950 grammi di potere


950 grammi di potere, un concentrato di rabbia distillato in capsule di piombo, un simbolo dell’Ordine e della Verità. Lo abbiamo visto tutti e ci siamo schierati con i buoni, oppure con i cattivi. Ci siamo schierati senza potere o voler capire, affrettandoci a parlare di ritorno degli anni ’70. Ma oggi molto è cambiato.

Il post precedente ha avuto molti riscontri. Qualcuno ha lasciato commenti, altri mi hanno scritto personalmente. Altri hanno telefonato. E poi, a poche ore di distanza, i fatti di Roma.

In un bellissimo saggio sulla fotografia dal titolo “Camera chiara” Roland Barthes parla del punctum. Un fotografo dovrebbe chiedersi qual è il dettaglio che attira l’attenzione dell’osservatore, l’elemento perturbante, qualcosa che rivela una verità da interpretare.

Ormai sono molti giorni che questa foto è stata pubblicata, ma non posso fare a meno di continuare a guardare quel punto: la mano con la pistola. E’ il centro di un vortice di corpi, urla, sudore, rabbia, dolore, paura. Davanti al grembo del poliziotto, l’arma è un oggetto sacro, generatore nella sua immobilità di un gorgo di pulsioni bestiali. Il suo titolare la trattiene, come un sacerdote, come un martire.

Ma cos’è la pistola? Un potere violentissimo e distruttivo che l’istituzione conserva nel suo grembo, come gli dei conservavano il fuoco prima di Prometeo. Un simbolo da contendere ad un potere che nega e che si intende violare, umiliare e offendere. Un diritto di affermare il proprio esistere, attraverso la possibilità di negare l’altro.

Quell’arma è la nostra arma. La possibilità di uscire dai propri schemi mentali, dalle proprie abitudini, dalle proprie idee rifugio. L’arma è un feto abnorme partorito dalle violente contraddizioni del nostro tempo. Ad attenderla non c’è il sorriso rassicurante della levatrice, ma il caos primigenio ed indifferenziato. Attraversare il caos, come i maestri ci hanno insegnato, rende possibile il cambiamento. Nella prospettiva di un Natale di quiete, quest’anno sotto la neve del Presepe, si risvegliano gli istinti di lotta.

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  1. #1 di Darioforti il dicembre 31, 2010 - 7:29 pm

    D’accordo sul valore di forte simbolizzazuone di quella immagine, tra Caravaggio e Giacobbe in lotta con l’angelo. Resta il fatto che quel finanziere – molto pasolianamente – e’ sopraffatto da giovani che giocano all’insurrezione, che gli han gia’ sottratto manette e manganello (vedi il terribile abbaglio in cui sono caduto anch’io quando ho denunciato la presenza di agenti provocatori) e lui cerca di difendere un oggetto – pericolosissimo – evitando di usarlo come difesa dalle ansie leggibili sul volto.

  2. #2 di Marina Oggero il gennaio 1, 2011 - 2:36 pm

    Non é facile commentare. Penso alla persona con la pistola e a cosa c’é dietro, comunque un lavoro, un senso del dovere, il terrore di essere colpito e dall’altra parte persone, per di più giovani che hanno rischiato di essere colpite e in mezzo una violenza inutile, scaturita dalla mancanza di risposta ai bisogni e la responsabilità di noi tutti verso le giovani generazioni che quasi solo il Presidente ha sottolineato ieri nel suo discorso di fine anno. Non si uccide solo con la pistola!

  3. #3 di Elisabetta Pasini il gennaio 4, 2011 - 6:04 am

    Conversazioni di capodanno: mio nipote Alberto vive a Madrid, studia Scienze Politiche, e da settembre dello scorso anno sta facendo l’ Erasmus a Bologna. Commentavamo con sua madre, mia cugina, che in questi pochi mesi ha occupato universita’, tetti e autostrade, e si sta costruendo una solida esperienza di guerriglia urbana. In Italia, sostiene Alberto, c’e’ una capacita’ organizzativa e di gestione dei servizi d’ordine che in Spagna, ad esempio, manca completamente, forse per via del lungo periodo franchista, e che si rivela oggi un prezioso serbatoio di skills potenzialmente interessanti per il futuro. Pare dunque che almeno in questo gli anni 70 una certa utilita’ l’abbiano avuta….
    Segnali di cambiamento o coerenza a tutti i costi?: quando noi andavamo alle manifestazioni i nostri genitori in genere si arrabbiavano moltissimo; ora che genitori siamo diventati, incitiamo orgogliosamente la prole a manifestare.Personalmente, credo che si impari di piu’ in un corteo che in un’aula di scuola, anche indipendentemente dal motivo per cui si manifesta….

  4. #4 di Giancarlo il gennaio 4, 2011 - 11:53 am

    La pistola è il simbolo della negazione dell’ascolto, è la rappresentazione di un potere che non vuole giocare il difficile gioco della democrazia e che cerca di imporre un pensiero unico, incapace di confronto e di mediazioni con l’altro. Se quel finanziare ha estratto la pistola è perchè dietro di lui c’è il pensiero politico dell’intolleranza. Il nostro contesto non è un paese allo sbando fatto di bande, ma di cittadini alla ricerca di un senso e di una condivisone. Si condivido lapistola è il “puntum” fotografico e sociale.

  5. #5 di fabiobrunazzi il gennaio 4, 2011 - 1:14 pm

    A Capodanno sono stato a Marsiglia. Prima a una festa dove l’arrivo di un gruppo di skinhead ha provocato scontri a bottigliate, con tanto di sangue e volti tagliati. Poi per strada nel quartiere Arabo una rissa davvero violenta di fronte al bar per regolare chissà quali conti. Mi ha abbastanza scioccato.
    Sono abituato alla violenza cinematografica, letteraria e televisiva. Osservare la violenza da una distanza.
    Quando c’è violenza non c’è ascolto, ma la violenza esiste, non si può far finta di niente, così come un mondo senza pistole è pura utopia.

  6. #6 di Paolo il gennaio 5, 2011 - 3:54 pm

    Questa fotografia, quasi un affresco, come ci ricorda Dario e le parole usate quali violenza, lotta, potere, …. e poi pistola che vertiginosamente fa precipitare questi concetti astratti in qualche cosa di concreto, fisico, sensazione di malessere e di paura, mi ha fatto fare un associazione con un documentario che ho visto il 1 pomeriggio con mia figlia su history channel sulla storia dell’Unione sovietica. Mi ha in particolare colpito il resoconto della morte di Stalin, deceduto improvvisamente durante la notte per un ictus: quando al mattino fu ritrovato senza vita raccontano che stesse ancora girando sul suo giradischi (lui ascoltava molta musica classica)uno dei concerti per pianoforte ed orchestra di Mozart, autore tra i suoi preferiti, eseguito dalla sua prediletta pianista russa. Terrore e bellezza, oppressione e armonia, orrore e grazia, come accettare, pensare conviventi e contemporanee queste dimensioni in uno dei più efferati tiranni della storia? Non so, non riesco a dare un senso a questa radicale ed inaccettabile differenza e nemmeno so il motivo di questa associazione rispetto alla riflessione proposta da Paolo, ma mi sento solo di continuare nel tentativo di cercar insieme con gli altri di conciliare “la pistola e l’ascolto” in ognuno di noi, nello sforzo di ridurre la prima ed espandere il secondo

  7. #7 di paolo bruttini il gennaio 7, 2011 - 11:16 am

    Mi sembra che stiamo dicendo che alcuni vivono le esperienze a distanza attraverso le fotografie, la televisione, le conversazioni in famiglia. Altri stanno sulle barricate o rischiano le coltellate nelle periferie malavitose.

  8. #8 di fabiobrunazzi il gennaio 7, 2011 - 11:33 am

    In un certo senso è così.
    Da quando sono stato in Venezuela qualsiasi commento televisivo sulla pericolosità del vivere in italia (stupri, assalti, pestaggi) mi fa sorridere.
    La violenza può essere certo sublimata, contenuta, reindirizzata, ma rimane una componente umana evolutiva imprescindibile. Certo, finchè tengono le condizioni di sicurezza e agio che ci siamo costruiti può essere relativamente semplicetenere a bada la violenza. Ma se si ripropongono situazioni di lotta per la sopravvivenza credo non ci siano poi molti altri mezzi per il sostentamento.

    • #9 di Elisabetta Pasini il gennaio 10, 2011 - 12:21 pm

      Confermo sulla pericolosità del vivere in Venezuela…. da quando molti anni fa sono ho avuto una esperienza di collutazione fisica alla stazione degli autobus di Caracas con un aggressore munito di coltello…. comunque questa esperienza mi ha anche insegnato qualcosa, per esempio quali sono le mie reazioni di fronte alla violenza fisica. Il fatto ad esempio di sapere che, contrariamente a quanto mi sarei aspettata, non vengo colta dal panico e riesco a mantenere lucidità nei gesti e capacità di pensare da allora in poi mi ha sempre confortato. Dunque si Paolo, hai ragione, credo che per quanto dure alcune esperienze possano essere necessarie, anche perchè come dice il maestro yoda “non c’è potenza senza il controllo”.

      • #10 di fabiobrunazzi il gennaio 12, 2011 - 7:36 pm

        Confermo questa tua esperienza, anche se devo contraddirmi su quanto scritto precedentemente: l’unica rapina a mano armata che ho subito (pistola) è stata in una sala scommesse in italia… nella tranquilla provincia di Milano qualche anno fa.
        Anche in quel caso la mia reazione è stata sorprendentemente calma, anche se ricordo che a essere agitato era il rapinatore e questo mi ha spaventato parecchio. Me la sono cavata senza un graffio per fortuna e i soldi non erano mie.

  1. 950 grammi di potere « Paolo Bruttini

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