5000 anni di debiti…..


Tranquilli, non è un titolo di giornale, e nemmeno il risultato dell’ennesimo aumento incontrollato dello spread – anche se di questi tempi entrambe le ipotesi potrebbero essere più che plausibili -. É, invece, il titolo dell’ultimo libro di David Graeber, antropologo americano, anarchico, animatore e portavoce del movimento Occupy Wall Street.

http://www.youtube.com/watch?v=CPeaFKvszKI

Il debito, per David Graeber, è un impegno morale prima ancora che economico, e serve da stimolo all’impegno individuale, come lui stesso sottolineava in una intervista di qualche anno fa: “La ragione principale per cui sono anarchico è perché credo che siamo in debito verso il mondo, dato che tutto ciò che usiamo, mangiamo, facciamo, ci è stata data in dono da altri che sono venuti prima di noi. Credo anche che nessuno possa dirci come ripagare questo debito. La scelta di come combattere per l’uguaglianza e la giustizia dipende fondamentalmente da ognuno di noi.”

Seguo l’attività di David Graeber da diversi anni, e vorrei riproporvi di seguito parte di un’intervista sul carisma che gli feci nel 2007 (in Carisma, il segreto del Leader, Garzanti 2009), nella quale David spiega la stretta relazione tra le sue due “passioni” della sua vita, antropologia e anarchismo.

“Tra la fine del 2005 e l’inizio del 2006 il “caso David Graeber” creò un notevole scompiglio nelle aule ovattate della prestigiosa università di Yale, stato di New York. Antropologo, ricercatore brillante con al suo attivo numerose pubblicazioni che dimostrano una notevole cultura e una indubbia capacità speculativa – chi volesse potrebbe, ad esempio, cimentarsi in Towards an Anthropological Theory of Value in cui vengono tracciati interessanti paralleli tra diverse culture, dalla Polinesia, agli indiani d’America, al Madagascar -, docente di Antropologia a Yale, una delle più prestigiose istituzioni accademiche americane, David Graeber ha scritto nel 2004 Frammenti di una Antropologia Anarchica, un pamphlet che propone un approccio al pensiero antropologico molto poco convenzionale. Pubblicato da una piccola casa editrice americana, il libro aveva subito avuto una diffusione molto rapida, tradotto in diverse lingue tra cui anche l’italiano (Eleutera, 2011). Attivista militante del movimento anarchico, David Graeber era stato tuttavia, all’inizio del 2006, sospeso dall’insegnamento dall’università di Yale, principalmente, ma non esplicitamente, a causa del suo impegno politico. A nulla erano servite le manifestazioni di solidarietà e di apprezzamento che erano arrivate da gran parte del mondo accademico – il prof. Maurice Bloch della London School of Economics, ad esempio, scrisse una lettera aperta al Comitato Accademico della Università di Yale in suo favore, definendolo “il miglior teorico nel mondo dell’antropologia della sua generazione” -: l’università gli concesse un anno sabbatico dopo il quale, a partire dal giugno 2007, il suo contratto non sarebbe stato rinnovato.

Conobbi David Graeber a Londra, nella primavera del 2006, in occasione di una sua conferenza alla London School of Economics, la celebre Malinowski Lecture: un riconoscimento prestigioso nel campo dell’antropologia che viene affidato ogni anno a chi fornisce il contributo più interessante e innovativo. Il suo discorso era centrato sulla forza dell’immaginazione, che David considerava come un potente elemento di trasformazione della realtà se vissuta non solo e non tanto come una potenzialità individuale ma soprattutto come una pratica sociale e collettiva. È l’immaginazione, attraverso le sue rappresentazioni del reale, ad ampliare il campo delle umane possibilità, e dunque va costantemente alimentata e stimolata. E l’antropologia può rivestire in questo un ruolo centrale come un fantastico serbatoio di stimoli, perché, unica tra tutte le scienze sociali, testimonia che modelli sociali diversi esistono, sono sempre esistiti, e dimostrano “l’incredibile varietà umana”, arricchendo l’immaginazione e allargando il campo delle possibilità. Dice infatti David Graeber: “Credo che antropologia e anarchismo abbiano molto più in comune di quanto non appaia a prima vista, perché entrambe sono un modo per pensare alle diverse potenzialità umane. Sono cresciuto in una famiglia particolare, mio padre aveva combattuto nella Guerra Civile Spagnola, mia madre emigrò a New York dalla Polonia quando aveva dieci anni e visse in collegio fino a sedici. Entrambi i miei genitori erano in un certo senso personaggi con una storia particolare: mia madre, ad esempio, in gioventù attraversò un periodo di forte depressione che la costrinse a lasciare il suo lavoro in fabbrica; ma questo alla fine si trasformò in un periodo molto creativo, perché da esso nacque l’idea di creare un musical allestito e recitato da donne sindacaliste dell’industria tessile che finì anche a Broadway, e che oggi è considerato una specie di pietra miliare delle libertà civili. Anche mio padre recitava, era appassionato di fotografia e scriveva di critica fotografica. Vengo dalla classe operaia, il mio background è quello della classe operaia intellettuale, e anche i miei genitori facevano attività politica; ma le cose che c’erano in casa mia, e che conservo tuttora, avevano poco a che fare con l’ortodossia marxista e con un pensiero critico basato sulla contrapposizione e sulla lotta di classe. Piuttosto, i miei genitori leggevano molto di antropologia, mio padre era appassionato di fantascienza e leggeva molti libri di viaggi, libri che parlavano di altre società e di paesi lontani. Credo che tutti questi stimoli un po’ visionari che mi hanno circondato sin dall’infanzia mi abbiano sempre spinto più verso una visione delle possibilità umane che verso una critica di ciò che esiste. E credo che questo sia anche il tratto comune che esiste tra anarchismo e antropologia, entrambe sono discipline che sostengono l’idea che le società possono essere radicalmente diverse in un infinito numero di modi possibili. Questo spiega anche perché molti antropologi siano vicini all’anarchia, e viceversa naturalmente, molto più di quanto comunemente si creda. Per esempio, da bambino uno dei miei libri di fantascienza preferiti era la storia di un detective in un pianeta anarchico che era stato scritto dalla figlia di Kroeber, uno dei più famosi esponenti del pensiero antropologico; un’analogia piuttosto interessante, mi pare… Un’altra cosa importante da dire è che la maggior parte delle persone in realtà non crede che l’anarchismo sia una cattiva idea, ma semplicemente che sia un’idea impossibile da realizzare, un’idea da pazzi. Molte persone dicono che sarebbe bellissimo vivere liberamente in una società senza stato, senza polizia, senza capi, dove tutti potessero cooperare solo sulla base di una libera associazione spontanea e volontaria: sarebbe bellissimo vivere così, ma nella pratica non potrebbe mai funzionare. Invece, noi anarchici pensiamo che la ragione principale per la quale non funziona è, fondamentalmente, perché se si trattano le persone come bambini queste si comporteranno come bambini, e questo è precisamente ciò che fa lo stato. Ma quando si vive in un ambiente nel quale l’anarchia non è considerata una cosa da pazzi, si capisce che non è solo una bella utopia, ma che anzi è possibile, è fattibile, e bisogna persino trovare dei motivi perché non sia desiderabile… Mio padre ha vissuto a Barcellona al tempo della guerra civile spagnola, quando la città era governata in base a principi anarchici, e tutto funzionava piuttosto bene. Dunque, io non ho mai considerato l’anarchismo come qualcosa di strano, di insensato, ma come una visione politica nella quale gli anarchici non avevano, alla fine, una visione ideologica delle cose; e mentre crescevo pian piano con questa convinzione mi sembrava che l’idea acquistasse sempre più senso, e mi resi conto che il mio interesse per le potenzialità umane si realizzava in egual misura attraverso l’anarchia e l’antropologia.”

 Fin dall’inizio del nostro lavoro sul blog siamo sempre stati convinti che solo una riflessione interdisciplinare potesse portare delle chiavi di lettura originali e interessanti al pensiero sulla leaderless organization. In particolare, il contributo dell’antropologia in quanto studio di possibili modelli sociali alternativi, serve a mettere in luce la diversità dei contesti culturali in cui possono crescere e alimentarsi i meccanismi di relazione e di leadership che la LLO mette in campo.

Il “punto di vista antropologico” può dunque essere una piattaforma per un’azione espansiva, e non difensiva, solo se guarda a quello che viene solitamente considerato il passato dell’umanità, le cosiddette “culture altre”, non con una visione “nostalgica”, ma piuttosto come una fonte d’ispirazione per guardare al futuro. L’antropologia è infatti uno straordinario serbatoio di stimoli che testimoniano della incredibile varietà e creatività della cultura umana, ma guardando a questa diversità resta spesso un gap difficile da colmare, tra ciò che appare come la rappresentazione di un passato che sembra sempre più destinato a scomparire, e l’attesa di un futuro spesso privo di direzione. David Graeber mi ha aiutato a colmare questo gap, in un certo senso nella maniera più ovvia, partendo da idee quali “utopia e immaginazione”, pratiche sociali che appartengono alla tradizione anarchica, e che danno origine a quelli che definisce “laboratori di sperimentazione sociale”.

Oggi stiamo imparando a guardare con più attenzione a culture diverse rispetto alla nostra cultura occidentale, proprio perché si stanno dimostrando una fucina di nuovi laboratori di sperimentazione sociale. Ne sono un esempio i movimenti spontanei che nel 2011 in molti paesi del Medio Oriente hanno portato alla caduta di governi e di regimi dittatoriali. Movimenti “leaderless”, come sottolinea anche il giornalista inglese Carne Ross in The Leaderless Revolution, un interessante lavoro che documenta con tanti esempi di attualità come la gente comune sta prendendo il potere e cambiando la politica nel 21 secolo. Uno degli aspetti più interessanti messi in evidenza nel libro è che l’equazione anarchia=caos, da sempre utilizzata dal potere come spettro dell’immaginario sociale contro i movimenti sociali spontanei, si rivela spesso nella pratica erronea. Anzi, di fronte a cambiamenti improvvisi, la prima reazione della “gente comune” è quella di ricorrere a meccanismi di solidarietà e sostegno reciproco in forma spontanea e autogestita.

 

 

  1. #1 di Elisabetta Pasini (@elipasini16) il febbraio 14, 2012 - 10:02 am

    Post sul debito, Occupy Wall Street e David Graeber

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