Fuori dal mio recinto. Se mi va.


 

E’ un’idea nuova quella dei software per la collaborazione? Dipende da cosa si intende per software. Il termine ha origine durante la II guerra mondiale dal tentativo inglese di decriptare i codici della macchina tedesca Enigma: le istruzioni, scritte su pagine solubili, furono battezzate software. Come primi anatomisti, i crittoanalisti inglesi si trovarono di fronte a un corpo aperto, conosciuto nella sua struttura fisica (hardware), a indagare l’input sensibile, la componente tenera, misteriosa, vitale.

Cosa è e cosa fa una macchina? Facilita il lavoro dell’uomo o lo automatizza? Supporta o sostituisce? Ha senso distinguere queste fasi del processo creativo? Non c’è scoperta hard che possa essere attribuita al singolo, ma sempre ad una collaborazione (più o meno conscia, più o meno sincrona) di diverse menti competenti e appassionate. Software è in questo senso il continuo perfezionarsi di un pensiero sulla tecnologia esistente.

Perciò un software è collaborazione. Il grado di automazione (e alienazione, e noia) è direttamente proporzionale al grado di controllo della cultura che lo accoglie. Irene Greif, director of collaborative user experience IBM, esperta di computer-supported cooperative work, racconta del software Lotus Notes (prima release 1989):

anybody could create a Notes database on a server and set up access control in a very intuitive way. Anyone, not a database administrator, could create a place to meet. Slowly, over time, [IT managers demanded more control]. You would have to submit a request to create a database; you would have to submit a request to change access control. As a result, a lot of places [that use Notes] don’t have the “group experience” in Notes, and they just use it for e-mail.

Il piú elementare dei software è potenzialmente social. E’ la cultura in cui evolve a segnarne l’efficacia: “it is not about the technology per se, but more about finding technologies that are resilient against controls [by management]”.

Il fattore top-down è coltivare management non autoritario, ma autorevole, che privilegi la relazione emergente al controllo. Il fattore bottom-up è un fatto di fiducia: “People have to trust each other to do that. It is risky to show people your unfinished thoughts. Technologies for a long time could let you do that; people did not always do that”.

Affinché si condividano pensieri e prodotti semilavorati non basta un goal condiviso, una casacca dello stesso colore, ma l’idea interiorizzata che questa condivisione tra pari (competenti, appassionati) avvenga per spostare l’orizzonte di innovazione piú in lá di quanto il singolo possa.

In definitiva, il vero fattore social è quello di mitigare (almeno in alcune fasi) spinte top-down e bottom-up a favore di un’iper-architettura organizzativa ove tutto (controllo, autonomia, ricompensa) trami all’iper-efficacia innovativa.

Se il software nasce social, la cultura social é da testare, da imparare, da insegnare. L’Occidente va in direzione contraria al social almeno dal 1700, dagli Enclosures acts, leggi di recinzione dei campi che portarono all’incremento della produttività agricola.

Peró ora si percorrono open lands, si lavora sull’High-innovation, che è un po’ differente dall’High-farming, dall’accumulo. Necessitiamo un transito dall’ideologia (consumismo, capitalismo, colonialismo…) all’idea. Un’idea da amare, un desiderio. E’ difficile diventare social? No. Semplicemente lo faccio se mi va. Trancio il mio recinto, apro il mio wi-fi, condivido una mia idea, se mi va.

 

 

 

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