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what do the bosses do?

Ho letto nei giorni scorsi un post di Paolo Bruttini sul sito Forma del Tempo che riprende un articolo scritto di Gary Hamel sulla Harvard Business Review riguardante l’impresa americana Morning Star: un’impresa dove, secondo l’articolo citato da Paolo, sarebbero stati fortemente ridotti i ruoli manageriali e dove si attuerebbe una sorta di autogestione.

Questa tematica è particolarmente affine al concetto di leaderless, anche se, a mio parere non perfettamente sovrapponibile. Non dimentichiamo che in questo caso il processo viene dall’alto. Cercherò di spiegare perchè nella mia esperienza un’impresa, che riduce fortemente il ruolo o addirittura la presenza del management possa non essere leaderless e cosa invece ci vorrebbe “in più” per esserlo veramente.

L’impresa senza manager riecheggia per certi aspetti “l’impresa senza padrone” di cui parla Steve Marglin in un famoso articolo scritto quasi quarata anni fa “What do the bosses do”, che analizzava, fra le alternative al corso principale della storia, quella che avrebbe potuto prosperare senza l’autorità gerarchica.. Quindi nulla di nuovo se un altro professore di Harvard solleva la stessa questione, questa volta non ragionando su di un’ipotesi, ma portando un “caso” aziendale.

Non mi interessa qui fare un ricognizione sul concetto di autogestione, che, ripeto, è cosa più “economica” del concetto di leaderless. Vorrei solo fare riferimento a due/tre situazioni un po’ “eccentriche” nella storia delle idee, ma che, a mio parere, potrebbero presto diventare “popolari” e, chissà, come dice Paolo nel suo post, un domani suscitare l’interesse di qualcuno.

La prima idea è quella di mutualità che è una tradizione che si iscrive nelle forme di resistenza popolare allle conseguenze dell’industrialismo, prima che lo Stato diventasse il principale, se non l’unico, strumento di “compensazione”, aprendo la strada a quel compromesso fra capitale e lavoro che verrà chiamato welfare, dal punto di vista dell’intervento pubblico, e “fordismo” come strumento di regolazione economica. La riscoperta del mutualismo si deve ad un sociologo francese, Pierre Rosanvallon, ed in Italia, Pino Ferraris, che pochi mesi prima di lasciarci, ha pubblicato un libro nel quale indaga le cause della decadenza del “mutualismo”, a favore della, come la chiamava lui, “statalizzazione” del movimento operaio. Nei prossimi post riprenderò questa tematica, facendo soprattutto riferimento alle nuove forme di mutualismo.

La seconda idea l’ho incontrata in un libro dello psichiatra Giorgio Callea “Il lavoro invisibile” che in fondo propone la logica descritta da Gary Hamel in una cooperativa di inserimento lavorativo della Franciacorta, una rinomata zona vinicola del Bresciano. In questo caso, Callea, psichiatra responsabile del servizio di salute mentale della ASL, descrive le modalità non manageriali con cui un gruppo di pazienti psichiatrici, per i quali l’attività lavorativa diventa un tutt’uno con la vita. Anche per questo tipo di esperienza farò un approfondimento nei prossimi post, partendo da un’esperienza concreta di percorso analizzato con gli strumenti del gruppo operativo da parte della direzione di una cooperativa sociale.

Queste come altre prospettive rappresentano, dal mio punto di vista, la fase germinale di un progetto leaderless.

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