David Graeber al CS Cantiere Milano


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“Il tema non è più se si arriverà alla cancellazione del debito, ma come e quando succederà”. Così David Graeber, antropologo, anarchico, attivista del movimento Occupy, introduce il 13 giugno al CS Cantiere di Milano il suo ultimo libro, Debito: 5000 anni di storia. Se fino a qualche anno fa il tema del debito riguardava solo alcuni paesi, prevalentemente ex-colonie e paesi in via di sviluppo, continua Graeber, oggi coinvolge anche molti paesi europei e persino gli Stati Uniti, e diventa sempre più difficile mantenere saldi equilibri di potere sempre più precari. In più, per la prima volta nella storia ci troviamo di fronte a un’istituzione globale, il Fondo Monetario Internazionale, che ha come unico obiettivo quello di difendere gli interessi dei creditori nei confronti dei debitori, creando ulteriori disequilibri.

David Graeber è un antropologo, e nall’incontro sottolinea il nuovo possibile ruolo sperimentale dell’intellettuale, se le università e la cultura riusciranno a diventare luoghi di aggregazione e di sperimentazione di nuovi modelli sociali, così come accade nel movimento di Occupy nel quale non ci sono leader ma persone che si fanno portavoce di nuovi modelli di relazione.

Per imparare a fare questo è importante guardare anche al passato, e  l’antropologia fornisce un fantastico serbatoio per l’elaborazione di nuovi modelli sociali perchè, tra tutte le scienze umane, è quella che maggiormente si è occupata di dar voce alla fantastica varietà con cui l’uomo, nei secoli, ha elaborato risposte diverse di fronte a problemi simili. Un esempio, che David Graeber ha utilizzato nell’incontro e che aveva già in precedenza raccontato nella sua intervista in Carisma, il segreto del leader, Elisabetta Pasini, Garzanti 2009 -, è rappresentato dal Madagascar, paese in cui David ha lavorato per alcuni anni, e questa esperienza gli ha fornito la comprensione del funzionamento di alcuni possibili modelli alternativi di leadership, potere e presa di decisione. Riportiamo, in chiusura, un passaggio di quella intervista dove vengono toccati alcuni temi importanti per il funzionamento di un modello “leaderless”:

EP. Dunque il Madagascar ha rappresentato per te la prova vivente che si può vivere senza stato?

DG. Si, è stato lì che ho cominciato a pensare che, in un certo senso,  lo stato fosse un fenomeno sporadico nella maggior parte del mondo; e poi realizzai anche per confronto a posteriori, vivendo in un paese come gli Stati Uniti, quanto lo stato qui sia invece onnipresente in ogni cosa che facciamo. Voglio dire, qui c’è una regola per ogni cosa, persino una regola che stabilisce a che altezza si può attaccare un poster, e un’altra che vieta di sedersi per strada, e la polizia ha la possibilità di intervenire con violenza in qualunque cosa tu faccia se trasgredisci… e questa cosa viene interiorizzata, non ci si pensa, ma si è continuamente bloccati dalla paura… Ci sono regole per tutto e non te ne accorgi nemmeno, a meno che tu non sia tra quelle poche persone che intenzionalmente rompono le regole… Ma in Madagascar te ne rendi conto perché, prima di tutto, non ci sono regole su quello che puoi o non puoi fare, su come devi costruire la casa ad esempio, c’è solo la tradizione dettata dagli antenati; e poi perché non c’è polizia che ti dice cosa puoi o non puoi fare. Il problema quindi, in Madagascar, non è se lo stato debba essere più o meno forte, è che lo stato non è mai esistito.

 EP. Facciamo però qualche esempio concreto: come vive la gente giorno per giorno, nel quotidiano? Voglio dire, come fanno, ad esempio, a prendere decisioni, a stabilire delle regole condivise per il vivere comune ?

 DG. Le decisioni collettive vengono prese attraverso il consenso generale, e il meccanismo attraverso il quale viene messo in atto è piuttosto complicato ma molto interessante anche per noi che viviamo in società cosiddette complesse; però per farti capire come funziona devo raccontarti un’altra storia. Il mio obiettivo di studio in Madagascar riguardava una comunità composta da una casta di nobili e dai loro antichi schiavi. Il Madagascar era in passato un centro molto importante per il traffico di schiavi, e io ero già allora molto interessato alla funzione delle narrative e delle storie nella politica, anche se a quel tempo la mia non era ancora una ricerca esplicita. Fu solo una volta tornato negli USA, quando cominciai ad insegnare a Yale, che sentii parlare per la prima volta del movimento di Seattle. Di colpo, compresi che ciò che avevo sempre cercato nell’attività politica ora esisteva, e decisi quindi di unirmi al movimento a New York; e una delle cose di cui mi resi subito conto era che il modo di prendere decisioni che veniva usato all’interno del movimento aveva forti analogie con quello che avevo visto e sperimentato in Madagascar. La presa di decisione assembleare attraverso il consenso generale ha una lunga storia anche negli Stati Uniti, poiché alcuni elementi che ancora fanno parte della Costituzione risalgono al tempo dei pionieri e dei quaccheri. Del resto, sono processi comuni a tutte le società nelle quali lo stato non esiste, o non esiste ancora in forma compiuta, e che devono quindi attivare dei processi per prendere decisioni collettive; ma ciò non significa, ovviamente, che tutti i processi siano uguali. Esiste una profonda differenza, in questo caso, tra Madagascar e USA, e questa differenza sta essenzialmente nel fatto che noi americani non abbiamo molta esperienza di presa di decisioni collettive in modo democratico. Nonostante ci consideriamo come il popolo più democratico del mondo, non abbiamo una vera esperienza nel sederci insieme in gruppo, in modo democratico, per discutere e prendere decisioni collettive in funzione del bene comune, mentre la gente in Madagascar fa questo tutti i giorni. Quindi, tornando al movimento, dato che in quanto americani non eravamo gran che nella gestione di un processo di consenso collettivo, abbiamo dovuto imparare e cercare un linguaggio comune per capirci… e il risultato è stato che mi sono reso conto che solo allora stavo capendo davvero quello che avevo visto in Madagascar sull’auto-organizzazione, e che questo poteva servire agli altri che potevano usare la mia esperienza attraverso il mio coinvolgimento attivo nel movimento in America. Prendiamo, ad esempio, il concetto di “block”: una delle basi principali del processo di consenso è il potere di veto, che sta alla base della esistenza del gruppo e rende impossibile ad ognuno mettere in discussione questo principio. Ho osservato spesso manifestazioni di questo concetto in Madagascar, dove opera a un livello profondo. C’è una parola malgascia che significa “non sono d’accordo”, e durante le riunioni viene ripetuta spesso, anche se nessuno ha esplicitamente chiesto di manifestare accordo su qualcosa; ma il significato che le viene generalmente attribuito è che c’è qualcosa che non funziona nella discussione e che questo qualcosa deve essere risolto. Si tratta di una forma molto consueta in Madagascar, così come lo è il consenso formale negli USA. Il principio generale che guida le decisioni collettive è una forma di consenso nella quale è centrale l’idea di “tsiny”, che significa rimprovero; il significato più ampio che gli sta dietro è che ogni azione compiuta avrà ripercussioni su altri, e che alcune conseguenze possono essere molto negative. Ciò che decidiamo infatti può sempre risultare in un vantaggio per alcuni, e questo in linea di massima è certamente un bene, ma potrebbe anche danneggiare altre persone, e dunque viene richiesto che tutti coloro che conoscono gli effetti di una azione diano il loro consenso; e più è ampio l’ambito di decisione più deve essere ampio il consenso. Questo è un principio guida fondamentale: ad esempio, un leader politico, o un anziano, possono usare la magia, che è considerata un’azione molto potente, solo per impedire ad altre persone di causare danni, ma non per compiere delle azioni a loro vantaggio. Essi dunque non ti diranno mai quello che devi fare, ti diranno però i rischi che corri se lo fai, poiché la loro autorità legittima è in un certo senso una autorità negativa. Se si tratta di un’azione individuale le cui conseguenze non hanno ripercussioni su nessun altro non c’è bisogno di aggiudicarsi il consenso; ma se si tratta di un progetto che coinvolge altri, allora bisogna discuterlo in gruppo, in un’assemblea generale che è chiamata  “fukunone” e a cui partecipano tutti quanti senza distinzione di sesso e di età. Comprende, in via di principio, “tutti coloro capaci di formulare una opinione intelligente”, e ognuno dovrebbe essere potenzialmente capace di farlo. Un altro dei principi di base del processo di decisione è che la discussione politica deve essere creativa, deve intrattenere e divertire, e quindi l’oratore deve essere abbastanza bravo da piacere alle persone; anche un anziano con una fama riconosciuta deve guadagnare l’influenza sulle persone attraverso l’abilità di raccontare storie. E devo dire che sono davvero bravi in questo, sono molto piacevoli e divertenti.” (da Carisma, il segreto del leader, pag.115-119)

 


 

 

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