SCASSATUTTO


Da bambina, insieme a mio fratello e a due vicini di casa, avevamo fondato una società segreta che si chiamava Scassatutto. Il nostro simbolo era una ruota di carro trovata nell’immondizia, che facevamo rotolare nella strada dietro casa, allora senza macchine. Il nostro target preferito erano i bidoni della spazzatura perché si rovesciavano in modo abbastanza spettacolare. Avevamo anche un piccolo tesoro costituito da fionde, biglie, oggetti raccattati in giro e qualche soldo, che seppellivamo in giardino in posti sempre diversi. Come tutte le cose segrete, in poco tempo la popolarità della Scassatutto si era diffusa tra gli altri bambini del quartiere e molti chiedevano di entrare a farne parte; ma noi, che ci consideravamo speciali, non volevamo altri membri nel gruppo, e quindi dedicavamo buona parte del nostro tempo a inventare “prove iniziatiche” di ammissione praticamente insuperabili, come percorsi notturni in cantina o nel giardino della camera mortuaria, che disseminavamo di trappole. I malcapitati che volevano entrare a far parte della Scassatutto dovevano cimentarsi da soli nell’impresa, e siccome la riuscita della prova era a nostro insindacabile giudizio, alla fine nessuno veniva mai ammesso. Questo creava, misteriosamente, un grande aumento della domanda, e faceva crescere la nostra fama nel quartiere. Alla fine la società si è sciolta, per una congiura ordita dal portinaio del nostro palazzo insieme al guardiano della vicina camera mortuaria che avevano scoperto il buco nella rete del giardino del cimitero che avevamo fatto per entrare di nascosto, e la storia si è conclusa lì.

Quest’anno ho passato buona parte della vacanze di Natale leggendo la bella biografia di Steve Jobs di Walter Isaacson, uno dei libri più interessanti del 2011; e, per qualche motivo, la storia della Apple mi ha riportato alla mente la storia della Scassatutto.

Che cosa hanno in comune la vita di uno dei personaggi più rappresentativi degli ultimi 50 anni e un gioco di ragazzini? Certamente non molto, e comunque poco più di un’impressione; però, man mano che andavo avanti nella lettura, mi sembrava che Steve Jobs applicasse nella scelta e nella conduzione delle persone in Apple un sistema di management – se mai si può definirlo tale – abbastanza simile al nostro, e comunque esattamente all’opposto di quel che si può leggere in qualsiasi manuale di leadership.

Per semplicità lo riassumerei in tre assiomi: decidere di cambiare il mondo, formare una squadra di “A level people”, e dar loro obiettivi impossibili.

La sua ricerca ossessiva di un’idea precisa di eccellenza, che ha molto a che fare con quanto Andrea Branzi ha definito la “strategia del rabbino” – dipanare lungo tutto l’arco della propria vita tutte le possibili e molteplici espressioni di un unico principio generativo, in Carisma: il segreto del leader, Pasini-Natili, Garzanti, 2009 – non prevedeva necessariamente partecipazione, negoziazione degli obiettivi, motivazione, e nemmeno coinvolgimento; puntava ad avere invece una squadra composta dai migliori in assoluto nel loro campo, che Jobs riusciva intuitivamente a individuare, uniti dal desiderio di realizzare uno stesso sogno, che Jobs riusciva a immaginare. Tra i tanti talenti di Steve Jobs, il più importante era certamente la sua capacità di scegliere le persone giuste con cui fare le cose (Steve Wozniak ai tempi del college, Jon Ive per il design Apple, John  Lasseter per l’animazione in Pixar, per limitarsi solo ad alcuni celebri esempi), senza farsi condizionare da limiti esterni di nessun tipo.

Steve Jobs non aveva di certo un carattere facile: personalità forte con una chiara tendenza a essere dispotico e umorale, non faceva nulla per mitigare le asperità del suo carattere, anzi spesso a esse indulgeva pensando, come racconta nell’ultimo capitolo della biografia, che la capacità di “tenuta” rispetto a un ideale operi una specie di selezione naturale, e che la principale responsabilità di un capo stia nell’assumersi l’onere di non accettare mai nulla di meno della perfezione; e per questo è necessario scartare i “bozos”, tutti quelli che non valgono nulla e che proprio per questo sono capaci di affossare qualunque progetto. Niente zone grigie nella sua storia, solo bianco e nero e tinte forti; senza cadere però mai nella trappola che porta facilmente alla rovina le personalità forti, la tentazione di circondarsi di yes man senza personalità che non mettono mai in discussione le scelte del capo.

E se, alla fine, avesse ragione lui? “Sognare il sogno impossibile”, come dice il Don Chisciotte di Cervantes, non è forse possibile solo con una squadra di A-level people per i quali il senso di unicità e di eccellenza diventa la più potente delle motivazioni?

Il paradosso dell’innovazione del mondo digitale si gioca precisamente in questo cortocircuito creativo tra elitismo e cultura di massa.

  1. #1 di Paolo Bruttini il gennaio 16, 2012 - 10:49 am

    Mi colpisce molto questo post. Jobs scassatutto è una testimonianza della centralità del talento alla sua ineluttabilità. Mi chiedo quanto possa essere considerato leaderless tuttavia una modello che pone senza scuse al centro il talento di un uomo ed il suo desiderio di cambiare il mondo. Mi chiedo quanto si sposi con l’ideale democratico che, mi pare, stia dietro alla nostra concezione. In aula mi capita di dire ai capi “prendiamo atto che Dio non ci ha fatto uguali e quindi non possiamo pretendere da tutti allo stesso modo”. Se ci pensi questo è importante ad esempio in fase di valutazione. Tuttavia Jobs a quanto dici non tollerava i Bozos e quindi ha conquistato il mondo. Tutto sommato il contrario di Cristo che ha conquistato il mondo con quelli che non valgono nulla. Grazie

  2. #2 di elisabetta il gennaio 16, 2012 - 11:41 am

    Grazie Paolo per questo commento, ho pensato molto esattamente a queste cose prima di scrivere il post, quello che mi ha colpito soprattutto nella biografia di Steve Jobs non è tanto la ineluttabilità del talento, come dici tu, quanto la sua capacità di costruire partendo dalle sue fragilità, l’abbandono dei genitori, un carattere instabile, l’esperienza della malattia. Personalmente non credo al talento fine a se stesso nè ai superuomini, ma non penso nemmeno che si possano fare cose interessanti con chiunque. Anzi, nel mondo leaderless, proprio perchè si abbattono strutture e gerarchie, diventa ancora più importante scegliere i propri compagni di strada, affinare l’intuito, coltivare il senso della sfida, e puntare a una motivazione che vada al di là di un orizzonte individuale ristretto.
    Democrazia è una bella cosa, ma come tutte le parole ha dei confini che mi sembrano sempre più stretti. E, tutto sommato, anche Cristo ha scelto 12 apostoli…..

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