Articoli con tag 2.0

Un, due, tre…

Istruzioni


This video gives you the full instructions on how to record your part for the Eric Whitacre Virtual Choir 2011.
Eric then conducts ‘Sleep’, so you can sing your part in time.
The video also shows you how to tag the video once you have uploaded it to Youtube so that we can find it. Make sure you include all the correct tag words!
Categoria: Musica Tag: virtual choir, eric whitacre, sleep

Un baritono


Here is my second (and final) attempt at Eric Whitacre’s “Sleep” for the Sleep Experiment. Wasn’t happy with the first version that I posted, and I feel that this one does more justice to a beautiful piece. I am very excited to have the possibility of being apart of this project and it has been great to see all of the submissions that came before me.
All singers out there who aren’t involved: HOP ON IT!!!! Learn more by visiting Eric’s blog at soaringleap.com
Chris Kirkland, Baritone (Bass 1)
Categoria: Musica Tag: Eric, Whitacre, Virtual, Choir, Sleep, Bass1, Baritone, soaringleap.com, Chris, Kirkland

Il coro 

The 2011 Virtual Choir video features 2052 performances of ‘Sleep’ from 1752 singers in 58 countries, individually recorded and uploaded to YouTube between September 2010 and January 2011. http://virtualchoir.org


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Addio al 2.0?

La nuova tendenza e’ quella di sostituire al “2.0” il termine “social”. Social Enterprise anziche’ Enterprise 2.0. Social software, social business, social learning, eccetera. Social e’ piu’ vasto e ambizioso rispetto a “2.0”, un’etichetta un po’ geek, un po’ autoreferenziale (“due punto che?”), certamente ormai marchettara: non vorrei ingannarmi, ma mi pare di aver visto in tv lo spot di una aspirapolvere 2.0, o forse stavo solo abusando del multitasking.

Sono nomi, etichette; ma ogni etichetta (soprattutto quelle date a fenomeni in espansione) convoglia un particolare significato emozionale: “realta’ virtuale” e’ alienante, “realta’ aumentata” affascina. Indagando da un punto di vista psicosociale, ricordo un anno fa di aver mutuato con entusiasmo nella mia tesi il termine Enterprise 2.0 da quello di Web 2.0: per me questo “due punto qualcosa” stava a significare, piu’ che uno stato dell’arte tecnologico, un’entita’ beta, costantemente in progress, permeabile, curiosa; un “istituente” in continuo divenire, in contrapposizione all’Istituzione. Un fenomeno di techne e psiche.

Quella la mia emozione di allora. Ora questa etichetta social va ad abbracciare, com’era inevitabile, la dimensione politica, rivoluzionaria delle dinamiche inclusive alla creazione di valore economico. “Sociale”, con le sue reminiscenze socialiste, comunitarie, ideali. Calzerebbe anche meglio un riferimento all’anarchia… ma quanta paura! Ogni etichetta veicola un sentimento.

Anche il nome di questo blog muove qualcosa, con quella sua particella negativa less, destabilizzante, ambigua (“Aziende senza leader? Senza gerarchia?”), ed ha affinita’ a certo spirito anarchico: da Wikipedia

la parola anarchia deriva dal greco αναρχία, che si può tradurre con “senza governante” α-a- significa “senza” , la radice αρχή- archè può essere tradotta con “governo“, anche se il significato specifico sarebbe “comando”, “ordine”.

Quel che mi ispira ora questa digressione etimologica e’ che non c’e’ bisogno di “comando” per governare, ne’ per condurre.

E poi questo “non”, questo “senza” che ha tanta energia dentro, va riempito di idee, di speranze, di progetti. E voi, quale pensate sia l’etichetta adatta a quest’era di razionalita’ connettiva e aumentata?

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Social innovation: una porta disegnata sul muro

drawadoor

Un “sentire” 2.0, fatto di pratiche quotidiane di collaborazione e condivisione, esiste e ha diffusione globale, che si tratti di forme di intrattenimento o di engagement in processi creativi. Ciò è tanto reale che l’innovazione muove sempre più su reti informali di persone, piuttosto che in ambienti pre-strutturati. È tanto concreto che si comincia ad avvertire un “sentire comune” 2.0, soprattutto in prospettiva del ricambio generazionale. Ed è tanto dirompente, questo transito cognitivo all’apertura, che interessa ora anche il business. Sembra che dinamiche conversazionali alla creazione possano essere travasate laddove il valore economico viene perseguito – l’azienda – e che l’entusiasmo collettivo all’approccio social possa alimentare progetti strategici.

Hansen e Tapp, sull’Harvard Business Review, parlano di un Chief Collaboration Officer (CCO), una persona che accompagni il salto alla collaborazione. È antica quanto l’azienda l’idea che i suoi attori lavorino meglio come “team players with their peers”, ma l’idea non è più sufficiente, ora bisogna “get employees to work across silos”. Transitare attraverso i diversi silos di sapere per mettere in dialogo conoscenze pregiate significa passare dai tanti processi (e dipartimenti) ad un processo integrato (vedi Quintarelli sul social CRM); compito del CCO è trovare una “holistic solution to collaboration, one that involves strategy, HR, product development, sales solutions, marketing, and IT. In short, he needs to be a masterful collaborator”.

Un tale cambio di strategia richiede persone che sappiano pensare (e vogliano esplorare) la condizione di masterful collaborator: condizione ossimorica, perché in una enterprise 2.0 matura ogni attore dovrà essere chief e collaborator, e temporanea, poiché fra queste vesti l’attore muoverà più per capacità contestuale di influenza che per crescente diritto. Insomma, meno ruolo e più interpretazione: che i leader cedano parte della loro mastery, e i collaboratori facciano un passo avanti a prendersene un pezzetto. Si richiede d’esser solidi e di saper oscillare. L’essere umano sa affrontare e dominare condizioni esistenziali dissonanti e provvisorie, così distanti dall’innato desiderio di sicurezza, se e solo se la sfida è sentita, cruciale. Come in certi film sci-fi, corri e trapassi al di là dal muro solo se ci credi intensamente.

Perció si parla ora dell’entusiasmo social: si confida che qualcosa verrà da questo nuovo “sentire” nato sul web, che esso sublimi qua e lá in social innovation monetizzabile. Ma gli argomenti sono anch’essi dissonanti, ambigui: un’eminenza quale Umberto Eco, intervistato da Vanity Fair per il suo progetto Encyclomedia, afferma che la verità vada cercata “nel confronto, nella discussione continua” e che per vivere civilmente occorra “un sapere collettivo e condiviso”; ma dice pure che “un libro prima di uscire è vagliato, esiste un filtro. Su internet invece tutto esce, anche quel che non vale niente, e non ci sono avvertenze per l’uso”, e che questo filtro debba essere “la comunità scientifico-culturale”. La gente, secondo Eco, “ha paura di minare le basi dell’intesa, ha istinto di conservazione, vuole che il sapere derivi da fonti garantite”.

Noi però conosciamo il rapporto tra gli errori presenti in Wikipedia e quelli in un’enciclopedia classica, ad esempio. Sappiamo che le attuali sfide socioeconomiche superano la mera esigenza di conservazione; che queste sfide saranno vinte andando proprio a minare le basi di una intesa internazionale solida quanto fallimentare; che esse saranno vinte non da comitati ma da comunità. Una possibile porta è tracciata col gesso sul muro; la provocazione, le risa malcelate, la certezza, in fondo, che il matto andrà a sbatterci la testa – lo sappiamo – fanno parte di ogni narrazione della meraviglia. Afferma Eco che “c’è differenza tra materiale libero e di qualità”; vero, e noi sappiamo che il secondo è da cercare, collettivamente, entro il vasto caos del primo, con singolare coraggio, un po’ di rincorsa, e…

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