Articoli con tag anarchia

Siete anche voi il 99% ??

Stavo discutendo via Skype con un’amica di New York che mi ha parlato di questa protesta in atto di fronte a Wall Street. Questo due settimane fa. Me ne parlava con tono preoccupato, come chi teme rappresaglie o scenari pre-apocalittici. Oggi mi dice che sabato sera c’è stato un arresto di 700 persone che tentavano di occupare il ponte di Brooklyn, il tutto con una tecnica molto ingegnosa da parte della NYPD: in pratica una sorta di accerchiamento con un telo, un pò come si fa con cervi nelle riserve per contarli e mettere loro i trasmettitori.  Poi apro il sito del corriere della sera e trovo la notizia. Che ha già rimbalzato per tutto il pianeta. D’altronde come può un arresto di massa nel cuore finanziario degli Stati Uniti passare inosservato?

Alcune fasi dell'arresto sul ponte di Brooklyn

La parte buffa del racconto è che il tutto nacque in un parco lì adiacente, Zucotti Park, conosciuto come “Liberty Plaza” fino all’11 Settembre. Un gruppo di individui piuttosto giovani, chiamateli anarchici, indignati, anti-capitalisti, in pratica di campeggiatori urbani ha iniziato ad accamparsi come forma di protesta. E sapete cosa succede nei parchi pubblici di New York? Internet gratis e a banda larga. Quindi senza un movente ben chiaro, ma con le armi che hanno fatto crollare governi in Tunisia, Egitto e Libia, un gruppo di punkabbestia (scusate il milanesismo) ha portato ad un protesta di massa, coinvolto celebrità e sindacati organizzati, attirato il supporto di popolari comici (qui un video di Jon Stewart sostenitore dichiarato),  e provocato una reazione di forza da parte della polizia con tanto di arresto spettacolare. Susan Sarandon è apparsa e ha rilasciato interviste e sono certo che da qualche parte deve esserci pure l’immancabile Sean Penn. Qui forse Pisanu potrà sorridere e considerarsi l’estirpatore di ogni forma di eversione grazie alla sua stupida legge sul wi-fi.

99% contro 1%

Stando alla mia fonte newyorkese da un primo campeggio si è passati a creare il sito occupywallst.org e da lì un’identità: il 99% che non tollera più l’avarizia e la corruzione dell’1%. Sembra la lotta di molti contro pochi se diamo ragione ai numeri. Siamo il 99%, così si definiscono gli attivisti e dai primi giorni di protesta (siamo arrivati a 16) l’effetto domino è stato devastante, con nuove iniziative clone in tutto il paese, come Occupy Chicago. Su wikipedia c’è già una timeline della protesta. In questo 99% devono esserci anche gli appartenenti al sindacato dei Piloti di aerolinee (Union e Continental in prima linea) che il 27 settembre sono scesi in protesta tutti agghindati nelle loro uniformi di fronte a Wall Street, ormai diventata il simbolo e la fonte di ogni male odierno.

I Piloti in corteo. Quanti saranno secondo la questura?

La cosa preoccupante è che l’1%, che non si sa bene chi siano e certo oggi si guardano bene dall’uscire allo scoperto,tace e osserva. Probabilmente penserà che delle povere zecche fastidiose si prenderà cura la polizia come sempre. E che come è sempre successo nulla cambierà. Ma mi sembra di poter dire che se l’arena della protesta diventa Wall Street, il simbolo del potere finanziario, allora la crisi non è più soltanto una questione di dollari bruciati e conti che non tornano, quanto un crollo totale di consenso e fiducia. Dobbiamo stare tranquilli?

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Si ringrazia KZ da New York per le preziose informazioni.

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Fuori cornice

E’ il titolo di un libro uscito qualche anno fa, dove si parla di arte, ma collocandola non nelle abituali cornici, ma fuori, nel mondo. Gli Autori, Alessandro Dal Lago e Serena Giordano, ci raccontano di ex voto esposti in Santuari Mariani, di scarpe appese ai fili del telefono, di street art.

E la Torre (o meglio le Torri) di Watts (un sobborgo di Los Angeles.) dove un immigrato italiano, Sabato (americanizzato in Simon o Sam) Rodia costruì, fra gli anni ’20 e gli anni ’50 del secolo scorso,con materiale di recupero delle torri alte fino,a trenta metri.

La storia della persona si trova, oltre che nel filmato, su Wikipedia (che prende una delle sue rare cantonate definendo Rodia un architetto, quando non era altro che un muratore), e quindi non mi dilungo sulla sua vicenda.

Quello su cui vorrei invece ragionare è che si tratta di una produzione artistica fuori dal circuito, oltre che dalle “cornici”. Si tratta dell’opera della persona che parte da materiale privo di valore, che costruisce, come lui stesso creca di spiegare “I build the tower people like, everybody come”, per fare piacere alla popolazione, ed infatti chiama la sua opera “Nuestro Pueblo”. Il nostro villaggio. Si tratta dell’opera di chi è privo di qualsiasi conoscenza tecnica, analfabeta o quasi. Solo mosso da una sua ispirazione, quella “di fare qualcosa di grande”, in un luogo marginale, il ghetto nero di Los Angeles, che conoscerà negli anni a venire numerose rivolte (che però non presero mai come bersaglio questa opera, segno della sua integrazione nel tessuto sociale) , ed ancora oggi è un’area depressa cotraddistinta dall’emigrazione.

In questa opera si può cogliere l’intelligenza fuori dagli schemi, anarchica e collettivista, il lavoro manuale, artigiano (premoderno), la modernità (i materiali e le modalità di costruzione sono gli stessi con i quali venivano eretti i grattacieli) ed il post-moderno (l’uso dei materiali di recupero, il progetto che si sviluppa nel corso dell’opera), il bricolage.

In un percorso di singolare appropriazione e riconoscimento pubblico di un’opera privata. Tutto ciò a cosa ci fa pensare?

Un ringraziamento a Sabina

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Anonymous in difesa di Wikileaks: mobilitazione politica o terrorismo hacker?

Anonymous: il gruppo autoproclamatosi difensore di Wikileaks. La maggior parte dei membri non ha nessuna influenza riguardo la direzione del gruppo o la sua strategia. “Il nostro progetto non ha una struttura piramidale, ma solo ruoli diversi. La definizione della leadership e organizzazione dei vari progetti varia molto” ha spiegato un membro di lunga data “è tutto molto caotico, ma noi comunichiamo e cooperiamo uno con l’altro”.

Leakspin: il nome in codice della campagna lanciata da Anonymous in favore di Wikileaks.

Operation Payback: il 9 dicembre il collettivo Anonymous attacca i siti di Mastercard, Paypal, Visa. Un esperto sostiene che per l’attacco del sito di Visa fossero necessarie almeno 2000 utenti che attaccassero in contemporanea il sito.

DDoS (Distributed Denial of Service): la strategia utilizzata per mettere k.o. i siti. In pratica è un bombardamento da parte di molti utenti al sito bersaglio col fine di bloccare i servizi per gli utenti che lo necessitano in quel momento.

U.S.A. : il bersaglio della protesta, da quando Washington ha citato in giudizio Wikileaks e si sospetta abbia fatto pressioni sulle società attaccate per chiudere i loro servizi a Wikileaks.

Comunicazione: Gabriella Coleman, una professoressa dell’università di New York che ha studiato il gruppo, ha stimato che fino a mille persone partecipano ad Anonymous, “adattando i propri computer per co-ordinare gli attacchi in rete”. I leader del gruppo usano la tecnologia IRC (Internet Relay Chat), che permette ai gruppi di comunicare.

Siamo di fronte a una nuova era della mobilitazione politica? Com’è possibile oggi riunire e coordinare più di mille persone verso un obiettivo senza strutture gerarchiche e con il massimo anonimato?

Anonymous è un esempio di gruppo P2P in grado di raggiungere obiettivi complessi senza necessità di una struttura gerarchica che supervisioni e coordini. Di certo il movente, l’indignazione nei confronti delle restrizioni imposte a Wikileaks, sono un forte catalizzatore di energie e sicuramente la comunità che appoggia wikileaks si è sentita in dovere di collaborare. Una forte motivazione e le nuove teconologie rendono possibili forme organizzative fino ad oggi ritenute impossibili.

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Addio al 2.0?

La nuova tendenza e’ quella di sostituire al “2.0” il termine “social”. Social Enterprise anziche’ Enterprise 2.0. Social software, social business, social learning, eccetera. Social e’ piu’ vasto e ambizioso rispetto a “2.0”, un’etichetta un po’ geek, un po’ autoreferenziale (“due punto che?”), certamente ormai marchettara: non vorrei ingannarmi, ma mi pare di aver visto in tv lo spot di una aspirapolvere 2.0, o forse stavo solo abusando del multitasking.

Sono nomi, etichette; ma ogni etichetta (soprattutto quelle date a fenomeni in espansione) convoglia un particolare significato emozionale: “realta’ virtuale” e’ alienante, “realta’ aumentata” affascina. Indagando da un punto di vista psicosociale, ricordo un anno fa di aver mutuato con entusiasmo nella mia tesi il termine Enterprise 2.0 da quello di Web 2.0: per me questo “due punto qualcosa” stava a significare, piu’ che uno stato dell’arte tecnologico, un’entita’ beta, costantemente in progress, permeabile, curiosa; un “istituente” in continuo divenire, in contrapposizione all’Istituzione. Un fenomeno di techne e psiche.

Quella la mia emozione di allora. Ora questa etichetta social va ad abbracciare, com’era inevitabile, la dimensione politica, rivoluzionaria delle dinamiche inclusive alla creazione di valore economico. “Sociale”, con le sue reminiscenze socialiste, comunitarie, ideali. Calzerebbe anche meglio un riferimento all’anarchia… ma quanta paura! Ogni etichetta veicola un sentimento.

Anche il nome di questo blog muove qualcosa, con quella sua particella negativa less, destabilizzante, ambigua (“Aziende senza leader? Senza gerarchia?”), ed ha affinita’ a certo spirito anarchico: da Wikipedia

la parola anarchia deriva dal greco αναρχία, che si può tradurre con “senza governante” α-a- significa “senza” , la radice αρχή- archè può essere tradotta con “governo“, anche se il significato specifico sarebbe “comando”, “ordine”.

Quel che mi ispira ora questa digressione etimologica e’ che non c’e’ bisogno di “comando” per governare, ne’ per condurre.

E poi questo “non”, questo “senza” che ha tanta energia dentro, va riempito di idee, di speranze, di progetti. E voi, quale pensate sia l’etichetta adatta a quest’era di razionalita’ connettiva e aumentata?

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La tradizione democratica

Sto finendo di leggere un interessantissimo libro, “La funzione dell’orgasmo” di Wilhelm Reich; è l’opera più importante (insieme all’”Analisi del carattere”) e più famosa di questo istrionico e geniale autore,e ha come argomento centrale la trattazione della dipendenza diretta tra salute psichica e potenza orgastica. Ma non è di tale relazione che voglio parlare.

Nell’introduzione di questo scritto Reich (da buon studioso delle masse) fa un discorso di ampio respiro riguardante la democrazia. La definisce, descrive le dinamiche in essa contenute, e poi ragiona su una cosa: “La vera democrazia” dice Reich, “è un processo di lotta continuo, con i problemi posti dall’incessante sviluppo di nuove idee, di nuove scoperte e di nuove forme di vita. Lo sviluppo verso il futuro è ininterrotto e in interrompibile, soltanto quando ciò che è vecchio e senescente –ciò che ha svolto il suo ruolo a un livello precedente dello sviluppo democratico- è sufficientemente saggio da far posto a ciò che è giovane e nuovo e da non soffocarlo richiamandosi alla dignità o all’autorità formale”.

Da pisciarsi dalle risate.

Questo austriaco vissuto 70 anni fa intende come positivo, florido, arricchente per un sistema sociale democratico, il  fatto che “ciò che ha svolto il suo ruolo” debba essere sufficientemente saggio “da far posto a ciò che è giovane e nuovo”, e deve addirittura evitare di non nascondersi dietro a sistemi formali e burocratici, in cui troverebbe certamente scappatoie per incrementare il proprio potere (certo le ha messe lui). Per garantire un sistema democratico, ciò che è passato, obsoleto, non più aderente alla realtà, non più adatto ad affrontare le problematiche correnti, deve farsi da parte per poter far affermare nuove forme organizzative che, grazie a diverse chiavi di lettura, diverse visioni, diversi strumenti, conoscenze, modi di fare, hanno possibilità di riuscita. Non “maggiori possibilità di riuscita”, ho detto “possibilità di riuscita”.

Quindi questo psicologo, tra l’altro scomunicato e morto da pazzo (cattiveria inventata e infondata), non ha alcun rispetto per la tradizione?! Non esattamente.

“La tradizione è importante” dice l’orgonomista, “essa è democratica quando adempie alla sua funzione naturale che consiste nel trasmettere alla nuova generazione le buone e cattive esperienze del passato, cioè nel metterla in condizione di imparare dai vecchi errori, e di non commettere di nuovi dello stesso genere. La tradizione uccide la democrazia quando non lascia alla nuova generazione la possibilità di scelta, quando tenta di imporre che cosa debba essere considerato <buono>o <cattivo>. La tradizione dimentica spesso e volentieri di aver perso la capacità di giudicare ciò che non è tradizione.”

Altre risate (isteriche).

Trovo difficile immaginare uno scenario in cui la “tradizione uccide la democrazia”, in fin dei conti chi scrive lo fa nel periodo fascista, per di più in Austria; oggi siamo in un altro mondo, c’è più libertà, ci sono più possibilità, è evidente che l’avvertimento lanciato in questo libro è stato accolto. Per fortuna che in 60 anni si è riusciti a progredire, a evolvere e a auto- organizzarsi in base ai meriti, alle conoscenze, ai risultati ottenuti.

Meno male che la “tradizione non ha ucciso la democrazia”, se no pensate come saremmo messi.

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Bollenti spiriti

BOLLENTI SPIRITI

Bollenti spiriti, principi attivi, cosa vi fanno venire in mente queste parole? forse una rock band, o un serial tv, oppure una marca di detersivi…. certamente non pensate a un assessore…. Eppure si tratta proprio di questo: Bollenti Spiriti è un servizio dell’assessorato alle politiche giovanili della Regione Puglia nato nel 2005 per sviluppare le risorse giovanili del territorio “partendo dal basso”, per usare un termine forse abusato ma sempre gradevole,  e Principi Attivi è un nuovo bando di concorso sviluppato dalla regione per il finanziamento diretto di progetti ai giovani. Ho scoperto Bollenti Spiriti di recente, anche se Annibale D’Elia che fa parte del team è un amico di lunga data: abbiamo iniziato il progetto, dice Annibale, ponendoci una domanda fondamentale: ci siamo chiesti non perchè i giovani se ne vanno dalla Puglia, ma perchè ci rimangono. Perchè, nonostante la disoccupazione, la mancanza di prospettive, l’arretratezza culturale, la televisione, Padre Pio, ci sia ancora qualcuno che pensa di poter fare qualche cosa di interessante quaggiù; e soprattutto, che cosa pensa di poter fare.

Non voglio raccontarvi tutto quello che ha fatto e che sta facendo il team di Bollenti Spiriti,  lo scoprirete da soli se ne avete voglia, anche perchè trovate  un sacco di cose su di loro sul web. Voglio solo prendere in prestito da Annibale qualche concetto che ha introdotto nelle sue interviste, e che mi ha colpito particolarmente perchè, udite udite, fa pensare che la leaderless org si stia facendo strada persino nella pubblica amministrazione… e allora forse, dopo tutto, non è un’idea così bizzarra, no? Ad esempio, dicono i BS che bisogna porsi come obiettivo l’eliminazione della divisione tra chi sta dentro e chi sta fuori – dalle stanze del potere, si intende – distinzione non solo ingiusta, ma anche anacronistica e anti-economica, e fare in modo che le risorse arrivino direttamente a chi ne ha bisogno e soprattutto a chi ha un progetto in testa. E l’unico modo per farlo è coinvolgere direttamente e per davvero i giovani, andandoli a cercare sul territorio e cercando di capire che cosa hanno in mente ma anche nel cuore, perchè “quando vuoi bene davvero a qualcosa non accetti che qualcun altro decida per te”.
Mi viene in mente allora che forse bollenti spiriti significa capire “cosa bolle in pentola” rivolgendosi  allo spirito, alle idee, alle speranze, di tutte quelle generazioni che nonostante i bei discorsi sulle politiche giovanili sono costrette da troppo tempo a stare alla finestra a guardare “la banalità del male”, se mi lasciate passare la dotta citazione, che si muove indifferente intorno a loro.

Tutto questo somiglia in modo impressionante a ciò che sostiene il mio amico David Graeber, nel suo libro “Frammenti di un’antropologia anarchica”: che, quando chiedi un pò in giro, tutti pensano che  l’anarchia sia una bellissima cosa, ma che tuttavia sia un’utopia irrealizzabile. Perchè sarebbe bellissimo poter vivere in un mondo dove  tutti possono contribuire a prendere decisioni in modo comunitario, autonomo e responsabile, senza un centro di potere che decide per tutti, senza prevaricazioni e senza privilegi, ma purtroppo questo è impossibile. Ma, se ci giriamo indietro a guardare il nostro passato remoto, vediamo che è stato possibile eccome per un bel pò di tempo nella storia dell’umanità. E se riflettiamo bene pensando al nostro futuro, non possiamo non vedere come il modello decentrato del web, fondato sulla condivisione delle idee e sulla responsabilità sociale sia molto più funzionale del verticismo gerarchico statalista, che irrigidisce e porta all’immobilità.

Tornando a BS, tutto questo emergere di creatività e di nuovi progetti nel mondo giovanile – che ci sono davvero, vedere per credere –  farà della Puglia una nuova California? Assolutamente no, risponde Annibale al cronista che gli fa questa un pò scontata domanda, l’obiettivo non è diventare la California, ma diventare la Puglia, cioè vedere come delle cose un pò astratte come innovazione, rete, progettualità, possono diventare delle cose vive che entrano a far parte della vita quotidiana delle persone e alimentano le loro speranze verso il futuro.

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Potere distribuito

Per ragioni legate all’architettura della Rete stessa, nessun sistema è in grado di controllare Internet. La principale ragione dell’incontrollabilità della rete è la sua vastità e la distribuzione dei punti di accesso, che impedisce ad autorità o istituzioni di esercitare controllo. Ancora nessuna struttura gerarchica ha i mezzi e il potere di intervento per operare azioni di controllo e organizzazione di quello che accade sulla Rete. La possibilità di creare contenuti, di entrare o abbandonare network e di visualizzare e scaricare informazioni è ancora liberamente nelle mani dei singoli utenti. Per l’umanità è un fenomeno inedito.

Come gruppo di ricerca da tempo stiamo riflettendo su come questo nuovo ambiente favorisca fenomeni di autorganizzazione e metta sempre più “potere” nelle mani delle singole persone. Di più, pensiamo che le uniche riflessioni teoriche che ci danno alcune traiettorie per poter analizzareil fenomeno arrivino dalla tradizione anarchica, nel senso che internet è per il momento un grande esperimento di sistema senza governo, quindi una situazione di Anarchia.

Rispetto a questo tema ci sono moltissime domande che aprono spazi di riflessioni. Ne sottopongo alcune:

– attraverso quali forme si esercita il potere nella Rete?

– Internet è, come ha sostenuto Dana Ward, “un’organizzazione anarchica su larga scala”?

– In che modo questo nuovo paradigma può favorire sistemi organizzativi più liberi, condivisi e auto-organizzati?

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