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Leaderless e introversione

Susan Cain ha scritto un libro che ha riscosso un grande successo negli Stati Uniti, il paese dell’estroversione, di donne e uomini d’azione e della chiacchera facile. Il libro ho poi scoperto è anche pubblicato in Italia da Bompiani

L’autrice ci porta una dettagliata ricerca sul binomio introversione/estroversione, un costrutto di personalità dibattuto in psicologia a partire da Jung e parte fondante dei cinque fattori di personalità della teoria dei “Big Five”. Al di là del dibattito accademico si tratta di un fenomeno psicologico noto a tutti.

Introverse sono le persone pacate, che tendono ad ascoltare più che a parlare, non completamente a loro agio nei grandi gruppi e nel parlare in pubblico, e che tendono a passare molto tempo all’interno dei propri pensieri. Gli estroversi di contro sono abili oratori, in cerca di stimoli esterni e di gratificazioni sociali, eccellono nel multitasking. Sebbene i due tipi puri siano rarissimi e sicuri candidati al ricovero psichiatrico, è possibile rintracciare una tendenza verso introversione o estroversione negli individui che interagiscono nell’arena sociale.

Dare cittadinanza all’introversione in una società che predilige il talk show, il teamwork e i leader carismatici è fare un’operazione di diversificazione. È dire, guardate che fare di tutta l’erba un fascio quando si tratta di promuovere culture organizzative o di relazionarsi con il proprio interlocutore può portare all’esclusione e al mancato riconoscimento di talenti fondamentali. Gli introversi sono almeno un terzo della popolazione, dice Cain, e ciò vuol dire che se non sei direttamente tu può essere il tuo collega, il tuo partner o tuo figlio.

I maggiori punti di critica che l’autrice indirizza verso la società (quella americana, della quale peraltro siamo dipendenti anche in Europa) sono il primato dell’azione sulla riflessione, la celebrazione del lavoro di gruppo, della socialità e del parlare piú forte e persuasivamente, culture che vengono instillate sin dalla scuola e che favoriscono gli individui del tipo estroverso. Se un bambino è invece introverso e timido deve cambiare, o mostrare una maschera di socievolezza, perchè assertività e lavoro in team sono considerati piú importanti di riserbo e individualismo.

La tendenza alla promozione del lavoro di squadra è ben conosciuta anche in Italia. Eppure uno dei prerequisiti della creatività sembra essere la capacità di lavorare da soli. Le ore di studio e lavoro in una sorta di “trance ascetica” portano spesso a risultati brillanti piú di quanto facciano eterne discussioni di gruppo. Chi è abile a prendere parola e a vendere le proprie idee non sempre è chi ha le idee migliori. Magari il vicino di posto ha la soluzione ma non è tanto bravo nel persuadere un gruppo di colleghi agitati e boriosi.

Il World Wide Web e i Social Media offrono oggi una piattaforma perfetta per gli introversi permettendo di superare il problema dell’interazione diretta e dell’eccesso di stimolazione delle relazioni faccia a faccia. Come scrive l’autrice “quello che ha senso per le interazioni asincrone e relativamente anonime di Internet potrebbe non funzionare allo stesso modo per quelle faccia a faccia, cariche di dinamiche politiche e ad alto decibel all’interno di un open space” (trad. mia, pag. 79)

Non è un caso che i miti delle origini della tecnologia prediligano figure nerd e cervellotiche. Se Steve Jobs ha venduto il primo personal computer è stato Steve Wozniak a inventarlo nella solitudine del suo cubicolo alla Hewlett-Packard e nelle lunghe notti di appassionato lavoro. L’Open Source technology è una grande attrattiva per schiere di introversi che si sentono liberi di contribuire per il bene comune e vedono il loro contributo riconosciuto da una comunità di pari.

Su questo blog in passato abbiamo provato ad applicare le dinamiche peer-to-peer di Internet all’interno delle relazioni faccia a faccia. Abbiamo sostenuto che questa rivoluzione non è un fenomeno meramente tecnologico, ma che avviene ad un livello piú intimo, nelle reazioni quotidiane. In questo interessante saggio l’autrice invita a riconoscere l’autenticità e i talenti degli introversi, qualitá che spesso sono offuscate dal rumore e dall’aggressività dell’agone sociale, dove spesso l’aggressività e l’estroversione correlano con la figura del leader. Per fare questo ci descrive una leadership introversa capace di ascoltare piú che di parlare, che riconosce l’individualità all’interno dei gruppi e autorizza l’emergere di idee permettendo che queste germoglino e si sviluppino. Una leadership che mi sembra molto leaderless.

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