Archivio per la categoria Emozioni 2.0

Ma chi ha detto che non c’è?

Da tempo non uscivano articoli su questo blog…. ma oggi è una giornata particolare, il giorno dopo le elezioni, e dato che penso che ce la siamo cavata mica male mi sembrava giusto, in qualche modo celebrare, con un contributo pubblicato sul n.21 della rivista Educazione Sentimentale dedicata a Polis e Politica :))))

e poi c’è la voglia di riprendere il discorso, che non è si è mai interrotto, in realtà, ma è rimasto sottotraccia, come spesso capita ai movimenti, cercando altre strade, altre connessioni….. con chi ci sta, nel futuro :))))

2014-01-24 19.08.11

“Sotto il pavè spiagge infinite!”: tra tutti gli slogan dei movimenti del 68 questo è sempre stato il mio preferito! Bastava chiudere gli occhi per immaginarle, quelle spiagge, e la certezza della loro esistenza serviva anche a dare un senso a qualche ciottolo divelto dal pavé.

Mi piace perché contiene una potente idea di futuro: la forza dell’immaginazione, capace di dar forma all’ignoto, e corpo e sostanza a un pensiero ancora vago e incerto.

“We have to be better at believing the impossibile”, ha sostenuto qualche anno dopo Kevin Kelly, uno dei piu’ famosi guru del web. E’ possibile che la tecnologia, da sola, non possa risolvere tutti i nostri problemi; ed è anche possibile che abbia in parte contribuito ad aumentarli. Ma sono fermamente convinta che le nuove tecnologie siano state, negli ultimi vent’anni, il più grande serbatoio di innovazione, non solo tecnica ma anche e soprattutto per la costruzione di nuovi legami sociali; e che sia solo attraverso la comprensione di queste nuove potenzialità, che si stanno oggi manifestando in tutto il mondo attraverso le innumerevoli spinte al cambiamento che si impongono in maniera imprevista all’attenzione collettiva, che il potere dell’immaginazione possa emanciparsi da un presente angusto e restituirci la capacità di progettare il futuro.

Uno dei temi che mi hanno maggiormente appassionato in questi ultimi anni è quello delle cosiddette “leaderless organization”, nuovi modelli “orizzontali” di relazione che assumono forme diverse, nei fermenti rivoluzionari che attraversano la polis e nelle nicchie di imprenditoria creativa che producono innovazione. Perchè leaderless organization non significa, lo abbiamo detto tante volte, organizzazioni senza leader, ma piuttosto strutture organizzative decentralizzate, mobili e fluide, che funzionano senza un centro unico di direzione e controllo, e nelle quali la presa di decisione avviene piuttosto attraverso meccanismi di condivisione e di consenso collettivi. Oggi queste esperienze continuano a moltiplicarsi, in forme nuove e con effetti imprevedibili: movimenti che appaiono e scompaiono improvvisamente senza che nessuno ne avesse previsto la nascita, o almeno cosi sembra perché il loro metabolismo rimane in realtà sotto traccia, visibile solo a chi ha voglia di esplorarne i contorni. Sempre più spesso sentiamo parlare di organizzazioni senza leader, o con una leadership “circolante e condivisa”. Tuttavia, non è la funzione di leadership che viene eliminata, ma il suo irrigidimento in una struttura che tende a renderla una funzione istituzionale piuttosto che un elemento propulsore di cambiamento.

Una prima evidenza: il contesto della leadership è profondamente cambiato negli ultimi anni, e gli esempi di questo cambiamento sono evidenti in tutti i settori, in politica, nella cultura di impresa, nell’economia. Ma il grande acceleratore delle dinamiche della leadership sono state le nuove tecnologie di comunicazione, che hanno sottratto potere ai leader e ampliato le possibilità di partecipazione dei follower, consentendo in molti casi di svelare che, sotto la maschera, “il re è nudo”. Dalla campagna presidenziale di Barack Obama nel 2008 ai movimenti della primavera araba, la partecipazione diretta ha portato all’attenzione generale un fenomeno semplice ma assolutamente non scontato: il potere che si può annidare in un unico click, da cui anche i piu potenti tra i leader si trovano ormai a dipendere. Cresce dunque la sperimentazione e la popolarità dei movimenti, come ad esempio quello di Occupy, che si professano apertamente “leaderless”, con portavoce che ne interpretano momentaneamente le istanze. David Graeber, nel suo libro The Democracy Project, racconta la nascita e crescita del movimento Occupy di cui è uno dei rappresentanti, e sottolinea come la ricerca e messa in pratica di relazioni “orizzontali” per la presa di decisione e il consenso passino proprio attraverso la sperimentazione di nuove forme di dialettica tra micro e macro gruppi, tra relazioni reali e virtuali, nelle quali la discriminante fondamentale è la ricerca del consenso e la rinuncia a mettere in atto logiche di potere verticali fondate sul principio di maggioranza.

Sono convinta che oggi, alla prova dei fatti, la ricerca di leadership forti sia non solo nefasta, ma che si stia rivelando anche abbastanza inutile. È evidente che oggi i leader scarseggiano, eppure ne abbiamo una gran nostalgia. Però, non ne abbiamo bisogno, perché esiste ormai una consapevolezza diffusa, anche se non esplicitata, che la soluzione dei nostri problemi non può venire dall’accentramento delle decisioni nelle mani di qualcuno, ma deve passare attraverso la partecipazione, la condivisione, l’assunzione di responsabilità collettive dirette, tutte cose che portano necessariamente a rivedere i meccanismi di rappresentanza  della politica tradizionale e i modelli di impegno sociale. Oggi è più importante fondare una nuova idea di “citizenship” e immaginare nuove forme di “social engagement” che affidarsi a un condottiero. E tuttavia, continuiamo ad aspettare un messia: e quindi cerchiamo un leader, e quando lo abbiamo trovato lo mettiamo su un piedistallo e subito dopo cerchiamo di buttarlo giù.

Ma di cosa abbiamo veramente bisogno, di leader o di capri espiatori?

Seconda evidenza: oggi siamo profondamente combattuti tra l’esigenza personale di esprimere il proprio “talento” (una parola certamente abusata…)  e le spinte sociali a essere sempre più progettuali da una parte, e la necessità di mettere costantemente in pratica meccanismi di collaborazione e di condivisione dall’altra. Il percorso dell’identità si gioca in buona parte su questo scarto: da una parte il soggetto ancorato alla sua individualità, in oscillazione perpetua tra l’universo frustrante e depressivo del bisogno e il campo mobile del desiderio; dall’altra, la necessità di un’appartenenza fluida, dinamica, capace di raccogliersi intorno a nuclei di valore e di significato e di condividerli con altri, per farli diventare elementi propulsori di cambiamento. In fondo, l’universo mobile dei social networks e le nuove forme espressive del mondo digitale ci indicano proprio questo come dato fondamentale: la progettualità è, può essere, deve diventare sempre più, un valore di scambio collettivo.

Per chiudere, una definizione di azione politica mutuata da David Graeber in una intervista, che ho sempre trovato molto condivisibile: “La ragione principale per cui sono anarchico è perché credo che siamo in debito verso il mondo, dato che tutto ciò che usiamo, mangiamo, facciamo, ci è stato data in dono da altri che sono venuti prima di noi. Credo anche che nessuno possa dirci come ripagare questo debito. La scelta di come combattere per l’uguaglianza e la giustizia dipende fondamentalmente da ognuno di noi.”

 

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Nomadismo sentimentale

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Un’amica e collega, Chiara Allari, mi ha invitato a scrivere un resoconto sentimentale di quello che sto vivendo a seguito di una recente e stimolante conversazione Skype. Ma di cosa scrivere esattamente? Dei miei spostamenti? Del mio lavoro?Forse conviene partire dallo spostarsi. Questo è quello che sto facendo da circa quattro anni. Mi muovo per differenti motivi, il primo tra i quali la sussistenza, ma altre ragioni hanno il loro peso, come l’acquisizione di esperienza professionale e, più potente di ogni altra, una relazione amorosa.

Per sussistenza mi muovo dove ci sono i mega yacht, ne seguo le tracce per intercettarli. Mi acquatto nei pressi dei loro luoghi di sosta per poterli avvicinare, alla ricerca di opportunità di impiego, che siano ordinaria manutenzione o aiuto nel trasferimento. In pratica sono un parassita, anche se abile e qualificato.
Quando arrivo via mare in un luogo sconosciuto spesso il mio contratto finisce. Troverò un altro lavoro? Dove pernottare? E quanto ci rimarrò? L’ansia fa capolino minacciando il mio umore. Quelli che rimangono a bordo diventano privilegiati oggetto della mia invidia, gli ultimi doveri diventano macigni. Soffro perchè percepisco che sto abbandonando un microcosmo autoregolato e accudente e che a breve dovrò calcare ancora una volta terra sconosciuta. Appena a terra o prima, se possibile, inizia la caccia alle informazioni, si tartassano conoscenti e contatti con migliaia di richieste di consigli, dritte e aiuto. Si ricomincia da capo.

Dopo una stagione caraibica molto intensa mi ritrovo vicino ad un ritorno e sono stanco anche se soddisfatto. A breve comincerà un progetto che coinvolge una fidanzata, una piccola barca a vela e ulteriori spostamenti.
Se non fosse per questo progetto sarebbe stato molto difficile gestire l’ansia del parassita, sopportare le fatiche della migrazione e la durezza del lavoro marittimo, i lunghi periodi di solitudine e i cambi continui di approdi, collaboratori, compagni di stanza. Tutto muta intorno, facce, paesaggi, valute, lingue. Vedo luoghi esotici come dal finestrino di un treno (meglio l’oblò di una nave), alcuni mi colpiscono e vorrei approfondirne la conoscenza e la frequentazione. Altri appartengono a un reale standardizzato, repliche di un originale che si è perso nel consumismo globale, edifici e spazi creati per rispondere agli stessi bisogni di comfort, accoglienza e divertimento del turista medio. Purtroppo questi sono i luoghi attorno ai quali mi trovo a gravitare, per raccogliere la mia parte nella grande abbuffata, per essere vicino ai miei posti di lavoro galleggianti. Rimangono piccoli spazi per godersi qualcosa di autentico, la visita di un amico lontano e una vacanza fuori programma, che accendono il desiderio di conoscere qualcosa di diverso e lontano.
Ora sto vivendo il fuori programma di una vita davvero poco programmata. Una costante è la mancanza di eventi certi: poche prenotazioni, alcune preoccupazioni e pre-allarmi, previsioni vaghe. La mancanza di scadenze e appuntamenti rendono superfluo l’uso dell’agenda che un tempo costuiva per me uno strumento imprescindibile. Scomparsa l’agenda compare il taccuino, senza calendario e aperto alla tracciatura di varie forme di annotazione, conteggi ai margini, to-do lists, rubrica non alfabetica, strumento di registrazione del pensiero. A dire il vero ho un appuntamento per la prossima settimana, ma se lo perdo mi gioco l’ultimo lavoro e il passaggio per tornare dalla fidanzata. Qualcosa mi dice che me lo ricorderò anche senza un’agenda.
Con il cambiamento della rappresentazione grafica del quotidiano cambia anche il concetto di obiettivo, perde consistenza e tracciabilità. In generale non sono mai stato bravo con gli obiettivi, ma questo non mi impediva di perderci dietro tempo e fatica o di provare una certa ansia nel capire quale obiettivo avrei dovuto avere. Mi sento più a mio agio nell’avere una direzione, tornare dalla fidanzata, restaurare una barca, viaggiare. Voglio muovermi verso quella direzione, so dove voglio andare ma non so quale cammino mi ci porterà. Dev’essere lo stesso istinto che spinge gli uccelli migratori in una direzione piuttosto che in un’altra. Si sa che in qualche modo si sta andando in quella direzione.

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SIAMO FUORI MERCATO!

Siamo fuori mercato! (da “Si puo fare!”)

La frase del Sig. Fossi eccheggia nella struttura istituzionale: non c’è spazio per un’impresa al di fuori della normalità.

Secondo Giorgio Callea, psichiatra fondatore di una storica cooperativa di inserimento lavorativo di pazienti psichiatrici si può creare impresa al di fuori delle logiche manageriali.

Il primario del reparto di psichiatria di “Si può fare!” in fondo pensa a tutelare il “suoi pazienti”, un po’ il ruolo come Elliott Jaques riteneva svolgessero le organizzazioni come “difesa contro l’ansia persecutoria e depressiva”. Il superamento dell’istituzione comporta il superamento di queste ansie e la realizzazione progettuale.

Questa situazione vuole essere un modo un po’ diverso per introdurre il concetto del superamento dell’istituzione gerarchica e della sua funzione. In un precedente post, avevamo ragionato sulle ragioni storiche che hanno portato alla realizzazione della gerarchia organizzativa. Qui, partendo dal ragionamento di Jaques, vorrei arrivare a capire quanto “l’antistoricità” del’organizzazione orizzontale sia in realtà una dipendenza da meccanismi di difesa. Il ruolo del manager è quindi un ruolo contenitivo? Riprendo un brano dal libro di Callea:

“Con l’espressione “stile Isparo” (il nome una cooperativa di inserimento lavorativo di pazienti psichiatrici n.d.r.) si indica una certa entità che nel corso degli anni si è costituita e prima di tutto, usata benevolmente, serve a caratterizzare superficialmente lavori fatti male o comunque con scarsa professionalità ….lo stile Isparo nasce da uno strano mix tra il concetto di polivalenza, quello di eterogeneità e quello di condivisione …. il concetto di polivalenza vuole che ognuno possa occuparsi di più cose, secondo le sue inclinazioni e secondo le esigenze di servizio, in modo da evitare le équipes chiuse, le persone fissate solo sulla loro postazione di lavoro, le persone limitate solo ad attività con forte componente costrittiva e senza una componente di creatività.

…..Contrapposto allo stile Isparo c’è il cosiddetto stile professionale che rappresenta una possibile svolta evolutiva della cooperativa… con l’espandersi della cooperativa in nuovi sttori produttivi che richiedono una maggiore specializzazione si è dovuti passare ad assumere nuovi lavoratori che non hanno condiviso la storia e le scelte di fondo e che, sopattutto, sono totalmente estranee alla cultura ed alla logica della polivalenza, dell’eterogeneità, della circolazione.”

Ma bisogna essere per forza “matti” per uscirne?

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SCASSATUTTO

Da bambina, insieme a mio fratello e a due vicini di casa, avevamo fondato una società segreta che si chiamava Scassatutto. Il nostro simbolo era una ruota di carro trovata nell’immondizia, che facevamo rotolare nella strada dietro casa, allora senza macchine. Il nostro target preferito erano i bidoni della spazzatura perché si rovesciavano in modo abbastanza spettacolare. Avevamo anche un piccolo tesoro costituito da fionde, biglie, oggetti raccattati in giro e qualche soldo, che seppellivamo in giardino in posti sempre diversi. Come tutte le cose segrete, in poco tempo la popolarità della Scassatutto si era diffusa tra gli altri bambini del quartiere e molti chiedevano di entrare a farne parte; ma noi, che ci consideravamo speciali, non volevamo altri membri nel gruppo, e quindi dedicavamo buona parte del nostro tempo a inventare “prove iniziatiche” di ammissione praticamente insuperabili, come percorsi notturni in cantina o nel giardino della camera mortuaria, che disseminavamo di trappole. I malcapitati che volevano entrare a far parte della Scassatutto dovevano cimentarsi da soli nell’impresa, e siccome la riuscita della prova era a nostro insindacabile giudizio, alla fine nessuno veniva mai ammesso. Questo creava, misteriosamente, un grande aumento della domanda, e faceva crescere la nostra fama nel quartiere. Alla fine la società si è sciolta, per una congiura ordita dal portinaio del nostro palazzo insieme al guardiano della vicina camera mortuaria che avevano scoperto il buco nella rete del giardino del cimitero che avevamo fatto per entrare di nascosto, e la storia si è conclusa lì.

Quest’anno ho passato buona parte della vacanze di Natale leggendo la bella biografia di Steve Jobs di Walter Isaacson, uno dei libri più interessanti del 2011; e, per qualche motivo, la storia della Apple mi ha riportato alla mente la storia della Scassatutto.

Che cosa hanno in comune la vita di uno dei personaggi più rappresentativi degli ultimi 50 anni e un gioco di ragazzini? Certamente non molto, e comunque poco più di un’impressione; però, man mano che andavo avanti nella lettura, mi sembrava che Steve Jobs applicasse nella scelta e nella conduzione delle persone in Apple un sistema di management – se mai si può definirlo tale – abbastanza simile al nostro, e comunque esattamente all’opposto di quel che si può leggere in qualsiasi manuale di leadership.

Per semplicità lo riassumerei in tre assiomi: decidere di cambiare il mondo, formare una squadra di “A level people”, e dar loro obiettivi impossibili.

La sua ricerca ossessiva di un’idea precisa di eccellenza, che ha molto a che fare con quanto Andrea Branzi ha definito la “strategia del rabbino” – dipanare lungo tutto l’arco della propria vita tutte le possibili e molteplici espressioni di un unico principio generativo, in Carisma: il segreto del leader, Pasini-Natili, Garzanti, 2009 – non prevedeva necessariamente partecipazione, negoziazione degli obiettivi, motivazione, e nemmeno coinvolgimento; puntava ad avere invece una squadra composta dai migliori in assoluto nel loro campo, che Jobs riusciva intuitivamente a individuare, uniti dal desiderio di realizzare uno stesso sogno, che Jobs riusciva a immaginare. Tra i tanti talenti di Steve Jobs, il più importante era certamente la sua capacità di scegliere le persone giuste con cui fare le cose (Steve Wozniak ai tempi del college, Jon Ive per il design Apple, John  Lasseter per l’animazione in Pixar, per limitarsi solo ad alcuni celebri esempi), senza farsi condizionare da limiti esterni di nessun tipo.

Steve Jobs non aveva di certo un carattere facile: personalità forte con una chiara tendenza a essere dispotico e umorale, non faceva nulla per mitigare le asperità del suo carattere, anzi spesso a esse indulgeva pensando, come racconta nell’ultimo capitolo della biografia, che la capacità di “tenuta” rispetto a un ideale operi una specie di selezione naturale, e che la principale responsabilità di un capo stia nell’assumersi l’onere di non accettare mai nulla di meno della perfezione; e per questo è necessario scartare i “bozos”, tutti quelli che non valgono nulla e che proprio per questo sono capaci di affossare qualunque progetto. Niente zone grigie nella sua storia, solo bianco e nero e tinte forti; senza cadere però mai nella trappola che porta facilmente alla rovina le personalità forti, la tentazione di circondarsi di yes man senza personalità che non mettono mai in discussione le scelte del capo.

E se, alla fine, avesse ragione lui? “Sognare il sogno impossibile”, come dice il Don Chisciotte di Cervantes, non è forse possibile solo con una squadra di A-level people per i quali il senso di unicità e di eccellenza diventa la più potente delle motivazioni?

Il paradosso dell’innovazione del mondo digitale si gioca precisamente in questo cortocircuito creativo tra elitismo e cultura di massa.

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eterotopia 2.0

Con questo post intendo completare la trilogia incominciata con Conoscenza 2.0 e proseguito con Fahrenheit 2.0. L’argomento è, anzi sono, come si può immaginare, gli strumenti per la raccolta e la diffusione delle conoscenze.

L’idea mi è venuta leggendo un articolo di Luca Ferrieri apparso sul numero 4/2010 del Bollettino AIB, ovvero la rivista scientifica dell’Associazione Italiana Biblioteche. Il fatto che l’E-book sia l’anello mancante alla realizzazione definitiva della Biblioteca come eterotopia, ossia come luogo senza spazio mi ha fatto pensare a molti dei contributi apparsi sul Blog in questi ultimi mesi: la leadership orizzontale, il codice fraterno, da ultimo la peer production con l’ultimo post di Fabio Brunazzi: dove non c’è lo spazio, ma il rispecchiamento, non si creano forse le condizioni per la realizzazione nel concreto (e quindi non in una visione utopica) di queste condizioni? A suo tempo, in un mio commento ad un post, paventai il rischio di trasformare l’ambiente 2.0 in un luogo virtuale dove fuggire alle costrizioni della realtà. L’eterotopia, nell’accezione di Foucault, non è la realtà di tutti i giorni: come una nave ci porta in giro, fino a che non si trova l’approdo, il porto, il non-luogo; nella navigazione si è attraversati dall’esperienza della conoscenza, nel porto si ridiventa marinai.

L’e-book rappresenta quindi la completa trasformazione della biblioteca da raccolta di supporti fisici a luogo della sperimentazione: quali saranno le conseguenze? É evidente che non sarà solo un problema di device (come suggerisce la divertente clip che ho già presentato in precedente post), ne una fonte d’ansia per qualche inguaribile nostalgico della “carta” (peraltro i libri pubblicati negli ultimi due secoli, a differenza dei precedenti, sono comunque destinati ad avere breve vita per ragioni di qualità del materiale), ma la perdita della -teca, ossia lo scrigno, dove vengono conservati i beni preziosi che vanno esposti e resi disponibili con parsimonia.

Così gli archivi digitali, da luoghi di conservazione, diventano luoghi di interscambio e di nomadismo. Tutto bene quindi?

Accanto all’apertura, che rappresenta il compimento di questo processo, si possono vedere i rischi del controllo, ora più che mai pervasivo ed insinuante. Chi e cosa potrà garantirci dall’uso che si potrà fare dell’informazione che ciascuno di noi “cederà” in cambio dell’accesso? E come potremmo preservare la memoria, i tratti caratteristici delle nostre esperienze, affinchè non vengano sommersi nel brusio dell’informazione? Quanto e cosa arriverà di quanto è successo nel 2011 fra vent’anni? Che ne sarà delle opere digitali? Saremo in grado di recuperali, oppure saremo ostaggi del “Grande Fratello” orwelliano di turno? Ritornando al post ispirato dal Fahrenheit 451, non saremo alla realizzazione di ciò che il fuoco non riesce a raggiungere?, magari al di la delle intenzioni, solo per aver premuto un tasto sbagliato, oppure perchè il nuovo protocollo non riesce a leggere un supporto ormai obsoleto?

Come si vede i dubbi che vengono avanzati sono almeno tanti quanto le speranze. Al concludersi dell’anno dellla crisi e della rinascita del conflitto è molto difficile separare gli uni dagli altri.

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Gli Angeli del Fango

In queste ultime settimane un nuovo soggetto è riapparso, per lo meno dalle mie parti (ma penso che presto riapparirà altrove, se il clima continuerà a provocare sconvolgimenti). Dico che è riapparso perchè il termine risale addirittura al 1966, quando vi fu la rovinosa alluvione di Firenze. Oggi si parla di loro a proposito dell’ultima alluvione (anche se da qualche giorno non è già più l’ultima) capitata a Genova. Simile è la dinamica, sorprendentemente dopo quasi cinquant’anni: allora furono le terribili immagini televisive a spingere migliaia di giovani di tutto il mondo ad andare a Firenze, con un solo obiettivo: portare li la speranza di poter ricominciare, la solidarietà di chi vuol essere più forte delle “avversità”. Oggi è la Rete che trasmette il messaggio che si propaga e coinvolge , organizza, gruppi e singoli. Al di la della retorica che spesso accompagna e mistifica questi eventi, si può dire che in questi casi si attivano dei meccanismi di partecipazione, o meglio delle posizioni che portano le persone, più o meno coinvolte o lontane a provare dei sentimenti e delle emozione curiosamente simili: il primo giorno, posizione schizo-paranoide, bisognava trovare a tutti i costi una motivazione a quanto era successo, un capro espiatorio: il sindaco che non aveva fatto chiudere le scuole, per cui si erano trovate in giro genitori con bambini piccoli, ed alcuni di loro erano stati tragicamente coinvolti. Ovvio che questo sottaceva le vere responsabilità, quelle locali di chi aveva costruito scriteriatamente e non si era preoccupato di un efficace contenimento di quella forza immane che è l’acqua, e quelle globali, il cambiamento climatico che provoca fenomeni atmosferici devastanti (in neanche in un giorno è piovuta metà dell’acqua che mediamente cade in un anno). Ma già dal giorno successivo si passa alla posizione depressiva, il cambiamento, l’individuazione del compito, il progetto.

L’aspetto interessante e che questo passaggio non avviene, come ci insegnano le teorie alle quali normalmente ci riferiamo attraverso il gruppo, ne, come ci viene detto più recentemente, a livello neuronale, ma tramite dei meccanismi, che sicuramente queste teorie possono aiutarci a spiegare, ma che, ritengo, abbiano una dimensione molto attinente al corpo ed alla corporeità.

In quest’ultimo anno continuiamo ad assistere, nell’era del virtuale, ad un protagonismo dei corpi: corpi che si oppongono a regimi, corpi che contestato lo spazio fisico dove opera la finanza, corpi che si frappongono alle devastazioni. La storia dell’umanità è stata attraversata dalla progressiva riduzione biopolitica del corpo al potere disciplinare, nella politica, nell’economia, finanche nella tecnologia, il corpo ha finito per diventare solo l’ingombrante e sempre meno utile protuberanza del potere.

Assistiamo invece ad una rivolta contro questo potere, una rivolta che non ha bisogno di un leader, che, come si chiede l’autrice di questo articolo, potrà andare avanti senza bisogno di un leader? Io penso che l’azione umana non solo potrà, ma dovrà resistere alla tentazione di creare IL leader. Penso che dovrà avere la capacità di rifiutare la gerarchia a favore del compito, il controllo a favore della partecipazione, la massa informe ed indistinta a favore dei corpi singoli, la costrizione a favore della relazione. Così come in questi giorni ci si confronta con il fango sostanza poco nobile ma dalla quale, in giornate come queste, non si può certo prescindere.

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Manland

Ikea nel suo flag-ship store di Stoccolma ha introdotto di recente una interessante novità: una “nursery” riservata agli uomini, con calcio da tavolo, riviste sportive, videogiochi e canali tv. Il motivo di questo nuovo esperimento sembra sia dovuto al fatto che i giovani padri si annoiano a morte a fare shopping. Dunque, dopo lo spazio per i più piccoli con la famosa stanza piena di palline colorate che è stata una delle tante innovazioni di successo dell’azienda svedese, perché non pensare a uno spazio anche per i papà?

La notizia mi è capitata sotto mano in questi giorni, reduce da un incontro organizzato nella sede di Ariele con Massimo Recalcati, autore di un interessante pamphlet dal titolo intrigante, “Cosa resta del padre?”, che recentemente ha avuto un grande successo di pubblico.

Recalcati, psicoanalista lacaniano, recupera da Lacan alcuni concetti fondamentali. In particolare, la visione critica di una contemporaneità “postmoderna”, in cui l’evaporazione del padre già anticipata da Lacan produce la frammentazione del soggetto attraverso innumerevoli forme di godimento illimitato. L’universo del consumo diventa quindi una sorta di gigantesco “paese dei balocchi”, nel quale non esistono limiti o  barriere alla volontà di possesso individuale. Da una società fondata sulla regola e sulla frustrazione del desiderio (la società della proibizione edipica, regola assoluta che fonda tutte le altre regole) siamo passati nel giro di pochi decenni a una società fondata sulla obbligatorietà assoluta e illimitata del godimento, nella quale ogni forma di limite viene cancellata insieme a ogni forma di coesione sociale. Le malattie psichiche del nostro secolo, anoressia, bulimia, autismo, sono alla fine sintomi di questa frammentazione disperata del soggetto, che cerca di ristabilire una forma di controllo spietato sul proprio corpo (anoressia), o che si lascia andare a una deriva priva di controllo (bulimia), sottraendosi a ogni tipo di relazione con gli altri (autismo).

L’evaporazione del padre, figlia della frattura generazionale del ‘68, se da una parte segna la progressiva scomparsa di un Super-Io repressivo e dispotico (il padre-padrone dell’Edipo), dall’altra determina anche l’impossibilità di ricostituire una qualche forma di regola a fondamento del legame sociale, con la conseguente deriva anomica e frammentazione inevitabile del soggetto.

Cosa resta dunque del padre nella società post-moderna? Recalcati sembra ipotizzare un recupero della figura paterna attraverso Il valore fondamentale della testimonianza di vita, una sorta di eredità da lasciare ai propri figli sganciandola dall’assoluto della regola; da qui il fascino delle storie, l’influenza del carattere e di quello che viene comunemente definito il “fascino carismatico” di alcuni personaggi.

Tuttavia, ho più volte proposto in questo spazio e anche altrove una diversa possibilità di lettura, oggi, del fenomeno carismatico, dove il carisma può essere legato molto meno a caratteristiche di personalità e di storia individuali e molto di più a capacità di aggregazione di energie sociali collettive.  Questa possibilità parte prima di tutto da una diversa visione del contesto sociale contemporaneo e da una personale perplessità sulle implicazioni legate alla teoria critica della società post-moderna. Pur riconoscendo infatti una potente fascinazione intellettuale alle “macchine desideranti” create dal “discorso del capitalista” (vedi Deleuze e Guattari del Anti Edipo,  Jean Baudrillard, e certamente Lacan) di cui molto si parlava negli anni ‘70 e ‘80, ho sempre pensato che portassero quasi inevitabilmente a un intellettualismo esasperato e a un vicolo cieco del pensiero, la cui conclusione non poteva essere altro che un’implosione su se stesso; come del resto aveva ben capito lo stesso Baudrillard.

Nel frattempo tuttavia, fuori, nel mondo reale, succedevano tante cose interessanti. Nel frattempo, il bisogno di comunità negato nel reale generava la comunità globale di internet, in cui venivano proposte nuove regole, più “fraterne” (fondate su competizione  e talento) che “paterne” (fondate sulla gerarchia); nel frattempo, la socialità perduta veniva recuperata prima nel mondo virtuale e poi in quello reale, stabilendo forme di scambio fondate su reciprocità e condivisione; nel frattempo, la sovrabbondanza illimitata del godimento individuale cedeva il passo a un’abbondanza di comunicazioni e di interazioni collettive che pongono, certamente, il problema del limite, ma in un modo del tutto nuovo. Il nuovo limite non è a mio avviso né una regola autoritaria né un’eredità del passato, ma una “scoperta personale” che viene dalla voglia di sperimentare nuove strade, non ancora esplorate, e di farlo possibilmente insieme ad altri, perché così è più facile lasciarsi andare a una qualche forma di deriva e creare l’occasione per rielaborare creativamente per conto proprio nuove soluzioni.

 

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