COME SI FA UNA RIVOLUZIONE?


È una domanda tremendamente attuale in questi giorni, in cui le piazze di Tunisi, Il Cairo, Bengasi, infiammano gli animi migliaia di persone in tutto il mondo. Tutto questo accade, per di più, di fronte a un mondo occidentale sbigottito e perplesso, che tutto si aspettava tranne che una rivoluzione in quella parte del mondo che considerava ormai assuefatta a regimi totalitari e illiberali. E non sembra neppure una domanda difficile, soprattutto se come me appartenete a quella generazione che, sulle rivoluzioni, ha sempre pensato di essere molto preparata. Dunque, quando mi è stata fatta, qualche tempo fa, ho subito affermato con decisione che era una domanda ovvia e anche un po’ ingenua: per rispondere bastava rispolverare un paio di manuali di guerriglia urbana e di avanguardie rivoluzionarie, aggiungere un po’ di comunicazione digitale, di internazionalismo, e la risposta era pronta…. O forse anche no…. Perché davvero, se ci pensiamo veramente, le cose sono molto più complicate di così. E dunque mi sono venute in mente tutte le rivoluzioni che mi erano passate sotto il naso dagli anni 70 in poi, il sessantotto, il femminismo, i diritti civili, la new economy, la rivoluzione digitale, il movimento ecologista. Grandi cambiamenti, certo, ma erano davvero rivoluzioni? E allora forse, prima di chiederci come si fa una rivoluzione, dovremmo chiederci che cosa è una rivoluzione.

Cito da Wikipedia: “Rivoluzione (dal latino revolutio,-onis, rivolgimento) è un mutamento improvviso e profondo che comporta la rottura di un modello precedente e il sorgere di un nuovo modello.” E’ ancora una definizione utile? Non suona forse un pò meccanicista, quasi che bastasse sostituire un prodotto ormai usurato con uno nuovo? Cosa che può essere vera se guardiamo alle rivoluzioni del passato, ma che non aiuta minimamente se vogliamo cercare di capire qualcosa del presente o, addirittura, interrogarci sul futuro; perché nella realtà dei fatti la cosa più difficile è sempre cogliere i momenti “topici” che portano alla formazione di un nuovo modello nella loro dinamica di attuazione, mentre le cose succedono. Si sente spesso parlare di “cambio di paradigmi”, un termine quanto mai abusato, ma poco ci si interroga su quali siano i paradigmi nuovi, e anche quelli vecchi da sostituire. Se dovessi basarmi sull’esperienza, la verità è che la situazione non sembra per nulla chiara, e grandi novità in giro non se ne vedono.

Stiamo vivendo una curiosa fase della storia umana in cui sembra esistere una consapevolezza diffusa che grandi cambiamenti ci attendono, e che anzi stanno diventando assolutamente necessari se vogliamo sopravvivere. Tutti pensiamo, correttamente, che dobbiamo cambiare il nostro modo di spostarci, di lavorare, di consumare, di imparare, di vivere insieme; e che dobbiamo farlo in fretta prima che sia troppo tardi. Eppure, sembra che non siamo mai stati tanto spaventati dal cambiamento come ora, e nella realtà dei fatti quasi nessuno fa nulla per cambiare davvero. Sembra che ogni cambiamento ci colga impreparati, e che tutto succeda senza che abbiamo avuto il tempo di rendercene conto. Le rivoluzioni in corso in Egitto, in Tunisia, adesso anche in Libia, erano veramente impossibili da immaginare? Siamo davvero in buona fede quando ci stupiamo che paesi con popolazioni giovani, istruite, e con tecnologie avanzate possano lottare per la libertà economica e di espressione? E, tornando indietro di un paio d’anni, possiamo davvero sostenere che la crisi economica che sconvolge America e Europa dall’inizio del 2008 non fosse una minaccia incombente e del tutto visibile? Perché i cigni neri sembrano improvvisamente essere diventati tanto più numerosi di quelli bianchi? A ben guardare, siamo passati da una fase in cui il mondo occidentale sembrava essere completamente in controllo dei giochi del pianeta, a un momento come quello attuale in cui la situazione sembra esserci completamente sfuggita di mano.

Dunque tornando alla domanda iniziale, come si fa una rivoluzione? Ovviamente non ho nessuna risposta a questa domanda, e tutto sommato lo considero già un passo avanti. Perché la cosa più difficile quando si parla di cambiamento sembra essere proprio cominciare da se stessi mettendosi in discussione. Però posso provare a fornire una traccia, o meglio un brandello di esperienza, che personalmente considero interessante.

 

Questa sera sono andata alla presentazione del libro di un amico, Franco Bolelli. Il libro si chiama Viva Tutto, è scritto a due mani con Lorenzo Jovanotti Cherubini, ed è lo scambio di mail tra i due autori per circa un anno, dal 21 febbraio alla fine di ottobre 2010. È un libro semplicissimo che parla di cose importanti che tutti, volendo, possiamo sperimentare ogni giorno: parla di come nasce un progetto, nel caso specifico il progetto di un disco, e di molte altre cose. Soprattutto, parla di possibilità, partendo dalla ovvia constatazione che negli ultimi anni il modo di comunicare delle persone, grazie alla rete, è profondamente cambiato e che questo semplice fatto ha portato all’apertura di nuove immense possibilità; se soltanto, è chiaro, ci proponiamo di usarle e impieghiamo passione, energia e generosità nel perseguirle. Nulla di più semplice in apparenza, ma anche nulla di più difficile! Nei dialoghi tra Franco e Lorenzo si parla spesso di innovazione, ma non come se fosse una cosa astratta, come si fa di solito nei “salotti buoni” degli intellettuali; piuttosto, come qualcosa che davvero si può provare a sperimentare tutti i giorni, perché oggi abbiamo molte possibilità a portata di mano e molti modi per inventare nuove forme di comunicare e di condividere se soltanto decidiamo di usarli.

Quando Franco mi parlò del suo progetto qualche tempo fa, e del titolo che avevano scelto, subito pensai che davvero non mi sentivo nel mood giusto per un “viva tutto”. Il 2010 era stato un anno pesante, con poche emozioni e tante rotture di scatole, e dunque mi sentivo personalmente molto più propensa a un “vaff…… tutto”… Poi però ho comprato il libro, e nonostante le sue 480 pagine l’ho letto, perché stimo molto Franco Bolelli e mi fido ciecamente di lui. Lo leggevo la sera prima di dormire, e in pochi giorni mi sono trovata a parlare con gli autori, gioire di alcune delle cose che scrivevano, litigare su altre… e anche a spegnere la luce sempre più tardi, per leggere di un altro giorno e partecipare a un’altra discussione….e quando l’ho finito mi sono detta “e ora che faccio?…”. Stasera, alla presentazione, ho scoperto che, come me, c’erano almeno altre cinquanta persone che avevano avuto la stessa reazione; e ho pensato che forse questa poteva essere, se non una piccola rivoluzione, almeno la speranza di una sua possibilità.Forse, dipende anche da noi…

 

  1. #1 di Paolo De Caro il febbraio 22, 2011 - 3:06 pm

    post di sanguinosa attualitá.
    queste non sono rivoluzioni, sono il possibile inizio di tante diverse rivoluzioni. dopo c’é una fase ancor piú dura, politica.

    la politica… quella cosa che attiva/accompagna le persone verso un’idea migliore e migliorabile di convivenza rispettosa e operosa.
    l’italia (e l’europa) si é dimenticata di cosa sia la politica. basta “non disturbare” gli stakeholders, agitare il fantasma dell’estremismo islamico, temporeggiare. esportare democrazia dove c’é interesse, supportare tiranni altrove.

    in effetti é difficile comprendere e accettare nuovi equilibri politici mondiali (che ci vedranno periferici), ma tant’é, certi desideri umani collettivi viaggiano molto piú veloce della nostra vergognosa classe politica.

    tornando al post, posso dire come NON si fa una rivoluzione: no giovani, no istruiti, no tecnologie avanzate, sí mass media.

  2. #2 di fabiobrunazzi il febbraio 22, 2011 - 7:30 pm

    Mi piace soffermarmi sulle difficoltà della rivoluzione, sulla pigrizia, sulle resistenze che nonostante sappiamo cosa ci sia da fare, inconsciamente siamo indolenti e tendiamo a ricercare la protezione e il sostegno esterno.

    nonostante il progresso tencologico corra follemente, la nostra capacità emozionale è esattamente identica a quelle dei nostri antenati sapiens.

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