Articoli con tag Fiducia

Sono un ladro

Chissà quante volte è successo. Magari non me ne sono nemmeno accorto. Di imitare, copiare, citare, senza essere consapevole, oppure, con colpa, di non avere verificato abbastanza le fonti. I miei amici mi dicono “stai sereno”, ma io no, proprio non ci riesco.

Aladino.

La recente polemica in rete tra Quintarelli e Prunesti,  pone nuovamente il tema della proprietà delle informazioni del web. Le posizioni sono note. Si possono riprendere i contenuti altrui, ma si devono citare le fonti. Comunque non bisogna esagerare, nel riprendere e citare, altrimenti qual è il valore aggiunto? Basta guardare l’originale ed è meglio. Allora è un problema di misura? Ci ho pensato a lungo ed è difficile trovare una risposta. Mi sono ricordato di Max Weber e delle 2 etiche. E’ etica della responsabilità la presa in carico dell’effetto delle proprie azioni sugli altri. L’etica dell’intenzione è l’autonoma determinazione di un soggetto ad affermare un principio che crede giusto a prescindere dalle posizioni altrui. Dunque se sia giusto o meno rubare in rete è un problema o un’opportunità in funzione dell’etica a cui si aderisce. Ragioni di eleganza e di stile mi fanno preferire un approccio responsabile. Nel lungo periodo i valori (quasi) sempre emergono.

Ma vi è un’altra questione.

Carlo Maria Cipolla nel divertente saggio Allegro ma non troppo costruisce una teoria generale della stupidità umana. Presto ci abbandona l’idea consolatoria che noi siamo di qua e gli stupidi sono dall’altra parte della staccionata. La stupidità è parte di noi ed emerge continuamente. Allora penso che i comportamenti umani vadano letti alla luce non solo di etiche che nascono dall’idea di un uomo forte che è in grado di scegliere e governare il proprio destino. Ma vi è anche l’irresponsabile ed inetta stupidità che fa della nostra vita una commedia. Allora che ne facciamo degli stupidi? Non siamo noi tutti stupidi in qualche momento? Stupidi e ladri?

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Leaders, capitani e scappati di Casa

Parliamo di appiattimento della gerarchia, di indebolimento di poteri forti, spinti dal desiderio e ormai dalla moda di esplorare nuove tipologie di relazioni produttive, di scambio, di intrattenimento. Spinti dalla facilità di interconnessione con chi e con cosa ci piace bypassiamo posizioni organizzative, major della distribuzione e altre forme di controllo dei flussi di scambio. Siamo per l’apertura delle casseforti del controllo.

E’ una questione tecnologica che sottende sentimenti e desideri nati con le prime ribellioni verso l’ordine vigente (dall’Illuminismo in poi), fino ad arrivare alle odierne forme di cyber crimine (il dibattito sul diritto d’autore, la violazioni di informazioni riservate). E’ un desiderio di accesso, un accorciamento della strada che divide il desiderio dalla sua soddisfazione. L’era della Rete vede uno smantellamento progressivo delle posizioni gerarchiche in favore del principio di equipotenza (v. Michel Bauwens) e ridondanza delle informazioni.

Ma siamo proprio sicuri che la gerarchia è un concetto in declino, che lascerà senza combattere il posto che ha occupato in migliaia di anni di evoluzione umana? Cosa fa sì che oggi vediamo la sopravvivenza di concetti di linea produttiva nell’industria o del Senatore a vita nella politica? Dove c’è ancora bisogno di un comando e di un controllo centralizzati?

Leaders e Capitani, ovvero la fiducia

Si organizza una vacanza in barca ma i partecipanti non si sentono sufficientemente esperti, oppure si ha bisogno di una persona che si occupi della barca perché una barca costa e per godersela qualche settimana l’anno bisogna lavorare duro. Si cerca un capitano, uno skipper,ma in fondo cosa si cerca? Un decisore, un conduttore uno che sappia “come si fanno le cose”, un esperto dell’arte della navigazione. Si delega il comando a chi dovrebbe saper comandare, un leader nel senso posizionale del termine.

La legge gli attribuisce la responsabilità penale e civile della barca, i periti delle assicurazioni lo tormentano in cerca di ricostruire gli eventi, l’equipaggio smarrito e in difficoltà lo cerca con lo sguardo in attesa di ordini. L’ultima parola a bordo è la sua. Per essere rispettato deve dimostrarsi competente, proattivo nel fronteggiare i cambiamenti, rapido nel predisporre le manovre, ineccepibile sui risultati delle stesse, comunicativo nelle spiegazioni e nella ripartizione delle responsabilità. Magari non possiede il romantico tormento interiore di un Capitano Achab, l’inflessibilità del capitano di un brigantino delle Fiandre, o la spietatezza di quello al comando di una nave negriera portoghese. Nondimeno deve portare a termine il compito fino in fondo, con ogni mezzo e persona necessaria.

La barca è un mondo in scala ridotta, un microcosmo relazionale dove la presenza aleggiante del pericolo e dell’emergenza, gli spazi ristretti e la complessità delle manovre richiedono un’interdipendenza continua, gomito a gomito. C’è poca privacy, pochi momenti di pausa e raccoglimento. C’è un leader formale e dei subordinati in forte rapporto di dipendenza reciproca. Il leader si espone, ha l’autorità, non deve commettere errori. In poche parole ha in mano il potere.

Secoli fa questo potere era di vita e di morte, era un potere giuridico. Con l’ammutinamento sempre dietro l’angolo era un attimo per il capitano saltare fuoribordo e per la ciurma stabilire nuovi rapporti di potere, una auto-organizzazione. Come ci racconta splendidamente Bjorn Larsson in La vera storia del pirata Long John Silver il rapporto tra autorità e subordinati era una dinamica complessa a bordo dei velieri che solcavano i remoti e silenziosi mari nell’era delle esplorazioni e dei commerci con le nuove colonie. Una dinamica che continua a caratterizzare la Storia dell’umanità

L’unica possibilità per fare in modo che in barca (e in qualsiasi altro ambiente frequentato da umani, anche quelli virtuali) i rapporti gerarchici funzionino è la costruzione di un rapporto di fiducia tra equipaggio (“il capitano mi salverà, sa cosa fare”) e capitano (“posso delegare le responsabilità e quindi dormire in pace”). La relazione di fiducia si costruisce attraverso un dialogo costante dove gli atti – e non solo le parole – sono importanti.

Lo sanno bene i politici, che sulla costruzione della fiducia costruiscono le campagne elettorali. Lo stesso vale per prodotti (i politici possono considerarsi tali?), guru, personaggi carismatici, che sono costantemente soggetti alla reputazione al giudizio incrociato delle persone che grazie a Internet oggi hanno maggiori possibilità di espressione, di scelta, di vicinanza, di opinione. La fiducia è una cosa molto importante, bisogna ricordarlo sempre, e molto delicata, come sottolinea il detto “fidarsi è bene, non fidarsi è meglio”.

Scappati di casa, ovvero non fidarsi è meglio

Sempre frequentando i mari può capitare di imbattersi in una categoria particolare di capitano, annoverabile nella più ampia cerchia degli scappati di casa che ho iniziato ad analizzare altrove.

E’ al comando di un’imbarcazione che spesso conduce da solo, oppure è in compagnia di qualche altro personaggio al quale è legato da relazioni delle più varie (partner, amici, passeggeri, animali domestici).  Sono quei personaggi che se metti l’ancora troppo vicino a loro può essere che nel giro di un’ora se ne sono andati da un’altra parte. Amano scegliersi i vicini, così come i luoghi dove vivere e le attività da svolgere. Per loro i concetti di Stato e Diritto appartengono al linguaggio di un mondo quanto mai antiquato. Fare dieci passaggi in dieci dogane diverse, avere come casa una barca li mette in un punto di osservazione completamente estraneo ai normali concetti di sovranità. Quale dovrebbe essere la loro residenza? La loro nazionalità?

La bandiera che fa a caso loro è quella belga, la meno onerosa in termini burocratici e legislativi. Si spostano costantemente e prestano i loro servizi, il loro mestiere, dove capita e per chi capita, spesso attuano un’economia dello scambio e del dono, all’occorrenza piccoli contrabbandi, facendo la ”cresta” su alcuni prodotti seguendo la geografia della domanda/offerta. Sono persone che si fidano di se stesse, spesso dopo aver sperimentato i loro limiti, che apprendono continuamente a risolvere in prima persona i problemi.

Autosufficienza è il loro concetto chiave. Autosufficienza non vuol dire essere in grado di fare tutto da soli, in un delirio solipsistico, ma sapersi fare aiutare, saper stringere relazioni. Vuol dire essere coscienti che un certificato, un titolo, una posizione gerarchica, un’abile strategia di marketing, non garantiscono la tua reale competenza, la tua autorità in materia, ma che quelle si conquistano sul campo. Così, ancora una volta la fiducia si costruisce in un dialogo costante, di parole ma soprattutto di atti, attraverso relazioni genuine che vanno al di là dei ruoli e delle posizioni ricoperti. E quindi spesso non fidarsi è meglio.

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Formazione 2.0

Ho costruito lo scorso anno una proposta per la strategia della Formazione di un’importante azienda del settore TLC in Italia.

L’idea evolutiva, per una realtà che ha visto e progettato “di tutto”, andava nelle direzione di quella che sentivo di poter definire formazione 2.0. La prospettiva che avevo intravisto era quella di un formatore specialista nella progettazione di eventi formativi, formatore che andava modificando il suo ruolo in senso autoriale. Sì, proprio così. Il nuovo formatore diventa culla, ostetrica, catapulta di un modo nuovo di creare contenuti e processi di apprendimento. Un gestore di format (anche creatore, ma soprattutto finalizzatore di contenitori costruiti insieme ai manager o professional in azienda). Creare format per comunicare contenuti organizzativi mi sembra una prospettiva ineludibile in un mondo che diventa 2.0. Noi formatori non siamo più i detentori del sapere. Contribuiamo piuttosto a veicolarlo, facendolo transitare  dall’implicito all’esplicito, o a renderlo applicativo, lavorando nella direzione opposta. Certo un ruolo non facile per formatori senior, residenti nella funzione Formazione di quel cliente. Una missione troppo complessa, oppure troppo innovativa per i tempi e la sensibilità.

Non se ne fece niente. A volte capita e non c’è alcun problema.

Ma le idee rimangono in circolo e a volte qualcosa accade. Si annidano tra i concetti pubblici e le riflessioni personali e rispuntano fuori, come certi pupazzi dimenticati nei bauli in soffitta. Tornano fuori all’improvviso e si fanno sentire.

Altro cliente, altra storia. Il progetto che ho presidiato in questi primi sei mesi del 2010 è un’attività formativa rivolta a 3000 persone di un grande azienda italiana. Il progetto prevede la formazione formatori (180 capi), in due giornate, formazione che erogo io insieme a due colleghi. Il team che ho coordinato ha previsto la costruzione di un kit formativo di 4 ore che i capi-formatori devono gestire in aula con i loro collaboratori.

Abbiamo introdotto una dimensione di formazione 2.0 in questo progetto formativo. I capi-formatori (nell’aula di formazione-formatori) nel corso della prima giornata vanno in uno degli stabilimenti del gruppo e scattano delle foto sugli aspetti critici che incontrano in reparto. Il lavoro dopo il safari fotografico, prevede che in aula i partecipanti si confrontino e personalizzino un’esercitazione del kit, basata sulle foto scattate. Dunque l’azione formativa prevede che i 180 capi agiscano sul kit (predisposto dallo staff e approvato dall’azienda), almeno in parte personalizzandolo, sfuggendo ad una dinamica di controllo centralizzato del contenuto.

Avevo già sperimentato dinamiche di questo tipo di co-costruzione di materiali d’aula, che andavano restituiti alla direzione o alla formazione. Non mi era ancora capitato invece di responsabilizzare un gruppo vasto di capi rispetto a materiali che essi stessi andranno a gestire in aula coi loro collaboratori.

Personalizzando i materiali ci si impadronisce del processo!

L’azione è in corso e gli effetti davvero sono significativi. I partecipanti dimostrano grande motivazione e coinvolgimento, in un progetto difficile e strategico per l’organizzazione.

In un’azione così complessa che prevede molti altri strumenti oltre allo foto, i sentimenti dichiarati dai partecipanti hanno molte diverse origini. Ma mi ha emozionato fino ad oggi cogliere nelle loro parole il senso di un rapporto rinnovato con la loro azienda che si fonda sulla fiducia e la reciprocità.

Ancora una volta sostengo che il 2.0 è la nuova primavera delle organizzazioni.

E delle persone all’interno di esse.

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