Lavorare di meno grazie alle tecnologie del web (!?)


Da qualche decennio, da quando cioè i computer hanno preso prepotentemente il controllo delle transazioni informative all’interno delle organizzazioni, tutti avrebbero pensato a un progressiva diminuzione delle ore lavorative, magari senza decurtazione nel salario, visto che la produttività in teoria non ne avrebbe risentito. Un’equazione semplice: fintanto che si riesce ad aumentare la produzione, finchè si vende, la tecnologia non porta disoccupazione, la forza lavoro rimane costante e quello che si allarga sono i volumi di produzione, i mercati. Peccato però che i mercati non possano in generale espandersi all’infinito, e qualche frattura nel sistema finanziario ci ha anche fatto capire che le ottiche di investimento non sono più sufficienti al grado di miopia di oggi.

Perchè oggi con sistemi informativi da brivido l’impiegato medio continua a fare i turni di 8 ore? Come quantifichiamo oggi la produttività rispetto alle mansioni, quindi l’orario salariato? Stare in ufficio otto ore mi è sempre sembrata una tortura. Forse ero io ad essere troppo rapido o troppo sbrigativo e superficiale nel lavoro che svolgevo. Ricordo alcuni casi e cioè in concomitanza di flussi lavorativi eccezionali che in alcuni settori avvengono stagionalmente o comunque a singhiozzo dove i carichi di lavoro mi sembravano potersi e doversi spingere a occupare tutta la mia giornata, anche per più di otto. Ma questo mai un anno intero, a meno che io abbia sempre e solo frequentato organizzazioni pigre. Pensare che organizzazioni di anche 80 persone necessitino il loro impiego ininterrotto per otto ore tutti i giorni mi sembra indice di inefficienza. Gli scandali dei dipendenti pubblici di Arezzo che si assentano impunemente a fare le loro commissioni (i famosi “porci comodi”) è indicativo: ma in fondo in ufficio, cosa avevano da fare?

La rivoluzione tecnologica ha portato nel corso dei secoli ad una progressiva diminuzione delle ore annue dedicate al lavoro ( dalle 3000 ore l’anno di inizio secolo alle 1700-1800 ore di lavoro di oggi). Siamo forse arrivati al minimo storico? Perchè non si può ulteriormente scendere? E perchè costringere in cattività lavoratori anche se inoccupati parte della giornata? Tanto poi lo sappiamo che passano il tempo sui social network o alle macchinette del caffè.

Nelle ultime settimane ho fatto alcuni colloqui di lavoro da casa via Skype e un amico mi faceva notare come un candidato (ma anche un esaminatore) potesse, sotto il suo mezzo busto incravattato e ingiacchettato, stare in mutande e con i piedi in ammollo nel pediluvio continuando a mantenere un’aura di rispettabilità.

Una plausibile soluzione agli enigmi del binomio vita-lavoro sembra essere offerta dal mai decollato telelavoro o in genere dalla non-assenza creata dalle tecnologie connettive. Se possiamo lavorare ovunque e dovunque (non per tutti, ma per molti) allora non smettiamo mai di lavorare, siamo sempre on e mai off. Il problema dell’orario di lavoro passa in secondo piano dato che possiamo lavorare a tutte le ore, ci viene chiesto di risolvere problemi alle 10 di sera, o al cinema, nella pausa tra primo e secondo tempo. E in più nel mio “tempo libero” intrattengo relazioni informali tramite i social network che a parte per qualche grigio e vetusto dirigente (chi in Italia normalmente detiene il potere) producono benefici effetti di ritorno per l’azienda stessa in termini relazionali, di problem solving e di diffusione delle informazioni. Il grigio e vetusto dirigente però ha il costante terrore dell’autonomia, se chi lavora non visto da qualche altra parte faccia delle pause più lunghe del necessario, se rispetta i tempi convenuti, se esegue correttamente il compito affidatogli. E così moltiplica i controlli, o meglio continua a utilizzare quelli in atto da tempo, le catene e i lucchetti dei rematori di galere.

Il problema è spinoso, lo riconosco c’è ancora in giro chi non può fare a meno di sentirsi un Padre controllore, invece che un Peer, un fratello con cui condividere le missioni e su cui fare complice affidamento.

Quindi, tuona la voce del Padre, in questa Casa come si fa da sempre si entra alle 9 e si esce alle 18, siamo d’accordo!?

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  1. #1 di Elisabetta Pasini il luglio 4, 2011 - 12:32 pm

    Impossibile fare un solo commento a un tema come questo, ci sono così tanti spunti che si potrebbe scrivere un trattato….che vi risparmio state tranquilli, mi limito a fare solo qualche breve considerazione.

    Primo, se è vero che nell’economia delle idee e della conoscenza il plusvalore – appropriazione da parte del capitalista del tempo di lavoro dell’operaio – non è più il meccanismo principale di produzione della ricchezza, si rende abbastanza inutile intestardirsi sul controllo degli orari e dei tempi. Lo stesso Marx aveva immaginato che il passaggio dalla produzione fisica alla produzione intellettuale avrebbe “liberato” il tempo di lavoro. E l’economia digitale negli ultimi venti anni ha dimostrato che è più facile che le buone idee vengano in un garage che in fabbrica, in casa propria che in un ufficio…. Però, spesso, a non voler rinunciare al posto fisso 9 to 5 sono gli stessi lavoratori, che preferiscono una quotidianità scandita da orari e abbondanti e garantite pause che la reperibilità continua anche quando sei al mare….. anche se sei, tuttavia, libero di andare al mare…..

    Secondo, anche il lavoro femminile ha messo in discussione la rigidità degli orari negli ambienti di lavoro. Le donne hanno maggiore necessità di conciliare lavoro e famiglia e la loro maggiore presenza ha senza dubbio portato in molte aziende a una maggiore apertura nei confronti degli orari di lavoro flessibili. Eppure sul Corriere di oggi c’è un articolo sulle donne al potere che dice molto chiaramente che dietro ogni donna in carriera c’è un uomo che sta a casa con i figli!!!! cambiando l’ordine degli addendi la somma non cambia…..

    Dunque, come la mettiamo????

  2. #2 di Fulvio il luglio 4, 2011 - 4:09 pm

    La domanda che mi pongo è: ma perchè è importante timbrare il cartellino?
    Lavoro in ufficio, vedersi e relazionarsi fa parte “gioco”. Potrà essere sostituità da videochiamate, chat, teleconference, etc… forse, ma a me sembra di perderci.
    Spesso, per l’efficacia del mio ruolo e anche per il mio benessere, sono importanti le voci di corridoio, gli inconti casuali, le pause pranzo, le macchinette del caffè e tutto quel tessuto sociale che va oltre l’ufficialità e le gerarchie. Quelle attività che riempiono il tempo vissuto come “perso”.
    Il cartellino “presenza” oltre ad essere un vincolo, favorisce la possibilità di “incontro”
    E’ solo tradizionalismo?
    Sono daccrdo che l’oraio 9-18 è ingabbiante e spesso un vincolo inutile. Ma come è possibile creare relazioni spesso difficili e faticose ma inbdubbiamente utili (non solo per l’azienda), se non si ha un vincolo di co-presenza?
    In quanto alla durata dell’impegno lavorativo, forse si potrebbe produrre meno e vivere di più. Su questo mi sembra che siamo lontano.
    Fulvio

  3. #3 di stefano delbene il luglio 9, 2011 - 7:14 pm

    Il tema della riduzione dell’orario di lavoro si ripresenta periodicamente nella storia del capitalismo, ed anch’io non vorrei tediarvi con le analisi che si sono succedute negli ultimi due secoli, ma portare la mia esperienza, quella del lavoratore di una cooperativa sociale, che non deve timbrare il cartellino (nessuno da noi lo fa, neanche quelli che devono rispettare un orario di servizio al pubblico), che lavora le ore necessarie che possono essere 4, 8 o 12 a seconda delle esigenze, e che, certo, se sono in giro e mi manca il latte se passo davanti ad una latteria lo compro (nel centro di Genova esistono ancora le latterie). Mi ritengo soddisfatto del mio lavoro, in questi anni di crisi la mia produttività è alta come lo è quella della cooperativa. Ed infatti questo tipo di lavoro è generalmente considerato dequalificato, vieni sempre guardato come una specie di marziano e sei generalmente considerato poco “performativo”, anche se ultimamente qualcuno si sta ricredendo….

  4. #4 di fabiobrunazzi il luglio 11, 2011 - 9:59 am

    Se il telelavoro non è decollato è anche perchè alla gente piace uscire di casa per andare a lavoro. E poi il tempo libero un pò spaventa… come lo riempio?

    In ogni caso credo che sia un tema pertinente ai cambiamenti che stanno accadendo oggi. Alcuni parlano del fenomeno di downshifting, nato in Australia e diffusosi presso i paesi occidentali e occidentalizzati. Ovvero lavorare e guadagnare meno per avere più tempo libero, cercando di consumare intelligentemente le risorse attraverso uno stile di vita meno dispendioso. In realtà in Italia questo vuol dire generalmente che alcuni manager ben retribuiti, quando raggiungono un break-even point favorevole, chiudono tutto e vanno a fare i neo-rurali. Su larga scala, nonostante alcuni movimenti e pensatori che cercano di sensibilizzare su questi temi, le cose sono un pò più complesse.

  1. Sei facili passi per scongiurare il collasso della civiltà « Leaderlessorg

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