Articoli con tag viaggio

Nomadismo sentimentale

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Un’amica e collega, Chiara Allari, mi ha invitato a scrivere un resoconto sentimentale di quello che sto vivendo a seguito di una recente e stimolante conversazione Skype. Ma di cosa scrivere esattamente? Dei miei spostamenti? Del mio lavoro?Forse conviene partire dallo spostarsi. Questo è quello che sto facendo da circa quattro anni. Mi muovo per differenti motivi, il primo tra i quali la sussistenza, ma altre ragioni hanno il loro peso, come l’acquisizione di esperienza professionale e, più potente di ogni altra, una relazione amorosa.

Per sussistenza mi muovo dove ci sono i mega yacht, ne seguo le tracce per intercettarli. Mi acquatto nei pressi dei loro luoghi di sosta per poterli avvicinare, alla ricerca di opportunità di impiego, che siano ordinaria manutenzione o aiuto nel trasferimento. In pratica sono un parassita, anche se abile e qualificato.
Quando arrivo via mare in un luogo sconosciuto spesso il mio contratto finisce. Troverò un altro lavoro? Dove pernottare? E quanto ci rimarrò? L’ansia fa capolino minacciando il mio umore. Quelli che rimangono a bordo diventano privilegiati oggetto della mia invidia, gli ultimi doveri diventano macigni. Soffro perchè percepisco che sto abbandonando un microcosmo autoregolato e accudente e che a breve dovrò calcare ancora una volta terra sconosciuta. Appena a terra o prima, se possibile, inizia la caccia alle informazioni, si tartassano conoscenti e contatti con migliaia di richieste di consigli, dritte e aiuto. Si ricomincia da capo.

Dopo una stagione caraibica molto intensa mi ritrovo vicino ad un ritorno e sono stanco anche se soddisfatto. A breve comincerà un progetto che coinvolge una fidanzata, una piccola barca a vela e ulteriori spostamenti.
Se non fosse per questo progetto sarebbe stato molto difficile gestire l’ansia del parassita, sopportare le fatiche della migrazione e la durezza del lavoro marittimo, i lunghi periodi di solitudine e i cambi continui di approdi, collaboratori, compagni di stanza. Tutto muta intorno, facce, paesaggi, valute, lingue. Vedo luoghi esotici come dal finestrino di un treno (meglio l’oblò di una nave), alcuni mi colpiscono e vorrei approfondirne la conoscenza e la frequentazione. Altri appartengono a un reale standardizzato, repliche di un originale che si è perso nel consumismo globale, edifici e spazi creati per rispondere agli stessi bisogni di comfort, accoglienza e divertimento del turista medio. Purtroppo questi sono i luoghi attorno ai quali mi trovo a gravitare, per raccogliere la mia parte nella grande abbuffata, per essere vicino ai miei posti di lavoro galleggianti. Rimangono piccoli spazi per godersi qualcosa di autentico, la visita di un amico lontano e una vacanza fuori programma, che accendono il desiderio di conoscere qualcosa di diverso e lontano.
Ora sto vivendo il fuori programma di una vita davvero poco programmata. Una costante è la mancanza di eventi certi: poche prenotazioni, alcune preoccupazioni e pre-allarmi, previsioni vaghe. La mancanza di scadenze e appuntamenti rendono superfluo l’uso dell’agenda che un tempo costuiva per me uno strumento imprescindibile. Scomparsa l’agenda compare il taccuino, senza calendario e aperto alla tracciatura di varie forme di annotazione, conteggi ai margini, to-do lists, rubrica non alfabetica, strumento di registrazione del pensiero. A dire il vero ho un appuntamento per la prossima settimana, ma se lo perdo mi gioco l’ultimo lavoro e il passaggio per tornare dalla fidanzata. Qualcosa mi dice che me lo ricorderò anche senza un’agenda.
Con il cambiamento della rappresentazione grafica del quotidiano cambia anche il concetto di obiettivo, perde consistenza e tracciabilità. In generale non sono mai stato bravo con gli obiettivi, ma questo non mi impediva di perderci dietro tempo e fatica o di provare una certa ansia nel capire quale obiettivo avrei dovuto avere. Mi sento più a mio agio nell’avere una direzione, tornare dalla fidanzata, restaurare una barca, viaggiare. Voglio muovermi verso quella direzione, so dove voglio andare ma non so quale cammino mi ci porterà. Dev’essere lo stesso istinto che spinge gli uccelli migratori in una direzione piuttosto che in un’altra. Si sa che in qualche modo si sta andando in quella direzione.

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BUON VENTO

Un augurio per il 2013 :))))
Buon vento a Soldini e al suo equipaggio, partiti da NY per SF il giorno di Capodanno, e grazie per averci fatto cominciare il nuovo anno con una bella sfida.
Buon vento a Fabio e Kate, e al loro progetto di “vita in barca”che inizierà nel 2013: riuscire a stivare tutto quello che hai in un 8 metri ti costringe a pensare all’essenziale!!!! e i nomadi digitali sanno andare al cuore di ciò che è veramente essenziale!!!!
Buon vento a questo blog, e a tutti i “leaderless nauti”. Nel 2012 abbiamo avuto alti e bassi, ma i risultati di fine anno che Fabio ha pubblicato dimostrano che, nonostante le nostre discontinuità, avete continuato a leggerci, grazie a tutti.
Speriamo nel 2013 di riuscire a continuare il nostro viaggio insieme!!!!

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ORCHIDEE E RADICI.

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Giovedì 8 marzo 2012, passo de Jama, 4172 m di altitudine, confine nord tra Argentina e Cile.Ivan e io scendiamo dal bus che ci riporta in Argentina per il controllo passaporti. Abbiamo appena attraversato la grande distesa di sale del deserto di Atacama, il paesaggio intorno è un altipiano brullo circondato da vette che sfiorano i 7000. In coda, insieme a noi, c’è una famiglia di Bahia Blanca, città a un centinaio di km. a sud di Buenos Aires, padre, madre e figlia che stanno tornando a casa dopo più di un mese di viaggio tra Ecuador e Cile. Sono molto simpatici, cordiali e sorridenti, lui chiacchiera volentieri, mi sta raccontando di come suo padre studiasse medicina all’università con il Che, quando improvvisamente la moglie scoppia in pianto. Noi la guardiamo stupiti, ma il marito sorride, le fa una carezza, e dice no, non vi preoccupate, lo so perché piange, perché stiamo tornando in Argentina; lei conferma tra i singhiozzi, si è vero, piango di gioia, avevo tanta nostalgia della mia terra, l’unico paese al mondo dove si mangia bene.

Questo ricordo di viaggio, a distanza di un paio di settimane, mi sembra una buona metafora per un grande paese come l’Argentina, che ha qualche difficoltà a fare i conti con la memoria. Sono stata spesso lontana dall’Italia, anche per lunghi periodi, ma non ho mai pianto al ritorno. Forse mi è capitato all’andata, nel lasciare qualcosa o qualcuno, anche se non ho un ricordo preciso; eppure mi piacciono gli spaghetti e la pizza…. Tuttavia la donna di Bahia Blanca esprimeva con il suo pianto qualcosa di più, quasi una sorta di spaesamento nostalgico, che molte delle persone che ho incontrato durante il viaggio sembrano vivere laggiù in maniera molto intensa, e che prende spesso la forma di un rifiuto di fare i conti con la realtà e di una tendenza a rifugiarsi in un passato che è stato splendido a inizio secolo, ma che ora si fa sempre più inafferrabile. Protezionismo e misure restrittive in economia, toni demagogici e populisti in politica – Peròn non è mai stato dimenticato, e i discorsi della presidenta Cristina Kirchner sembrano brutte copie di quelli di Evita -, enfasi esagerata sulle icone del paese, dalla mitica parrilla argentina, alle origini europee, alla notevole produzione di “santi” che caratterizza il paese – santa Evita, san Che, san Maradona – sono tutte manifestazioni di uno stato d’animo appassionato e tormentato che coinvolge un po’ tutti. Non a caso l’Argentina ha la più alta concentrazione di analisti dopo il centro di Manhattan.

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Ho passato poco più di un paio di settimane in Argentina, e non sono certo sufficienti a capire un paese. Ho fatto però diverse tappe – Buenos Aires, bella e dolente nel suo splendore appannato; Cordoba, austera e deludente con la sua università e il suo passato coloniale; la regione del Nord, tra Chile, Bolivia e Paraguay, con le grandi vette andine e una tradizione indigena che, in fondo, l’Argentina non ha mai conosciuto – e la sensazione prevalente era sempre la stessa: la ricerca di un ancoraggio nel passato serve a sfuggire alla difficoltà di misurarsi col presente, e con una crisi economica che sembra non finire mai. Nonostante l’esempio dei paesi vicini, Brasile, Cile, Colombia, che stanno crescendo a ritmi accelerati, e per i quali il futuro si presenta ricco di promesse e di opportunità. Tempo fa un amico colombiano mi disse, sai, noi colombiani siamo come le nostre orchidee, che hanno radici sospese nell’aria e per crescere si aggrappano a ciò che trovano; anche noi, come le orchidee, dobbiamo crescere senza mettere radici in terra, perché non possiamo permetterci il lusso della memoria. Il nostro passato è troppo difficile, se ricordassimo dovremmo ogni giorno entrare in guerra col nostro vicino.

Memoria, identità, differenza, conflitto: come si conciliano al tempo dei social networks? La memoria è uno sguardo al passato che sta dietro di noi, o, come dicono gli indiani, è guardare in avanti, perché il passato è ciò che vediamo? Ovviamente non esistono risposte scontate. La nostra esperienza del mondo, e delle relazioni tra noi e il mondo, sta cambiando radicalmente, e io penso in modo molto vitale. Tanto che ho l’impressione che i vari discorsi sulla frammentazione dell’esperienza e sulla società liquida siano metafore usurate che hanno davvero fatto il loro tempo.

Se è vero che la quantità di informazioni che abbiamo a disposizione rende inutili percorsi di conoscenza lineari, aumenta l’incertezza, moltiplica il rischio di frammentazione dell’esperienza, è anche vero che abbiamo a portata di mano un potere dimenticato che ognuno può riconquistare se vuole, e se osa.

Forse cresce il disagio, ma contemporaneamente cresce anche la consapevolezza che è possibile ridefinire le regole del gioco, e riprendersi in mano direttamente, senza intermediazioni, le sorti del proprio destino. Sempre che si accetti che l’identità, sia essa memoria personale o collettiva, si costruisca attraverso la differenza, il confronto, l’esperienza della molteplicità, e i link inaspettati che il futuro richiede. Sperimentando il valore di ogni nuova emozione che può prodursi in un universo a rete, dove altri ti scelgono e ti concedono lo stesso potere di scelta.

Dunque, tra il mausoleo di Evita Peron, che pure ha il suo fascino, e le orchidee colombiane che mettono radici nell’aria, scelgo queste ultime.

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