogata in aula a 16 anni afferma “è la prima volta che parlo in classe”). Significa anche imparare a riflettere sul senso comune quando si scopre che sono i diversi, gli omosessuali, a trattarla bene e non quelli normali che hanno abusato di lei, maltrattato il figlio, e cercato di corromperla con la droga.

La mia serata si è conclusa chiacchierando con un amico, AD di una multinazionale. Mi ha confermato quello che ho intuito ormai da un po’ di tempo: l’ineluttabile decadenza della manifattura europea ed italiana, lo spostamento verso Cina e India, laddove non solo i prezzi sono molto, molto più bassi ma la qualità è ormai pari o superiore alla nostra. Insomma la fine di un’epoca.

Abbiamo concluso dicendo che la  nostra generazione (abbiamo entrambi 45 anni) si è dedicata più a se stessa che alla politica, consentendo il collasso strategico e valoriale del nostro Paese.

E adesso Preciuos ci presenta il conto.

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  1. #1 di fabiobrunazzi il dicembre 13, 2010 - 12:29 am

    Concordo in pieno sull’osservazione che l’est ci ha ormai raggiunti sulla qualità. Oramai compro solo prodotti cinesi perchè sono quelli che ci sono e funzionano.

    Credo che la speranza, che pare sia l’ultima a morire, non sia un condimento delle situazioni amare ma un atteggiamento positivo che indirizza verso scelte appropriate. Senza un minino di speranza che le nostre azioni vadano verso un esito positivo non riusciremmo nemmeno a muoverci. Il problema è stare nel mezzo, aspettare, fare il passo e vedere cosa succede.

  2. #2 di Maria Teresa Scherillo il dicembre 13, 2010 - 11:25 am

    Sono rimasta profondamente toccata dalla considerazione finale che richiama e assume la responsabilità generazionale. Ho quasi 70anni, 25 di più di Bruttini, un’altra generazione ancora. Eppure anch’io (isolata?) più volte mi sono chiesta quale fosse la mia (e nostra) responsabilità generazionale verso il “collasso strategico e valoriale del nostro Paese”. Non so se valga anche per me l’essermi “dedicata più a me stessa”. Da oltre 15 anni mi dedico anche alla polis, per lo meno al livello del mio possibile. Quindi c’è anche dell’altro(inadeguatezza di strumenti, limiti di comprensione,…). Ma la presa d’atto delle proprie diverse co-responsabilità mi sembra un punto di partenza fertile. Una via transegenerazionale per assumere da subito, qui e ora una condivisa (unita e distinta) responsabilità sul presente.

  3. #3 di Elisa Bassi il dicembre 13, 2010 - 9:10 pm

    una prima osservazione di pancia. Precious per me è un film che ricorda agli adulti la responsabilità di prendersi cura dei bambini e degli adolescenti in difficoltà. Vederli, e poi fare qualcosa. Chiamare a un colloquio, attraversare la città per comunicare a un citofono una possibile alternativa, creare una alternativa.

    quanto al commento sulla generazione dei 40 45enni, ognuno ha la sua storia. c’è chi si è dedicato a sé stesso per inclinazione e scelta (anche se offrire in modo etico e fair posti di lavoro non mi sembra una scelta priva di sfumature sociali, se non politiche). C’è però da chiedersi quanto i percorsi di cooptazione della politica, e ciò che la politica ha espresso negli ultimi tempi, non rappresentino un potente dissuasore non solo per una generazione, ma per una intera categoria di persone. Ho letto recentemente un interessantissimo articolo sulla differenza tra i leader della generazione Baby boomers e Gen X. Illuminante. si è leader differenti anche in funzione dalla generazione in cui si è nati, perché ciò determina le difficoltà, le opportunità che troverai, e che ti plasmeranno. Insomma,a volte mi chiedo se una certa svolta individualista non sia anche una scelta dettata da una lucida lettura del contesto.

  4. #4 di Emanuele K il dicembre 15, 2010 - 11:29 am

    bello scambio, grazie a tutti.
    purtroppo mi trovo ancora una volta un po’ fuori, forse troppo avanti forse stavolta molto indietro…
    chi mi conosce capirà sicuramente il senso di quello che sto per scrivere, chi non mi conosce invece potrà leggerlo com un atto di presunzione e… pazienza!
    a me è venuta meno la speranza!
    non ho mai fatto politica nel senso di partito (qualcosina, ma irrilevante se non per i referendum, quasi tutti persi!) nè partecipèazione alle istituzioni e organi.

    Credo di averla fatta tutti i giorni cercando di non perdere mai occcasione per condividere, educare, capire, supportare, stimolare, consapevolizzare chi incontravo, sia a livello professionale sia a livello di altri ruoli che ti trovi a “occupare”…

    sicuramente l’ho fatto perchè farlo soddisfa un qlc mio bisogno, esattamente come credo sia per qlc politico, missionario, kamikaze, santo etc
    sicuramente è un agire che non mi ha reso nè popolare nè ricco, anzi!

    sicuramente non mi ha ripagato nè la gratitudine nè la riconoscenza (sentimenti poco agiti se esistenti) e l’esame di realtà odierno fa barcollare uno dei miei slogan preferiti “felicità è la consapevolezza di essere stato utile a prescindere dal’altrui riconoscimento e riconoscenza”

    posso mollare, in qualche modo si sopravviverà ugualmente, ma è il ruolo di padre che mi frega: come si può mollare lasciando ai figli questa desolazione?
    pensare a sè e altro significa prepararli ad andarsene se non andarsene proprio, subito e prepararli altrove…

    che tristezza!
    e noi stiamo qua a scervellarcio e scriverci?
    altri fanno senza tante parole: dai mafiosi ai finiani,ai black di eiri a roma…

    i 50 anni mi tengono lontano da una tendenza terroristica, ma credo abbia ragione chi preannuncia una nuova ondata violenta perchè è una facile tentazione che dà sfogo alla rabbia, alla delusione, dà un obiettivo (poco costruttivo, ma pur sempre uno scopo)

    forse non c’entra, ma negli ultimi 6 mesi nel cerchio delle mie conoscenze e relazioni sono aumentati in modo incredibile separazioni e divorzi, anche in coppie apparentemente solidissime…

    sono andato lungo… mi fermo e vediamo se il blog genera altro
    so long, ek

  5. #5 di fabiobrunazzi il dicembre 15, 2010 - 6:31 pm

    Non credo ci sia qualcosa di sbagliato nel pensare a se stessi.

    Si puo’ pensare di non aver fatto abbastanza, che si poteva dare di piu’ ma a me sembra piu un delirio di onnipotenza cambiare i medi e grossi sistemi. Ancora peggio cambiare le persone.

    Preferisco lavorare sulle mie debolezze e i mie difetti, cercare di fare quello che ho voglia di fare che e’ la cosa piu’ difficile.

    Dopo una prima fase di attivismo sociale anche con fruttuosi e soddisfacenti progetti mi sto dedicando principalmente a me stesso, direi al 100%. Non esito se qualcuno mi chiede un aiuto e se io posso darglielo, ma da li´a portare il mio aiuto generalizzato ad un Altro ancor piu’ generalizzato, sinceramente non sono piu interessato a farlo.

  6. #6 di Elisabetta il dicembre 16, 2010 - 8:47 am

    Sono sempre stata restia a considerare le persone a seconda della loro generazione, anche se spesso per lavoro sono “costretta” a farlo (sociologia, uno dei mali del secolo???). Le “colpe” generazionali mi sembrano tutto sommato una grande semplificazione che porta a non riconoscere le responsabilità individuali.
    Credo che non solo non ci sia nulla di male nel “pensare a se stessi”, ma che sia l’unico modo possibile per riconoscere le proprie responsabilità e assumersi impegni.

  1. La generazione assente « Paolo Bruttini

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