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DI QUANTO REALE ABBIAMO BISOGNO?


Se e quanto è sbagliato usufruire delle piattaforma del world wide web per creare piccole realtà artificiali controllabili per evitare di confrontarsi con il reale? Quanto c’è di patologico nell’usare l’etere come forma difensiva contro le minacce quotidiane che la società propina? Ha una accezzione negativa il fatto di usufruire di internet per realizzare l’ altrimenti irrealizzabile?

Venerdì ho avuto un breve ma rilevante confronto con Stefano Del Bene (new entry del nostro blog), a proposito del fatto che sia o meno positivo (eticamente e razionalmente parlando) creare una “realtà artificiale”, un “ecosistema protetto”, una nicchia, sfruttando la tecnologia a rete (nel caso specifico il blog) per evitare di affrontare alcune nostre ansie. Stefano mi faceva notare come un comportamento del genere fosse criticabile in quanto chiuderebbe le porte sia ad un pubblico maggiore (cioè tutti quelli che vivono e pensano nel ” mondo reale”), e che quindi verrebbe a creare una limitazione, sia perché sarebbe in un certo qual modo un po’ vigliacco in quanto ci si crea questo ambiente “meno pericoloso”, più “controllabile”, per evitare di cadere nei tranelli che la realtà quotidiana ci propone continuamente.

Ripensandoci Stefano ha perfettamente ragione.

Settimana scorsa sono andato a far incorniciare una stampa di Tamara De Lempicka. Il negozio di cornici lo conosco bene, è vicino al negozio in cui mia madre ha lavorato per dieci anni: lo guardavo sempre sulla strada per andare da mia madre e pensavo fosse un negozio di boomerang; confondevo infatti gli angoli delle cornici appese ala parete in esposizione con dei boomerang. Per anni nella mia testa, nella mia realtà, quello era il negozio più bello del mondo (il mio mondo), pensavo che ci lavorava era la persona più fortunata che potesse esistere. Entro: emozionato di incontrare il mio idolo giovanile mi sono avvicinato con la mia stampa alla proprietaria, ho chiesto e scelto una cornice, e ho poi esposto alla signora il fraintendimento che per anni ha alimentato le mie fantasie.

La stronza non ha neanche sorriso, mi ha consegnato il biglietto con l’appuntamento per ritirare il mio quadro e mi ha accompagnato alla porta.

Ora quel negozio mi da sui nervi ogni volta che ci passo.

Non c’è alcun dubbio che fraintendere degli angoli di cornici per dei boomerang sia sbagliato, ma farlo mi faceva stare bene, mi faceva sognare. E’ altrettanto vero che sperare in una forma organizzativa democratica sia utopico ma mi fa stare bene. Vivere in un mondo artificiale è sbagliato, patologico, ma stare troppo tempo nel reale, se il reale è per certi versi lo schifo che leggo e vedo ogni giorno, può essere un utile scappatoia. Non credo che continuare a sperare di diffondere una cultura delle organizzazioni senza gerarchie pre imposte porterà un giorno alla realizzazione di tale teoria, ma l’idea che succeda e il tentativo che si realizzi mi fa stare meglio. Scappare in una realtà fittizia per evitare di confrontarsi con quella vera è una forma difensiva certamente patologica; ma se questa fosse solamente una parte del nostro quotidiano sarebbe ancora così sbagliato? Credere di poter realizzare sogni razionalmente irrealizzabile è così del tutto utopico? Creare ambienti in cui l’immondizia che infesta ogni giorno la nostra polis non può entrare è veramente negativo?

Domani spaccherò la vetrina del negozio di cornici col mio nuovo boomerang.

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