Articoli con tag intelligenza collettiva

Rivoluzione dura

Quando abbiamo cominciato a scrivere questo blog si parlava chiaramente già di P2P. Eravamo convintissimi di quanto sostenesse Bauwens, ovvero che la Peer production non fosse soltanto una tecnica produttiva per lo sviluppo di software e tecnologia quanto invece che ci trovassimo di fronte a un nuovo e rivoluzionario paradigma sociale, a un nuovo modo di produzione. L’Open Source come modello di business allargato potenzialmente a tutti i settori.

Eppure questa convinzione non riusciva per me ancora a trovare un riscontro pratico, in termini di implicazioni nella vita quotidiana, al di là che esistesse un software libero e gratuito pronto a soddisfare le esigenze dell’utenza generica. Non riuscivo nella mia mente e nelle esperienze di tutti i giorni a fare il salto, dal software all’hardware. Cercavo quell’esempio che mi facesse capire come la gente potesse davvero cooperare per la produzione di oggetti fisici (hardware) strumenti che concretamente cambiano la vita quotidiana. Poi ho visto questo video:

E mi è piaciuto. E l’idea piace a molti visto chele fiere del movimento dei Makers si stanno espandendo un pò in tutto il mondo. DIY (Do It Yourself) è uno slogan che ha portato allo sviluppo e alla distribuzione delle stampanti 3D, per creare  qualsiasi oggetto plastico a partire da un disegno grafico. Una piccola azienda grazie a queste nuove macchine sta offrendo la possibilità al cliente (negozi di giocattoli ma anche gente comune) di disegnare e produrre giocattoli a richiesta.

Un’altra rivoluzionario scoperta ha un nome e un padre tutti italiani. Si chiama Arduino. Arduino è una piattaforma open-source per applicazioni elettroniche creata per agevolare il lavoro di artisti, designer, hobbisti, e chiunque sia interessato a creare oggetti o ambienti interattivi. Arduino può percepire l’ambiente, riceve l’input da una varietà di sensori e può influenzare l’ambiente circostante controllando luci, motori ed altri attuatori. Con la scheda si possono creare oggetti interattivi senza bisogno di un grosso investimento dal momento che le schede possono essere costruite a mano o acquistate già assemblate (al prezzo di 20$) e il software può essere scaricato gratuitamente. I disegni di riferimento dell’hardware (file CAD) sono disponibili sotto una licenza open-source, ma liberi di essere adattatati alle esigenze del costruttore.

Prima le macchine manipolavano bit, ora sono passate agli atomi. Dopo che Microsoft e Apple (ma ricordiamoci anche della Olivetti) hanno lanciato la rivoluzione digitale da un garage, cosa ci possiamo aspettare da un esercito di anonimi costruttori che ha iniziato a giocare con le nuove tecnologie per costruire oggetti fisici?

Industrial productivity can be achieved on a small scale?

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Fuori dal Medioevo sulle onde del 2.0

Una cronaca dall’International Forum on Enterprise 2.0 del 10 giugno, Milano, la più grande conference sul 2.0 dopo quella di Boston.

Inizia Emanuele Scotti, di Open Knowledge, affermando che il 2.0 è una vera Rivoluzione, come quella iniziata da Cristoforo Colombo e che portò alla fine del Medioevo. Come allora, i sentimenti diffusi sono dissonanti: da una parte senso di crisi, paura, dall’altra fiducia, desiderio del cambiamento. Come nel 1492, cambiano le convinzioni, le mappe, i percorsi.

Si parla di tecnologie ma scopro presto, con certo sollievo, di non trovarmi tra gente che parla in codice: qui si discute di business, social business, della società stessa. La nascita di collaborative enterprise fa emergere come core competence la relazione. Sono geek che parlano di “engagement, not data”. In accordo con una visione meta-tecnologica dei fenomeni attuali, l’enterprise 2.0 (E2.0) è vissuta non come soluzione, ma come set di capabilities and technologies in grado di incrementare le possibilità creative. L’E2.0 va a integrarsi nel flow dei pensieri e delle pratiche, entro reti e correnti di energie vive, umane.

All’E2.0Camp, la conferenza destrutturata ospitata all’interno del forum, sono presentati i progetti più vari (di moda, microcredito, gestione del quartiere… a testimoniare come il 2.0 -che i mass media se ne accorgano o meno- sta invadendo e aumentando la realtà), accomunati dall’esperienza di una tecnologia che è sì una commodity eccezionale, ma ciò che conta è un’idea forte.

Perché quando si fa del 2.0 si attivano persone, non solo tecnologie. Si attivano relazioni di co-creazione basate su conversazioni autentiche. Il vero sharing è uno storytelling, un coinvolgimento del cliente (partner, prosumer, peer) nella narrazione di ciò che accade e ciò che vogliamo accadrà (cfr. con narrativizzazione dei social media).

Vendere, nell’era del 2.0, è sempre più creare esperienze (digitali o meno) memorabili, condivisibili: è il solo modo affinché esse vengano condivise, rilasciate in ambienti organici, imprevedibili, perciò innovate. Ciò che viaggia in ambiente 2.0, ci ritorna aumentato. Ecco cos’è il viral marketing: il virus che prende (senza eccezioni) ogni organismo è l’emozione, il sogno lucido di una collaborazione possibile: “engagement, not data”.

Ciò apre un nuovo campo di interpretazioni dei sogni. Se intelligenza collettiva esiste, è perchè emerge una capacità visionaria collettiva, connettiva, sinaptica. L’utopia è quella di co-costruire il futuro, farne parte, non essere semplici spettatori. Una creazione che non ha più necessità della mediazione e del giogo della gerarchia. Il 2.0 è una condizione mentale ancor più che un progresso tecnologico.

“Navigare”, verbo principe del web -e spesso inteso come cazzeggio senza meta, intrattenimento- assume ora un significato carico di possibilità e di responsabilità: quello di scoprire nuovi territori della interazione umana, delle possibilità collaborative che la cultura industriale censurò in favore del consumo personale. Fuori da questo Medioevo, il 2.0 è un’occasione più che ri-creativa: qui si crea il futuro.

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Ultime notizie: non esistono “macchine a pensare”!

Che fa un guru? Semina, dà visioni, spunti. E in effetti gli spunti sono stati tanti a www.meetthemediaguru.org, ma una cosa in particolare mi ha colpito: lo spazio dedicato alle domande a Derrick de Kerckhove è stato caratterizzato da una atmosfera allarmata. Esempi: “Questa nuova rete non si rivelerà un casino, una nuova Babele in cui sarà impossibile intendersi?”; ed anche “Ad una intelligenza collettiva corrisponderà una stupidità collettiva?” E così via. La cosa che ancor più mi incuriosisce è che questo genere di domande siano venute da una platea di “addetti ai lavori”, non di “persone della strada” (che conoscono il 2.0 attraverso notizie tv del tipo: facebook = brigate terroristiche). Forse tali quesiti sono emersi per controbilanciare lo sfrenato slancio ottimista di de Kerckhove, ma forse sono anche sintomatici di come in Italia si viva ora l’argomento “futuro”.

Citando un italiano anomalo, ma che ben sapeva sentire e predire l’Italia

Noi prestavamo alle macchine
una malizia che invece è nostra.

(Ennio Flaiano, La valigia delle Indie)

Forse ne prestiamo ancor più oggi, che le macchine non solo eseguono ma aiutano a organizzare il pensiero? Una malizia per temi tabù quali la conoscenza, il controllo, il potere.

Che cosa sono i social media? Che ruolo giocano nella produzione del valore? In cosa sono diversi dalle “macchine per fare”? Sono cose che stiamo scoprendo ora, chi allarmandosi, chi esultando. Di certo c’è che sta emergendo una nuova relazione tra tecnologia e conoscenza. Adottare il 2.0 come piattaforma di lavoro non è un mero aggiornamento tecnologico, ma implica – ed alimenta – un cambio radicale nella cultura organizzativa. La differenza tra le soluzioni IT di vecchia generazione e quelle attuali sta essenzialmente nel fatto che le prime non consentivano libero accesso al patrimonio di conoscenze di un’organizzazione: se il Web 1.0 era semplice catalogo di contenuti consultabile dal navigatore, il Web 2.0 è un ambiente dove le persone partecipano, dialogano, contribuiscono attivamente alla creazione di conoscenza: il navigatore diventa autore.

Tre osservazioni sul rapporto tra tecnologia e sapere mi aiutano a inquadrare questa rivoluzione delle tecnologie sociali: il paradigma digitale (Ong, 1986), il costruzionismo sociale (Williams, 1974, vs. determinismo tecnologico di McLuhan) e le meta-tecnologie (Wright, 2000)

– per il paradigma digitale, la trasformazione del testo scritto in informazione digitale porta ai limiti estremi due proprietà della scrittura: la modificabilità e la trasportabilità. Il poter modificare e trasferire infinite volte un contenuto elettronico senza limitazioni sposta il focus della produzione di conoscenza dal prodotto al processo;

– per il costruzionismo sociale l’elemento critico che caratterizza un medium è come e perché è utilizzato: l’essere medium è un uso particolare di una tecnologia (dunque il medium ha un’origine psico-sociale: nasce dallo sviluppo e dalla riconfigurazione delle risorse di una cultura al fine di raggiungere un obiettivo definito socialmente);

– Wright definisce “meta-tecnologie” gli algoritmi sociali che governano gli usi delle tecnologie. Sono le meta tecnologie, e non le tecnologie, a modificare i comportamenti e l’organizzazione sociale. Questo perché una tecnologia prende una forma sociale solo quando è utilizzata, producendo cambiamenti nel sistema sociale stesso. A caratterizzare una meta-tecnologia sono tre fattori: I) un evento di rottura che renda possibile utilizzare una tecnologia in nuovo modo attraverso una nuova pratica (in questo caso l’evento è il network di computer e la nuova pratica è il social networking: “un computer senza una rete è poco più di un fermacarte” Paul Saffo);  II) la possibilità di sfruttare la nuova pratica per risolvere in modo più efficace un problema (l’efficacia aumenta nella collaborazione in network); III) la condivisione della conoscenza della nuova pratica all’interno di un contesto sociale (l’organizzazione come insieme organico di communities dialoganti).

Questo quadro mi è utile per descrivere il rapporto dinamico tra tecnologia sociale, collaborazione e conoscenza: i social media non “catturano” la conoscenza entro una rigida tassonomia, ma supportano e implementano il processo di co-costruzione della conoscenza, rendendo esplicite le pratiche di lavoro esistenti e “aumentandole” ad un ambiente collaborativo peer.

Chiamo il paradigma culturale che accoglie questo nuovo rapporto dialogico tecnologia-conoscenza paradigma di collaborazione meta-tecnologica. È solo un’etichetta, certo, ma desidero esprima la fenomenologia meta-tecnologica (psicosociale e tecnologica allo stesso tempo) del Web 2.0.
Il transito in atto è molto più che tecnico:

the shift is not just in the new Web 2.0 technologies. It’s in the way that increasingly widespread access to these tools is driving a fundamental change in how groups are formed and work get done. Wikis and other social media are engendering new, networked ways of behaving – ways of working wikily – that are characterized  by principles of openness, transparency, decentralized decision-making, and distributed action (Kasper, Scearce, 2008).

Un transito che ha effetto sulla coscienza di sé entro il processo creativo: il Web 2.0 è allo stesso tempo strumento e oggetto della relazione con l’altro; sul Web 2.0 la coscienza emerge, come processo sociale, dalla rete di relazioni e di pratiche che intessiamo con gli altri, non risiede esclusivamente “nella testa”. Quando agiamo in Rete, sperimentiamo un processo di “apertura” di noi stessi agli altri e, attraverso questa, una apertura alla possibilità di incidere sulla realtà in una maniera “aumentata” dalla rete viva di relazioni.

Condividere uno spazio digitale fluido continuamente ri-strutturabile ha, inoltre, effetti sull’idea stessa di “attività intelligente”: tradizionalmente il concetto di intelligenza è associato a un qualcosa di intimo, soggettivo, personale e personificato. Le pratiche collaborative vissute in Rete estendono la capacità intellettiva oltre la sfera intima, oltre la persona, collocandola in un orizzonte di significato più ampio, inter-soggettivo: la conoscenza è creata tra le menti e non (solo) all’interno della mente. Nelle parole di de Kerckhove “siamo tutti nodi nel grande ipertesto”. Noi siamo i nodi, non le “macchine”.

Il ruolo dei social software non consiste nel costruire una “intelligenza artificiale” che vada sostituendo la mente umana, ma nel fornire una piattaforma per la costruzione di collettivi intelligenti in cui le possibilità di ciascuno possano svilupparsi e ampliarsi reciprocamente. L’intelligenza che sta evolvendo sul Web è dunque la possibilità, per la comunità umana, di evolvere verso una capacità superiore di pensiero, di risoluzione di problemi, di innovazione.

I social software forniscono una piattaforma – ed alimentano – questo nuovo vissuto di gruppalità, poiché essi facilitano la comunicazione, la negoziazione, la responsabilizzazione – in una parola, l’interdipendenza.

Detta così sembra una prospettiva idilliaca; allora perché quelle domande cariche di angoscia? La Rete sta trasformando l’epistemologia organizzativa da processo individuale a processo plurale, sta cioè definendo la conoscenza come impresa collettiva che si rende possibile attraverso relazioni sociali di collaborazione, piuttosto che di autorità e controllo. Non è idilliaco, né indolore, transitare attraverso setting di potere tanto diversi dagli usuali.
Ma sta nella conversazione con i pari l’attività creativa del futuro. Non sta nelle menti di singole persone “potenti”. E men che meno sta nelle macchine.

Che avesse ragione Flaiano – attribuiamo malizie nostre alle macchine? Non esistono “macchine a pensare” il futuro per noi. Per poter ragionare di intelligenza collettiva, siamo chiamati a interrogarci sul coraggio personale: agire anziché essere agiti. Abbiamo il coraggio di (con)dividere potere per moltiplicare intelligenza?

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