Fratelli d’Italia


Se parliamo di organizzazioni, senza leader, o meglio senza capi, allora bisogna chiedersi che fine fanno i capi. Poiché è facile immaginare che organizzare risorse significa fare i conti con il potere, organizzazione e management sono cose procedono di pari passo. Ma noi sosteniamo in queste pagine che le strade possono divergere, dunque il problema è dove vanno a finire i capi, quelli che c’erano prima, all’inizio della storia.

Mi sono posto questa domanda perché sto leggendo il bel volume di Kaes Il complesso fraterno edito presso Borla (2010). Sono arrivato a questo volume per un’intuizione che riguarda il legame tra i codici affettivi e le organizzazioni 2.0. Mi sembra che se le organizzazioni tradizionali del tipo comando e controllo sono caratterizzate dai codici paterno e materno, lo stesso non si possa dire delle nuove organizzazioni. Sono paterne le organizzazioni in cui prevale la performance o il rispetto delle regole. Materne quelle in cui prevale la cura e la solidarietà. Mi sono confrontato con il mio amico Massimo Bellotto autore nel 1991 insieme a Giancarlo Trentini del bel modello sulle culture organizzative da cui ho tratto questa concezione. Concordiamo nel ritenere che il nuovo scenario preveda l’avvento di un nuovo codice affettivo: quello fraterno. Stiamo cioè assistendo allo sviluppo in questa nuova fase di modelli relazionali non più ispirati ai codici affettivi propri del triangolo edipico (paterno e materno) ed al complesso corrispondente, per usare un linguaggio psicoanalitico.  Le nuove organizzazioni vedono il prevalere di un altro complesso la cui natura è ancora oggetto di studio: il complesso fraterno.

Nella lettura che ne dà Kaes il complesso fraterno è un organizzatore psichico inconscio del legame fraterno. Il legame fraterno è il rapporto affettivo che si stabilisce con i pari, nei gruppi, all’insegna della cooperazione, ma anche della rivalità, del conflitto e della solidarietà.  La tesi ardita dell’autore è che tali relazioni, che noi conosciamo o che abbiamo sperimentato, derivino da un complesso (fraterno) di importanza analoga a quello di altri complessi oggetto dell’indagine psicoanalitica: quello edipico sopra tutti. In altre parole questo significa che il nostro abitare le nuove organizzazioni P2P ha a che fare con il rapporto che ognuno di noi ha con i fratelli, reali o immaginari, che abbiamo interiorizzato. Intrusione, rivalità, invidia, gelosia, desiderio, sfida sono le dimensione che la fratria ci impone di considerare.

Un tema importante è anche l’elaborazione della morte dei genitori, che rappresenta la dimensione di confine tra i vecchi ed i nuovi modelli organizzatori del legame in una famiglia. L’analogia con l’impresa è del tutto necessaria. Introdurre i temi P2P in un’azienda significa fare i conti con la scomparsa delle figure paterne o materne. Padri e madri che potrebbero non aver nessuna voglia di cedere il passo, e dunque importare nella scena psichica fantasie di persecuzione e vendetta. Questo è il motivo per cui le community di certe aziende repressive non decollano, nonostante le buone pratiche di coinvolgimento di gruppi di redattori, autocandidati come promotori della community stessa. Questo può essere uno dei motivi per cui si teme di esprimere il proprio punto di vista, concependo una relazione non solo gerarchica, verso padri e madri che non ci stanno a farsi da parte. Questo è il motivo dell’energia esorbitante che ho rilevato personalmente nelle poche imprese autenticamente 2.0 in Italia. Casi isolati che sono possibili perché i capi si pensano, usando il nostro linguaggio, più come fratelli maggiori, che come padri (o patrigni). Pronti a favorire l’espressione, la scoperta, il desiderio, il divertimento. Pronti a  fare i conti, con l’invidia, la gelosia, la rivalità che la relazione tra fratelli comporta.

Allora mi viene da dire “svegliamoci” come diceva Benigni nella serata sanremese. Libertà, uguaglianza e fraternità nel segno di una rivoluzione di pari.

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  1. #1 di fabiobrunazzi il marzo 9, 2011 - 4:31 pm

    Bel post Paolo, complimenti. Da l’ultima volta che abbiamo parlato di questo tema vedo che le tue ricerche sono andate molto in profondità.

    Io segnalo un mio sentimento, riguardo al lutto verso l’organizzazione paterna: mi sono formato e sono cresciuto con l’idea che prendevo da chi mi circondava, dalla cultura in cui ero immerso, di una organizzazione che guida e fa crescere, forse dura, per il focus su performance e regole.
    Poi dopo averla ben bene studiata sono entrato nelle organizzazioni e non ho più riconosciuto questo modello tramandatomi, questa idea presa dalle esperienze di chi vedevo intorno a me, della mia famiglia o di quello che ti dicono a scuola i professori.
    Ho incontrato la famiglia nell’organizzazione, ma non ho più trovato nessun padre credibile in essa, si può dire che la leggenda dell’organizzazione-padre è rimasta tale, senza un corrispettivo nella realtà.
    Ora rimanere orfano di questo ha generato in me esiti imprevisti, l’allontanamento dalla casa, la ricerca dell’altro, l’autoformazione, ma credo che questo tuo post abbia centrato il punto di oggi.
    Che fine fanno i capi?? mi fa sorridere che sia diventato capi-tano.

  2. #2 di Paolo De Caro il marzo 9, 2011 - 4:48 pm

    Bel post! la dimensione fratria é un’alternativa antropologica interessante ai complessi psicoanalitici, per certi versi esausti. un rischio che sento é la liminalitá al concetto/aspirazione di ‘fratellanza’.

    Quando si parla di peer non si calca mai abbastanza sul fatto che egli é l’ALTRO, io credo, piú che il familiare. Affine non intimo.
    Invidia, gelosie, rivalitá, e pure mediazione, politica, legame contingente.

  3. #3 di Elisabetta Pasini il marzo 10, 2011 - 4:31 pm

    Liberté, Egalité, Fraternité…. più che fratelli d’Italia mi sembra la Marsigliese :)))

  4. #4 di Giuseppe Pitotti il marzo 10, 2011 - 6:34 pm

    Ritrovo molti Fratelli d’Italia in giro per organizzazioni non di tipo manifatturiero. Che fatica però venire a patti con l’ invidia! Il tema/problema diventerà molto rilevante se riusciremo a fare decollare la Responsabilità Sociale Condivisa( SSR: Shared Social Responsibility ), di cui si comincia a dibattere al Consiglio d’ Europa. Può però essere una via di uscita dalla empasse collettiva. Speriamo!
    Giuseppe Pitotti

  5. #5 di stefano delbene il marzo 14, 2011 - 2:17 am

    Bel post: a me ha fatto pensare quanto in un’organizzazione come quella in cui lavoro (una coopertaiva sociale di inserimento lavorativo) uno degli aspetti che più colpiscono i nostri interlocutori (clienti, consulenti, enti pubblici) sia la mancanza del leader paterno/materno. Anche nel caso che tratteremo nella nostra prossima riunione mi sembra di individuare una simile caratteristica…non dimetichiamo però un altro mito, quello di Caino ed Abele…

  6. #6 di Paolo il marzo 18, 2011 - 10:02 am

    bella suggestione!! la mia emozione è che sia molto più complesso misurarsi e confrontarsi con i fratelli/sorelle (ci tengo a sottolineare questa “altra faccia della luna”, che va ben al di là della semplice aspetto di genere, ma che invece vuole portare all’attenzione molte dimensioni troppo spesso dimenticate o sottovalutate, di trasformazione del codice materno che Paolo ricorda). E’ molto più rassicurante e chiaro il misurarsi e contrapporsi al codice paterno!! fra gli orfani, i fratelli maggiori poi spesso diventano padri assumendone comportamenti, codici e vizi oltre che virtù. Importante il richiamo a Caino e Abele.
    E quindi dove va a finire la rivoluzione tra pari?
    bella sfida da affrontare con positività e forza…

  1. Fratelli d’Italia « Paolo Bruttini
  2. Competere è bello « Paolo Bruttini

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