Articoli con tag folksonomia

Così vicino, così lontano

Che fine hanno fatto le distanze? Si sono diluite con la tecnologia e la tecnica, stinte nell’immediatezza . Oggi la lontananza non è più lontana. Non ci sono più luoghi o persone troppo lontane tutto oggi è immediato, a portata di click . Tutto ciò che un tempo era remoto ed esotico viene verso di noi, possiamo gustarlo, afferrarlo e sperimentarlo.

Distanza in tempo reale

La distanza tra fatti, esperienza, luoghi e la narrazione degli stessi sta tendenzialmente diminuendo. Oggi moltissime persone si fanno reporter di sè stessi e delle loro vite, parlano in prima persona nei social media, nei blog, attraverso contenuti multimediali. L’uso di una terza persona, di un alter ego, di un’identitità fittizia è nettamente meno diffusa di quanto paventato dagli studiosi dei nuovi media, psicologi in primis, che sin dall’emergere di questi nuovi strumenti di interazione sociale ci hanno sempre parlato di quanto siano rischiosi per i rapporti sociali e per l’identità individuale.

Ho passato gli ultimi tre anni vivendo in arcipelaghi remoti. In queste isole lontane dalla civiltà ho sperimentato stili di vita senz’altro differenti ma anche il vantaggio dell’essere quanto più autosufficienti possibile. Ma non ho certo vissuto nell’isolamento più totale, ho continuato a parlare con la mia famiglia settimanalmente, ho fatto acquisti online, visto film appena usciti nelle sale cinematografiche, ho studiato e collaborato con alcuni gruppi di ricerca e seguito i fatti di cronaca che più mi interessavano, senza esserne sommerso involontariamente. Questo non sarebbe stato possibile 10 anni fa. Le distanze di oggi non sono quelle di ieri ma sono pur sempre distanze, che mi hanno costretto ad uno sforzo maggiore nel narrarmi, per mantenere una connessione con gli altri. Quanto più l’esperienza e l’ambiente cambiavano tanto più trovavo necessario creare ponti tra prima e dopo, lontano e vicino, qui e là.

Non credo ci sia bisogno di attraversare oceani per sentire questa esigenza. Gli ambienti metropolitani, gli stessi luoghi di lavoro si stanno frammentando a tal punto che l’esigenza narrativa è una costante ben nota e studiata in differenti discipline, ma è soprattutto una pratica quotidiana. Le conoscenze e le informazioni di cui abbiamo bisogno possono non trovarsi nell’universo relazionale a noi più prossimo, bisogna andarle a cercare al di là, lontano ma vicino. Gli autori in questo blog narrano di alcuni mutamenti particolarmente interessanti, e lo fanno dal loro singolo punto di vista e a partire dalle esperienze quotidiane. Eppure spesso prendono spunti ed esempi da realtà distanti nello spazio i cui contenuti sono però a portata di mano e usufruibili. Anche qui su Leaderlessorg si creano ponti attraverso le narrazioni.

L’apertura alle narrazioni decentralizzate sta permettendo a molti di incontrare esperienze simili o antitetiche alla propria, un vero e proprio patrimonio di storie, un racconto delle vicissitudini di un collettivo sociale che cerca di ricostruire quelle radici comuni messe in crisi dall’abbattimento delle distanze

Un caso interessante

Qualche tempo fa Elisabetta Pasini ci ha consigliato di andare vedere un sito internet molto particolare. Si tratta di cowbird.com/ un contenitore di storytellers che qui trovano una piattaforma comune per creare e condividere le loro narrazioni. Secondo i creatori gli usi di cowbird possono essere molteplici anche se il più comune sembra essere: “Cowbird allows you to keep a audio-visual diary of your life, and to collaborate with others in documenting the overarching “sagas” that shape our world today.” I differenti utenti che scrivono in cowbird hanno la possibilità di entrare in un grande database di storie dove creare catene e contribuire a riscivere dal basso  una cultura esperienziale collettiva. la catalogazione delle storie avviene attraverso Tags, data e luogo per rendere possibili la ricerca e il recupero da parte degli utenti o dei lettori contribuendo alla formazione ancora una volta di una libreria di sapere ed esperienza condivisa, una folksonomia di storie. La differenza con altri social network ben più popolari è descritta al suo autore Johnathan Harris, con queste parole:

‘Cowbird rappresenta l’antitesi di Twitter e di Facebook. Ci sono i fast-food e ci sono i ristoranti slow-food. Gli hamburger e le patatine fritte piacciono a tutti. Ma alla lunga ci rendono obesi. Provocano il diabete. Ci fanno ammalare. Sono convinto che certi siti di social network producano danni simili al nostro cervello. Dobbiamo imparare a mangiare meglio. Fuori di metafora … dobbiamo ricominciare a pensare.”

Condivisibile o meno, Harris non ha fatto altro che racchiudere in un contenitore un fenomeno che già aveva cominciato a prendere forma attraverso la pubblicazione di blogs e pagine personali e dalla necessità sempre più impellente di narrare le proprie esperienze. Quella necessità, vecchia quanto l’umanità stessa, di creare ponti per superare le distanze.

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Come imparare a essere ordinati?

Sono sempre stato un perfetto disordinato.  Un talento nel campo del disordine, senza che mai mi sia sentito in colpa. A volte non ce la faccio proprio e parto con i buoni propositi, liste di to do, addirittura un piano, ma inesorabilmente il mio talento per il disordine prende il sopravvento. Le giustificazioni si sprecano: mia nonna che viveva in casa sistemava sempre lei tutto; ho sempre avuto una stanza tutta mia e un mio modo di fare le cose; scampato il militare non ho avuto nessuno che castigasse il mio disordine; nel mio disordine trovo sempre ciò che cerco.

C’è po il lato positivo del disordine: la tolleranza dell’ambiguità, la creatività insita nel disordine, la scoperta dei “sistemi caotici”da parte della scienza, l’esempio degli opinion leader del disordine, come Einstein quando disse: “Se una scrivania in disordine è segno di una mente disordinata, di cosa è segno, allora, una scrivania vuota?”

Il declino dei sistemi e delle epistemologie meccanicistiche e razionali è in atto ormai da molto tempo, l’illusione del controllo si è rivelata davvero tale e Internet per molti è un sistema disordinato dove trionfano abbondanza e approssimazione, dove il concetto di Tassonomia è stato sostituito da quello di Folksonomia , affermazione di un sistema non gerarchico e “dal basso” che prevale su uno largamente in uso. Sembra banale ma questo oggi è quello che sta portando ad un forte ridiscussione dei sistemi di organizzazione della conoscenza, prime tra tutte le biblioteche, come anticipato da Stefano del Bene su questo blog.

L’era del Tag non ha mai avuto per me segreti, da disordinato cronico cercare informazioni sulla Rete è sempre stato pane per i mie denti, un vanto su colleghi e amici per riuscire ad arrivare dove loro si erano arresi e trovare l’informazioni in più in mezzo alla pletora di siti, forum, communities, social networks e compagna bella. Un sistema di interazioni che si distilla con la pertinenza (ipertinenza sostiene Derrick De Kerkove), obiettivo necessario che oggi le nuove generazioni più di prima si trovano costrette ad affrontare, ovvero cosa è pertinente alla mia ricerca, cosa realmente mi serve in mezzo alla moltiplicazione delle offerte. Nonostante gli allarmismi sull’impoverimento delle capacità cognitive e riflessive delle nuove generazioni, ci troviamo oggi ad affrontare un flusso più copioso e disordinato e siamo costretti a fare ordine in esso.

La responsabilità della catalogazione della conoscenza e delle informazioni è passata da un ordine costituito a uno in divenire, emergente.

Cosa ci serve per fare ordine?


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La conoscenza proibita

Socializzo un articolo pescato dalla rete. Si tratta di un draft di Mario Rotta per una prossima pubblicazione Franco Angeli e il tema è quello della conoscenza in Rete. Ne vengono analizzati miti, realtà, ma anche architetture funzionali e interessanti spunti riflessivi.

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