La fine della leadership


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La leadership è diventata un mantra costantemente ripetuto.

Forse per scongiurarne la perdita, dato che la ricerca di un leader efficace, capace di infondere fiducia, dotato di capacità di visione e di carisma, viene invocata come la soluzione di tutti mali che affliggono, in varia misura, la politica e l’economia, la conduzione di un’impresa e la guida di uno stato. In più, la “leadership industry” è anche un fiorente mercato sul quale prosperano grandi aziende, prestigiose business schools e consulenti internazionali. Tuttavia, sembra che tutto questo clamore non abbia portato a una maggiore consapevolezza sul tema; anzi, al contrario, mai come ora assistiamo a una massiccia messa in discussione dei leaders, che alla prova dei fatti appaiono sempre più impotenti e incapaci, e a una centralità dei followers, che sembrano dominare il gioco con maestria crescente grazie anche ai social networks. Il risultato è che, come l’araba fenice, i pochi leaders che si trovano sembrano liquefarsi a un passo dalla meta.

Questa è la prospettiva da cui parte Barbara Kellerman nel suo saggio The End of Leadership, Harper Business, 2012; prospettiva decisamente interessante, in quanto muove una critica a un sistema, quello delle grandi scuole di management, che la Kellerman conosce molto bene dato che lavora da anni per le più prestigiose istituzioni e che nel 2008 e 2009 è stata inserita da Forbes tra i 50 Top Thinkers per la Business Excellence.

Il discorso della Kellerman è semplice ed efficace: il contesto della leadership è profondamente cambiato negli ultimi anni, e gli esempi di questo cambiamento sono evidenti in tutti i settori, in politica, nella cultura di impresa, nell’economia. Ma il grande acceleratore sono state le nuove tecnologie di comunicazione, che hanno sottratto molto potere ai leaders perché hanno ampliato le possibilità di partecipazione dei followers, consentendo in molti casi di svelare che, sotto la maschera, il re è nudo. Dalla campagna presidenziale di Barack Obama del 2008 ai Tea Parties, la partecipazione diretta ha permesso, allo stesso tempo, ascese spettacolari e cadute rovinose; fino ad arrivare, nell’ultimo anno, al movimento di Occupy Wall Street, che si professa apertamente un movimento “leaderless” nel quale la funzione di leadership è una funzione circolante che può essere assunta da chi, in quel momento, riesce meglio a interpretare le istanze di cambiamento.

Il libro della Kellerman è interessante, a mio avviso, non tanto per il contenuto, ma perché è una critica dall’interno all’establishment della cultura organizzativa, e mette in discussione molte delle certezze sulla leadership in cui ci siamo cullati per anni. Ad esempio, tanto per citarne alcune, che la leadership è un insieme di caratteristiche personali su cui si può intervenire per dar forma a un talento; che chiunque può diventare un buon leader se correttamente istruito; che la leadership si misura in base a risultati economici, ed è dunque un fenomeno in larga misura prevedibile e controllabile.

Il problema è che tutte queste cose oggi, alla prova dei fatti, si stanno rivelando abbastanza inutili. Oggi i leader scarseggiano, eppure ne abbiamo una gran nostalgia; però, non ne abbiamo bisogno, perché esiste ormai una consapevolezza diffusa che per risolvere i nostri problemi sono molto più importanti la partecipazione, la condivisione e l’assunzione di responsabilità collettive dirette da parte di ognuno, piuttosto che l’accentramento delle decisioni nelle mani di qualcuno. E’ più importante fondare una nuova idea di “citizenship” e immaginare nuove forme di “social engagement” che affidarsi a un condottiero. Però, continuiamo ad aspettare un messia: e quindi cerchiamo un leader, e quando lo abbiamo trovato lo mettiamo su un piedistallo e subito dopo cerchiamo di buttarlo giù.

Ma di cosa abbiamo veramente bisogno, di leader o di capri espiatori?

 

 

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  1. #1 di fabiobrunazzi il luglio 25, 2012 - 4:48 pm

    Elisabetta, questo post e il libro in questione scoperchiano il sepolcro della leadership! Una certa puzza si sentiva nell’aria ma la consapevolezza di vedere il “cadavere” è e rimarrà ancora tabù per qualche tempo.
    Sto scrivendo di dinamiche gruppali negli equipaggi e leggere il tuo post mi ha fatto pensare a una cosa:

    imbarcazioni: isolamento, ridotta comunicazione con l’esterno (specialmente in lunghe navigazioni), lunghi turni di lavoro,alta densità sociale (persone per mq) uguale soparvvivenza della gerarchia, necessitò di una persona in comando chiamata Comandante.

    Società e organizzazioni odierne: globalizzazione dei confini e dei mercati, infinite possibilità di comunicazione in tempo reale, flessibilità lavorativa, uguale passaggio in secondo piano della leadership e emergenza di “bootstrapping node” (from wikipedia: A bootstrapping node, also known as a rendezvous host,[8] is a node in an overlay network that provides initial configuration information to newly joining nodes so that they may successfully join the overlay network), che in pratica sono quelle persone capaci di generare relazioni che costruiscono network, quindi carisma ma anche semplicemente condivisori di risorse.

    Mi domando anche se questa crisi sia in parte dovuta all’aspettativa che alcune agenzie siano responsabili e possano prendere provvedimenti (governi, banche centrali, strutture preposte). e che quindi il mondo del business aspetti che la situazione cambi o che qualcuno prenda le redini invece di cercare da sè soluzioni locali e momentanee.

  2. #2 di Elisabetta Pasini il luglio 26, 2012 - 9:01 am

    Ciao Fabio, sono molto d’accordo, mi sembra proprio che il problema sia quello che tu dici, una leadership forte forse non serve, ma per farne a meno ognuno dovrebbe prendersi delle responsabilità in prima persona, che non è nè facile nè comodo. Take the lead, o run the ball come dicono gli americani. Sto leggendo l’ultimo libro di Recalcati sul desiderio e c’è una frase che mi ha fatto molto riflettere: “come può esistere una responsabilità senza padronanza?”. Come è noto il desiderio sfugge a ogni controllo, è imprevedibile e inafferrabile, e mette in discussione l’esistenza stessa e i confini dell’io. Non è un pò la stessa cosa per la leadership? L’imprevedibilità dei followers che possono renderti famoso oppure distruggerti nello spazio di un tweet non mina in fondo le radici profonde della leadership? Se non è chiaro il compito, il commitment, la rotta, cosa resta della leadership?

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