BASTA CON LA CORAZZATA POTEMKIN!


C’era una volta la minigonna, gli hot pants, i reggiseni bruciati in piazza, l’amore libero, i baci per la strada, i nudi di Vanessa Beecroft… c’era una volta, davvero viene da pensarlo, a sentire lo scandalo che ha suscitato pochi giorni fa un piccolo spogliarello di provincia alla festa del PD di Campiano, provincia di Ravenna.
Il fatto: la sezione locale del Partito Democratico inserisce, probabilmente con dubbio gusto, uno spettacolo di spogliarello femminile in una delle serate del festival. La nomenclatura femminile del partito e il neo fondato movimento “Se non ora quando” insorgono gridando alla pubblica offesa, l’assessore locale propone di sostituire lo strip-tease con la proiezione del filmato “Il corpo delle donne” di Lorella Zanardo, già visto in tutte le salse e pluri-celebrato in vari talk show come strumento di redenzione del genere femminile. Il pubblico insorge e invoca, in cambio, La corazzata Potemkin.
Immagino le ovvie, scandalizzate reazioni di buona parte dei lettori a queste mie parole: la dignità femminile offesa, la mercificazione del corpo, la volgarizzazione del gusto… critiche anche condivisibili in parte. Ma quello che mi domando, e che più mi preoccupa in realtà, è come è potuto succedere che quello che una volta era il movimento di liberazione della donna si sia ridotto a un gruppo di bacchettone fustigatrici dei costumi, preoccupate più di vietare le altrui mutande che di una parte sostanziosa del mondo femminile che vive ancora nascosta sotto un burka? Ciò che ormai mi risulta sempre più insopportabile è il continuo ricorso a una invocata superiorità etica, il giudizio morale continuo e autoreferenziale, e soprattutto la totale mancanza di ironia che rivela una povertà assoluta di contenuti e di leadership.

Per spiegare meglio cosa intendo con questo ultimo punto, lasciatemi citare un esempio apprezzabile di autoironia che viene proprio dalle stanze del potere: un pezzo del discorso di Barack Obama nell’ottobre 2008, un mese prima della sua elezione a presidente, durante la tradizionale cena di “roasting” – arrostire, cucinare -, che negli USA viene organizzata poco prima della data delle elezioni, e nella quale i candidati si affrontano con la sola arma dell’ironia in un confronto in cui esercitano la difficile arte del prendersi in giro.
“Per rispondere alla domanda che molti oggi si fanno, chi è Barack Obama, vorrei precisare che non sono nato in una mangiatoia, ma vengo dal pianeta Krypton, da dove mi ha mandato mio padre per salvare il mondo… Il mio pregio maggiore? Sono molto testardo. Il mio difetto? Credo di essere un po’ troppo bello.”
Certo, direte voi, a tre anni di distanza siamo ben lontani dal considerare Barack Obama il salvatore dell’umanità come al momento della sua elezione. Il suo carisma appare oggi decisamente appannato, e sembra difficile pensare come il mondo abbia addirittura potuto consegnargli un premio Nobel per la Pace “sulla fiducia”.
Eppure, c’è una lezione interessante che possiamo ancora trarre proprio dal roasting, una salutare tradizione americana che insegna ai candidati alla presidenza a non prendersi troppo sul serio. La lezione è, in buona sostanza, che nemmeno un candidato alla Casa Bianca deve essere perfetto; anzi, che la perfezione è estremamente, pateticamente noiosa, soprattutto se ci si crede davvero fino in fondo; e che tutto sommato ciò di cui abbiamo davvero bisogno è di antidoti alla perfezione che ci consentano di guardare al mondo con occhi nuovi.
Perché, in fondo, il sogno che Obama ha incarnato per un tempo tutto sommato piuttosto breve non ha portato a una cocente delusione, ma piuttosto a un evidente ridimensionamento della figura “mitica” di un leader salvifico nell’immaginario collettivo.
La sua elezione è stata celebrata come la prima campagna presidenziale 2.0, partita dal basso e alimentata attraverso i social networks, e i suoi sostenitori hanno trovato nei suoi discorsi visionari delle ragioni sufficienti per portare avanti un impegno personale. Per questo, io credo, Barack Obama ha aperto una strada nuova, e per questo il suo carisma rappresenta davvero un tipo nuovo di carisma. Perché dà spazio alle possibilità altrui, e insegna con questo una lezione importante: che possiamo fare a meno di un leader pigliatutto, e che forse siamo pronti per una leadership interattiva, 2.0.

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