SOTTO IL PAVE’ SPIAGGE INFINITE


Tra tutti gli slogan del 68 questo è sempre stato il mio preferito!
Bastava chiudere gli occhi per immaginarle, quelle spiagge, e la certezza della loro esistenza serviva anche a dare un senso a qualche ciottolo divelto dal pavé.
Mi è sempre piaciuto perché contiene una potente idea di futuro: la forza dell’immaginazione, che dà forma all’ignoto, e corpo e sostanza a un pensiero ancora vago e incerto.
Questa è l’idea che mi è tornata in mente qualche giorno fa, reduce da un incontro/dialogo in Ariele con Elena Pulcini, brillante rappresentante della new wave della filosofia italiana. Nel suo libro La Cura del Mondo la Pulcini parla di alcuni temi in apparenza molto “belli”, come dono, gratuità, immaginazione; che però mal si incastrano in uno scenario di partenza “catastrofico”, in cui i due grandi mali del nostro tempo, che lei definisce “individualismo illimitato”- l’onnipotenza dell’io – e “comunitarismo endogamico” – l’ossessione del noi -, fanno a gara nel metterci in una condizione di diniego di ogni speranza di futuro.
Per uscire da questa impasse e recuperare un rapporto possibile con il mondo, persino la “paura” può costituire un antidoto efficace: non la paura che produce angoscia paralizzante, tuttavia, ma una nuova forma di paura “hobbesiana”, capace di mobilitare energie e progetti attraverso la consapevolezza della vulnerabilità del nostro mondo e della necessità di recuperare legami sociali di solidarietà. Una forma di paura, tutto sommato, non molto diversa da quella che descrive Naomi Klein nel suo The Shock Doctrine, in cui la violenza che si propone come obiettivo di annichilire e distruggere i legami sociali – quella delle grandi catastrofi e dei grandi totalitarismi, dal colpo di Stato in Cile allo tsunami in Tailandia – è però anche capace di produrre degli “anticorpi solidali” che generano progettualità sociale attraverso la riscoperta di antichi valori comunitari. Oppure quella descritta da Corey Robin, noto politologo americano, nel corso di una intervista che gli feci alla fine del 2007 a New York, in cui sottolineava come la paura, che è stato un grande tema politico da Machiavelli in poi, affondi le sue radici come motore di conoscenza nel giardino dell’Eden. Il suo bestseller Paura: storia di un’idea politica inizia con la cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso, e con una fatidica frase: “Attraverso la paura, comprendono”. La paura in questa prospettiva sembra diventare dunque conoscenza, consapevolezza della propria condizione, e potenzialmente, uno strumento di cambiamento.

Ho sempre pensato che due dei più celebrati protagonisti del nostro tempo, Zygmunt Baumann e Richard Sennet, siano stati, a mio parere, alquanto sopravvalutati: senza nulla togliere alla profondità della loro riflessione, hanno infatti secondo me molto contribuito a cacciare in un cul-de-sac il pensiero filosofico e sociologico, poiché mi è sempre sembrato che l’accento sulla società liquida e sulla perdita del legame sociale poco potessero contribuire a dare nuove prospettive di senso a tutte le potenzialità progettuali che oggi oggettivamente si sono aperte grazie, anche, alle nuove tecnologie.
“We have to be better at believing the impossibile”, sostiene Kevin Kelly, grande guru del web.
E’ possibile che la tecnologia non possa risolvere da sola tutti i nostri problemi; è anche possibile che abbia in parte notevolmente contribuito ad aumentarli. Ma sono fermamente convinta che si è rivelata negli ultimi venti anni il più grande serbatoio di innovazione, non solo tecnica ma anche per la costruzione di nuovi legami sociali; e che sia solo attraverso la comprensione di queste nuove potenzialità che si stanno manifestando potentemente nel contesto sociale, come il fermento rivoluzionario del Nordafrica con forza testimonia, che il potere dell’immaginazione può emanciparci da un presente angusto e restituirci la capacità di progettare il futuro.
Più ancora della costruzione di legami sociali, abbiamo bisogno di tornare a immaginare, sotto il pavè, le spiagge nascoste….

http://www.ted.com/talks/kevin_kelly_on_the_next_5_000_days_of_the_web.html

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  1. #1 di fabiobrunazzi il aprile 5, 2011 - 11:46 pm

    Stavo giusto pensando alla paura discutendo sul popolo americano con un’amica e a pennello arriva il tuo post!
    Se penso alla mia esperienza ogni tanto mi fermo a riflettere sui pericoli in cui rischio di incorrere in ogni momento, da quelli fisici a quelli emotivo-relazionali, e spesso ho paura. Ho paura ma non sono mai spaventato, e lì mi è sembrato di cogliere una sottile differenza: tra la paura inscindibile nel conoscere l’ignoto, allo spavento che non ci permette invece di entrare in relazione e di conoscere.
    La paura è ineliminabile e l’incoscienza (nel senso di lasciar fare all’inconscio) ci permette di mettere alla prova limiti autoimposti. E’ impossibile affrontare il nuovo senza incoscienza.

  2. #2 di Paolo De Caro il aprile 7, 2011 - 8:50 pm

    ho bisogno di post come questo

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