WHAT IS ENGAGEMENT?


Un libro trovato per caso, curiosando tra gli stand della Fiera del Libro di Torino; mi aveva incuriosito il titolo, “Se Steve Jobs fosse nato a Napoli”, uno di quei titoli che ti fanno pensare a una grande bufala o a una divertente ironia (alla fine si rivelò più la seconda). Decisi di correre il rischio, anche perché volevo regalarlo a un amico napoletano; e prima di darglielo l’ho letto pure io.

I due protagonisti, dai nomi indicativi di Stefano Lavori e Stefano Vozzini, per poter commercializzare una brillante idea che sono riusciti fortunosamente a realizzare nel garage abusivo di casa, devono combattere, nell’ordine, con genitori ultraconservatori e iperprotettivi, bancari e commercialisti, vigili di quartiere e negozianti, camorristi, e verranno alla fine, ovviamente, sopraffatti dagli eventi, relegando il loro sogno di riscatto tra le ingenuità dell’incoscienza giovanile. Nel frattempo, la loro idea viene lanciata con successo sul mercato dai giapponesi. Dunque, parrebbe suggerire la morale, alcuni nascono nel posto giusto al momento giusto, e altri nel posto sbagliato, e questo fa la differenza. Ma è davvero così?

In queste ultime settimane mi è capitato di partecipare ad alcune interessanti iniziative di riflessione di gruppo sul cambiamento, in particolare sull’influenza del cambiamento sull’immaginario sociale.

In particolare, il 19 maggio ho partecipato a Londra a una matrice di Social Dreaming organizzata dal gruppo londinese che fa riferimento a Gordon Lawrence, che del Social Dreaming è l’inventore, e dal Tavistock Institute for Human Relations. Obiettivo, indagare sui riflessi che il movimento di Occupy London ha sull’immaginario sociale, partendo da una domanda stimolo: How might the ‘Occupy’ movement occupy us?, per esplorare attraverso una matrice di Social Dreaming se e in che modo l’esperienza di psicosocioanalisti dell’organizzazione possa aiutare nella comprensione di un fenomeno recente e contemporaneo come quello del movimento globale di Occupy.

Qualche settimana prima, il 8 maggio, avevo condotto in Ariele un incontro di Listening Post, che un po’ sinteticamente si può descrivere come un gruppo di ascolto e di riflessione sul cambiamento, in questo caso in Italia, e sulle ansie, paure e speranze che il cambiamento ingenera.

Le due esperienze, pur nella loro diversità – di luogo, Londra e Milano, di composizione del gruppo, di obiettivi del lavoro – hanno messo a fuoco con chiarezza un elemento comune: cambiamento oggi significa crisi globale di un sistema che potrebbe essere anche una bella nuova opportunità. Però, si fa molta fatica a immaginare un futuro, sono ancora troppi gli elementi di incertezza, e il nuovo che avanza, nel caso specifico il movimento Occupy che è appunto un movimento globale, ha tanti aspetti oscuri e minacciosi; aspetti che nella Matrice di Social Dreaming sono stati espressi attraverso i sogni da bacelli misteriosi e inquietanti che crescono nel corpo di donne gravide, e quando vengono generati si trasformano in cavallette.

In tutto questo il locale gioca un ruolo determinante: rappresenta la comunità perduta, i legami solidali da riscoprire, il passato come un porto sicuro, la rinascita di relazioni autentiche come ancoraggio al comune sentire; ma questa visione nostalgica non arriva mai a far germogliare un nuovo pensiero.

Ecco dunque che la dinamica tra globale e locale pare avvitarsi in un loop da cui è non è facile uscire, nel quale la strada potenzialmente rivoluzionaria che i nuovi movimenti e le nuove tecnologie paiono promettere, e ormai anche indicare con forza (non dimentichiamo l’impatto e il ruolo di amplificazione globale che i social networks hanno avuto nella primavera araba del 2011, nel movimento de los indignados, in Occupy), ingenera un senso di perdita e di smarrimento. Prevalgono l’ansia, lo smarrimento, il senso di perdita, e il locale si trasforma, da un luogo di potenziale sperimentazione creativa che si alimenta attraverso la forza generativa del “genius loci” e dei legami comunitari solidali, in uno sguardo all’indietro, in cui la comunità è il luogo mitico dei legami perduti da ricostruire. E allora come si può cercare di coniugare oggi questi due aspetti, la spinta rivoluzionaria dei movimenti globali, che spaventa, e la pratica dei “laboratori creativi” del cambiamento sul territorio?

Forse cercando nuovi significati per la parola “engagement, il cui senso contiene sia la possibilità di una risposta individuale nel prendersi una responsabilità diretta sul contributo personale per indirizzare il futuro, sia la necessità di un coinvolgimento emotivo nella relazione con gli altri, perchè la risposta porti a una progettualità condivisa.

 

 

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  1. #1 di lorenzo il maggio 29, 2012 - 3:31 pm

    Post stimolante che mi interessa e mi fa pensare a Remo Remotti che dice: “voi correte…ma dove correte? Non sapete dove andare, e ci volete arrivare di corsa?”. Credo sia molto curioso il titolo della matrice di Social Dreaming “How might the ‘Occupy’ movement occupy us?” che pare rispecchiare esattamente il loop della dinamica tra globale e locale alla quale accenni. Perché si vuole ‘per forza’ immaginare il futuro? E’ una fuga in avanti? Una fuga idealistica dalle connotazioni burocratiche? Penso che il futuro lo si stia già producendo e che si debba però attendere di vivere ancora un po’ per riflettere sull’accaduto.
    Oppure la tensione per la lettura del futuro è una necessità per guidare il cambiamento? Ma allora se lo guido, lo programmo, lo controllo, di che tipo di cambiamento stiamo parlando?.
    Si parla dell’impatto dei social networks nella primavera araba, ecc., uno stimolo che parte dal basso, ma poco si sente dire a proposito delle pressioni che gli agenti esterni (USA e potenze europee), ossia uno stimolo che parte dall’alto, hanno avuto nel determinare e/o favoirire alcuni di questi movimenti.
    Se non lo avete ancora visto non lasciatevi sfuggire “Peur(s) du noir”, un film d’animazione fatto con l’ausilio di grandi disegnatori (tra cui Lorenzo Mattotti) che parla proprio di paure, ansie, corpi e cavallette..

    • #2 di Elisabetta Pasini il maggio 29, 2012 - 4:00 pm

      Ciao Lorenzo, è molto interessante quello che dici.
      Rispetto al futuro, credo che in effetti una delle difficoltà più grosse sia gestire l’ansia che deriva dal fatto di non sapere esattamente dove stiamo andando. O meglio, visto che ormai sembra proprio che sia difficile pensare di poter controllare, guidare, programmare, allora risulta anche difficile pensare a tutte le possibilità, che non sono certezze ma sono appunto possibilità, io credo ne abbiamo molte più di prima, ma bisogna accettare il rischio. Cosa siamo disposti a perdere? questa mi sembra una domanda interessante sul futuro….. forse potremmo perdere anche scoprire che possiamo qualche paura e qualche zavorra, chissà….

  2. #3 di fabiobrunazzi il maggio 30, 2012 - 1:18 am

    Penso molto modestamente che l’oggi che stiamo vivendo sia difficile, perchè è un sistema che crolla (si pensi alla disperazione del tutto naturale che sta portando il terremoto) e se anche la costruzione o la progettualità futura sono elementi guida per generare il nuovo e ricco, la verità è che l’oggi che si frantuma porta alla disperazione. Forse bisogna aspettare che la terra smetta di tremare prima di fare bilanci e raccolgliere le forze per ricostruire.

  3. #4 di Lorenzo Sartini il giugno 2, 2012 - 10:50 am

    Inaspettatamente incontro questa citazione di Kafka: “Lascia dormire il futuro come merita: se lo svegli prima del tempo, otterrai un presente assonnato”.

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