PARTE TUTTO DAI CITOFONI


L’altra sera camminavo per Milano immerso nel mio buon umore: non avevo nulla da fare e la mia allegria mi chiese di schiacciare a due mani il “quadro” di un citofono condominiale. Con mia sorpresa il citofono in questione era a codice numerico (un codice per ciascun appartamento), il che impedì il mio esercizio, facendo volgere la mia allegria in altre direzioni.

Questo avvenimento mi ha dato da pensare: il fatto che numerosi individui (io in primis) ha continuato a schiacciare i citofoni altrui per anni, senza alcun motivi e col solo scopo di divertirsi (in maniera irrazionale) a spese altrui, ha fatto sì che i citofoni siano stati modificati per evitare tale fenomeno. Un comportamento insensato, prolungato nel tempo ha causato una modifica che sarebbe stata, in assenza del comportamento, inutile.

Adesso non so e non mi interessa se i citofoni siano cambiati per questo motivo, il discorso è un altro: si riesce ad ottenere una “collaborazione” duratura e diffusa più facilmente se questa consiste nello schiacciare citofoni a sconosciuti, confronto alla diffusione reciproca di informazioni sul sistema di riciclaggio dell’immondizia, piuttosto che sullo spreco dell’acqua. Sembra che sia più facile impegnarsi a perpetuare un comportamento insensato tanto da ottenere modifiche tecniche (piuttosto che fisiche, culturali o ambientali), che prendersi l’onere di modificare la polis nei sui aspetti che creano danno al singolo nel suo quotidiano.

Viene più facile tramandare un comportamento, diffonderlo all’interno della propria rete sociale, se questo ha scopi bassi o non ne ha proprio, piuttosto che unire le forze per un gestaltico bene comunitario: se non vi è un’esigenza impellente di cambiamento, se la realtà in cui si è immersi è nociva ma non mortale, si continua a vivere senza porsi domande, senza seguire la via illuminata dai pochi innovatori che cercano di modificare uno stato delle cose che si sta dirigendo verso lo sfacelo.

Non ho mai capito come mai la proposta di un’idea innovativa, futuristica che ha come obiettivo la modificazione di aspetti negativi, dannosi, nocivi o inquinanti, ha come risposta la sua contestazione: proporre speranze fa più paura che tenersi il problema. Si riesce a essere collaborativi solo se la collaborazione in questione riguarda qualcosa che non intacca la nostra realtà, le nostre certezze (anche se queste non ci creano alcun guadagno); si riesce a mettere più facilmente il nostro impegno, i nostri sforzi, le nostre capacità se queste sono al servizio di qualcosa che non sconvolga il nostro mondo, e, cosa ancor più disgustosa, si è molto più propensi a contestare colui che propone un cambiamento confronto a collaborare con lui.

E’ meglio farsi guidare da un singolo allo sbando piuttosto che proporsi in prima persona come guida; il rimanere “invisibili”, nella massa, il “non dare nell’occhio”, sono diventati di questi tempi dei valori. Proporre nuove idee, leggere libri scritti da voci “fuori dal coro” (o anche solo leggere), informarsi per proprio conto, sono comportamenti sovversivi, è andare “contro corrente”, è volersi “mettere nei guai”. Ma forse impegnarsi per uno scopo comune è una prospettiva migliore che omologarsi per evitare di chiedere, per evitare di sapere. Forse andare contro corrente è la via di salvezza se la corrente porta alle rocce. Forse i guai li viviamo ogni giorno sulla nostra pelle, e li abbiamo vissuti per anni, e li vivremo se non creiamo alternative. Forse si è capaci di ottenere un cambiamento socialmente molto più rilevante confronto ad un citofono se uniamo i nostri sforzi assieme e perpetuiamo attività per il bene della comunità, forse il nostro futuro può essere deciso da noi se solo riuscissimo a non essere tanto spaventati da questo.

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  1. #1 di bruttini il marzo 3, 2011 - 4:34 pm

    Ho letto un paio di volte il tuo post. Mi venivano solo concetti da portinaio: sta succedendo questo, il motivo è quello. Poi mi sono soffermato a guardare la foto. Cliccando si leggono i nomi dei condomini. Allora ho pensato che è questa differenza tra l’azione irrazionale (magari divertente) e quella per il “gestaltico bene comunitario”. Rendere acuto lo sguardo e leggere quei nomi. Chi sono? Che storie hanno? Che cosa vogliamo fare con loro? Se decidiamo che esistono allora esistiamo anche noi. Allora faremo ciò che è possibile, dentro alle nostre capacità.

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