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ORCHIDEE E RADICI.

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Giovedì 8 marzo 2012, passo de Jama, 4172 m di altitudine, confine nord tra Argentina e Cile.Ivan e io scendiamo dal bus che ci riporta in Argentina per il controllo passaporti. Abbiamo appena attraversato la grande distesa di sale del deserto di Atacama, il paesaggio intorno è un altipiano brullo circondato da vette che sfiorano i 7000. In coda, insieme a noi, c’è una famiglia di Bahia Blanca, città a un centinaio di km. a sud di Buenos Aires, padre, madre e figlia che stanno tornando a casa dopo più di un mese di viaggio tra Ecuador e Cile. Sono molto simpatici, cordiali e sorridenti, lui chiacchiera volentieri, mi sta raccontando di come suo padre studiasse medicina all’università con il Che, quando improvvisamente la moglie scoppia in pianto. Noi la guardiamo stupiti, ma il marito sorride, le fa una carezza, e dice no, non vi preoccupate, lo so perché piange, perché stiamo tornando in Argentina; lei conferma tra i singhiozzi, si è vero, piango di gioia, avevo tanta nostalgia della mia terra, l’unico paese al mondo dove si mangia bene.

Questo ricordo di viaggio, a distanza di un paio di settimane, mi sembra una buona metafora per un grande paese come l’Argentina, che ha qualche difficoltà a fare i conti con la memoria. Sono stata spesso lontana dall’Italia, anche per lunghi periodi, ma non ho mai pianto al ritorno. Forse mi è capitato all’andata, nel lasciare qualcosa o qualcuno, anche se non ho un ricordo preciso; eppure mi piacciono gli spaghetti e la pizza…. Tuttavia la donna di Bahia Blanca esprimeva con il suo pianto qualcosa di più, quasi una sorta di spaesamento nostalgico, che molte delle persone che ho incontrato durante il viaggio sembrano vivere laggiù in maniera molto intensa, e che prende spesso la forma di un rifiuto di fare i conti con la realtà e di una tendenza a rifugiarsi in un passato che è stato splendido a inizio secolo, ma che ora si fa sempre più inafferrabile. Protezionismo e misure restrittive in economia, toni demagogici e populisti in politica – Peròn non è mai stato dimenticato, e i discorsi della presidenta Cristina Kirchner sembrano brutte copie di quelli di Evita -, enfasi esagerata sulle icone del paese, dalla mitica parrilla argentina, alle origini europee, alla notevole produzione di “santi” che caratterizza il paese – santa Evita, san Che, san Maradona – sono tutte manifestazioni di uno stato d’animo appassionato e tormentato che coinvolge un po’ tutti. Non a caso l’Argentina ha la più alta concentrazione di analisti dopo il centro di Manhattan.

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Ho passato poco più di un paio di settimane in Argentina, e non sono certo sufficienti a capire un paese. Ho fatto però diverse tappe – Buenos Aires, bella e dolente nel suo splendore appannato; Cordoba, austera e deludente con la sua università e il suo passato coloniale; la regione del Nord, tra Chile, Bolivia e Paraguay, con le grandi vette andine e una tradizione indigena che, in fondo, l’Argentina non ha mai conosciuto – e la sensazione prevalente era sempre la stessa: la ricerca di un ancoraggio nel passato serve a sfuggire alla difficoltà di misurarsi col presente, e con una crisi economica che sembra non finire mai. Nonostante l’esempio dei paesi vicini, Brasile, Cile, Colombia, che stanno crescendo a ritmi accelerati, e per i quali il futuro si presenta ricco di promesse e di opportunità. Tempo fa un amico colombiano mi disse, sai, noi colombiani siamo come le nostre orchidee, che hanno radici sospese nell’aria e per crescere si aggrappano a ciò che trovano; anche noi, come le orchidee, dobbiamo crescere senza mettere radici in terra, perché non possiamo permetterci il lusso della memoria. Il nostro passato è troppo difficile, se ricordassimo dovremmo ogni giorno entrare in guerra col nostro vicino.

Memoria, identità, differenza, conflitto: come si conciliano al tempo dei social networks? La memoria è uno sguardo al passato che sta dietro di noi, o, come dicono gli indiani, è guardare in avanti, perché il passato è ciò che vediamo? Ovviamente non esistono risposte scontate. La nostra esperienza del mondo, e delle relazioni tra noi e il mondo, sta cambiando radicalmente, e io penso in modo molto vitale. Tanto che ho l’impressione che i vari discorsi sulla frammentazione dell’esperienza e sulla società liquida siano metafore usurate che hanno davvero fatto il loro tempo.

Se è vero che la quantità di informazioni che abbiamo a disposizione rende inutili percorsi di conoscenza lineari, aumenta l’incertezza, moltiplica il rischio di frammentazione dell’esperienza, è anche vero che abbiamo a portata di mano un potere dimenticato che ognuno può riconquistare se vuole, e se osa.

Forse cresce il disagio, ma contemporaneamente cresce anche la consapevolezza che è possibile ridefinire le regole del gioco, e riprendersi in mano direttamente, senza intermediazioni, le sorti del proprio destino. Sempre che si accetti che l’identità, sia essa memoria personale o collettiva, si costruisca attraverso la differenza, il confronto, l’esperienza della molteplicità, e i link inaspettati che il futuro richiede. Sperimentando il valore di ogni nuova emozione che può prodursi in un universo a rete, dove altri ti scelgono e ti concedono lo stesso potere di scelta.

Dunque, tra il mausoleo di Evita Peron, che pure ha il suo fascino, e le orchidee colombiane che mettono radici nell’aria, scelgo queste ultime.

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