Il sogno realizzato del bibliotecario e che cosa fare ora

bibliotecari non bibliofili!

La premessa: di quale sogno stiamo parlando?*.
In una qualunque voce di Wikipedia si possono vedere sempre o la presenza di note e bibliografia, o l’avviso che la voce è carente di fonti. Il sogno del bibliotecario è avere un web referenziato, ed ecco il sogno realizzato (o meglio: in corso di realizzazione, c’è tanto da fare). Le fonti di Wikipedia sono siti online ma molto, molto più spesso, banalmente, libri. I libri sono conservati presso le biblioteche, e la responsabilità delle biblioteche è quella di rendere realmente disponibili quelle fonti.
La loro enorme occasione storica, arrivati al 2015 (per la quale oggi che è il 1° dell’anno dovremmo tutti gridare hurrà!) è quella di togliere il lucchetto a ciò che conservano. Questa occasione è resa possibile dal digitale che ha (nonostante le complessità e una normativa sul copyright obsoleta) reso la diffusione della conoscenza un’attività infinitamente più…

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1984/2014: CHIUDERE IL CERCHIO?

Vi è capitato di leggere The Circle, l’ultimo romanzo di Dave Eggers?

Se si, quanto avete trovato inquietante il mondo di The Circle, che viene dipinto nelle prime pagine del libro come “heaven”, paradiso, e che fa immediatamente pensare al suo contrario?

Sembra essere un mondo davvero perfetto quello di The Circle, in cui Mae, la giovane protagonista, entra dopo l’assunzione. Un paradiso riservato a una elite globale accuratamente selezionata, in cui ognuno grazie al proprio talento acquista immediatamente innumerevoli privilegi: un campus idilliaco in cui lavorare ma anche divertirsi e passare il proprio tempo libero, sport, cibo, negozi, feste, tutto viene messo a libera disposizione dei “circlers”, in modo che ognuno possa avere il meglio poiché, per definizione, ognuno dà il meglio di se stesso, anzi dà “tutto se stesso”. Infatti, proprio questo sembra essere il problema: nel mondo apparentemente perfetto di  The Circle ci sono degli obblighi precisi, anzi c’è un obbligo fondamentale, l’obbligo di socializzare e condividere tutto ciò che è possibile in ogni possibile momento di vita. Perchè soltanto la “trasparenza totale” agli occhi del mondo (trasparenza, una parola utilizzata sempre piu’a sproposito che sta diventando molto problematica) può portare a raggiungere l’obiettivo finale, quello di “chiudere il cerchio”, condividendo tutto, ovviamente sempre online, tutti sempre connessi con tutti, in modo da diventare perfettamente “trasparenti”.

La protagonista sembra avere qualche problema, all’inizio, nella decodifica delle regole esplicite, ma soprattutto implicite, del nuovo mondo; abbozza anche qualche debole tentativo di fuga, o almeno di blanda ribellione, di fronte al mantra dello sharing totale – e infatti una delle parti piu’ belle del libro è la sua fuga in canoa, che fa immaginare un possibile diverso epilogo alla storia… –; ma subito si adegua perfettamente, e molto velocemente, a quanto le viene richiesto, fino a diventare la musa del nuovo mondo, piu’ realista del re, aderendo totalmente alla missione della trasparenza completa per cui ogni attimo della sua vita viene condiviso con milioni di seguaci. Una missione che la rende incredibilmente popolare, per la quale è disposta a sacrificare amicizie e sentimenti.

Tre frasi, coniate dalla protagonista sulla via della redenzione, rappresentano il mantra, la filosofia, del libro:

  1. secrets are lies: i segreti sono bugie
  2. sharing is caring: condividere significa prendersi cura degli altri
  3. privacy is theft: la privacy è un furto

All’origine, un’idea di bene comune che vuole eliminare ogni differenza, ogni variazione dallo standard generale di comportamento; poichè tutti vogliamo la stessa cosa, il bene comune, e poichè solo insieme possiamo raggiungerlo, il modo migliore per ottenere l’obiettivo è essere sempre tutti sotto gli occhi di tutti. La natura umana sa distinguere – naturalmente?- il bene dal male, e dunque essere sempre sotto gli occhi di tutti garantisce dalla messa in atto di comportamenti devianti, che avvengono solo quando sappiamo che nessuno ci guarda, poiché ognuno tende a coprire e nascondere i propri cattivi comportamenti (secrets are lies).

Tuttavia, se accettiamo di condividere tutto di noi accettiamo anche implicitamente di tenere a freno la nostra tendenza a trasgredire, ci mettiamo a disposizione degli altri, possiamo contribuire ad aumentare attraverso le nostre singole esperienze le conoscenze degli altri, e dunque la conoscenza comune. Da qui l’idea che “sharing is caring”, condividere vuol dire prendersi cura degli altri, per cui non solo nulla deve essere tenuto segreto, ma nulla deve essere mai cancellato…. la funzione “delete” non esiste nel nuovo universo online. Ma non solo il presente, anche il passato deve essere condiviso, e anche la memoria personale deve diventare oggetto di condivisione. Dunque la memoria del passato si ricostruisce attraverso la connessione spietata di tutti i link che abbiamo sparso via via per strada, bit fuori controllo, brandelli di memoria che credevamo, o speravamo, fossero persi per sempre, e che ci inchiodano invece alle nostre biografie personali, dalle quali l’inconscio viene per sempre eliminato, con danni irreparabili.

Ancora, la privacy nel nuovo mondo è un furto. Un’affermazione di marxiana memoria che potrebbe trovare vasti consensi, poichè alla fin fine privacy coincide con proprietà, che non è piu’ fatta di beni materiali, ma prevalentemente di beni immateriali, di bit, di informazioni, di memorie, di conoscenze, che non devono mai, per nessuna ragione, essere cancellate. La maggior parte dei beni materiali sono gratuiti nel mondo di The Circle, ma la funzione “delete” è vietata, sopra ogni altra cosa.

Qual è dunque la cosa che piu’ inquieta nel mondo di The Circle – che potremmo a questo punto sostituire senza troppi problemi con Google, che solo recentemente ci ha dato il permesso di scomparire dietro richiesta, o con Fabebook…-? Non tanto il triste epilogo, che vede il fondatore diventare prigioniero del mondo che lui stesso ha creato; non tanto la metamorfosi dell’eroina, che inizialmente sembra poter rappresentare il provvidenziale sassolino nell’ingranaggio perfetto, e che invece si rivela alla fine la musa del nuovo ordine.

La cosa che inquieta di piu’, a mi avviso, è che quello che qui si descrive è un controllo totale ben diverso da quello orwelliano del grande fratello, in cui una minoranza tirannica domina una maggioranza passiva. Quello che qui si descrive è invece una maggioranza felice di “followers” che hanno capito qual è il loro potere, hanno imparato a controllare il mondo con un click. Perché nell’universo online i presunti leader sono diventati loro succubi, e dipendono totalmente proprio da quel piccolo, unico, singolo click; perché i presunti leader vivono di percentuali, indici di gradimento, numero di collegamenti, che sono fatti di numeri incredibilmente grandi ma nascondono una piccola, semplice verità: che ogni click passa attraverso un singolo dito, e che a quel dito, una volta avviato il contatto, non c’è piu’ modo di sfuggire…. il re è nudo, ma a quale prezzo?

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Ma chi ha detto che non c’è?

Da tempo non uscivano articoli su questo blog…. ma oggi è una giornata particolare, il giorno dopo le elezioni, e dato che penso che ce la siamo cavata mica male mi sembrava giusto, in qualche modo celebrare, con un contributo pubblicato sul n.21 della rivista Educazione Sentimentale dedicata a Polis e Politica :))))

e poi c’è la voglia di riprendere il discorso, che non è si è mai interrotto, in realtà, ma è rimasto sottotraccia, come spesso capita ai movimenti, cercando altre strade, altre connessioni….. con chi ci sta, nel futuro :))))

2014-01-24 19.08.11

“Sotto il pavè spiagge infinite!”: tra tutti gli slogan dei movimenti del 68 questo è sempre stato il mio preferito! Bastava chiudere gli occhi per immaginarle, quelle spiagge, e la certezza della loro esistenza serviva anche a dare un senso a qualche ciottolo divelto dal pavé.

Mi piace perché contiene una potente idea di futuro: la forza dell’immaginazione, capace di dar forma all’ignoto, e corpo e sostanza a un pensiero ancora vago e incerto.

“We have to be better at believing the impossibile”, ha sostenuto qualche anno dopo Kevin Kelly, uno dei piu’ famosi guru del web. E’ possibile che la tecnologia, da sola, non possa risolvere tutti i nostri problemi; ed è anche possibile che abbia in parte contribuito ad aumentarli. Ma sono fermamente convinta che le nuove tecnologie siano state, negli ultimi vent’anni, il più grande serbatoio di innovazione, non solo tecnica ma anche e soprattutto per la costruzione di nuovi legami sociali; e che sia solo attraverso la comprensione di queste nuove potenzialità, che si stanno oggi manifestando in tutto il mondo attraverso le innumerevoli spinte al cambiamento che si impongono in maniera imprevista all’attenzione collettiva, che il potere dell’immaginazione possa emanciparsi da un presente angusto e restituirci la capacità di progettare il futuro.

Uno dei temi che mi hanno maggiormente appassionato in questi ultimi anni è quello delle cosiddette “leaderless organization”, nuovi modelli “orizzontali” di relazione che assumono forme diverse, nei fermenti rivoluzionari che attraversano la polis e nelle nicchie di imprenditoria creativa che producono innovazione. Perchè leaderless organization non significa, lo abbiamo detto tante volte, organizzazioni senza leader, ma piuttosto strutture organizzative decentralizzate, mobili e fluide, che funzionano senza un centro unico di direzione e controllo, e nelle quali la presa di decisione avviene piuttosto attraverso meccanismi di condivisione e di consenso collettivi. Oggi queste esperienze continuano a moltiplicarsi, in forme nuove e con effetti imprevedibili: movimenti che appaiono e scompaiono improvvisamente senza che nessuno ne avesse previsto la nascita, o almeno cosi sembra perché il loro metabolismo rimane in realtà sotto traccia, visibile solo a chi ha voglia di esplorarne i contorni. Sempre più spesso sentiamo parlare di organizzazioni senza leader, o con una leadership “circolante e condivisa”. Tuttavia, non è la funzione di leadership che viene eliminata, ma il suo irrigidimento in una struttura che tende a renderla una funzione istituzionale piuttosto che un elemento propulsore di cambiamento.

Una prima evidenza: il contesto della leadership è profondamente cambiato negli ultimi anni, e gli esempi di questo cambiamento sono evidenti in tutti i settori, in politica, nella cultura di impresa, nell’economia. Ma il grande acceleratore delle dinamiche della leadership sono state le nuove tecnologie di comunicazione, che hanno sottratto potere ai leader e ampliato le possibilità di partecipazione dei follower, consentendo in molti casi di svelare che, sotto la maschera, “il re è nudo”. Dalla campagna presidenziale di Barack Obama nel 2008 ai movimenti della primavera araba, la partecipazione diretta ha portato all’attenzione generale un fenomeno semplice ma assolutamente non scontato: il potere che si può annidare in un unico click, da cui anche i piu potenti tra i leader si trovano ormai a dipendere. Cresce dunque la sperimentazione e la popolarità dei movimenti, come ad esempio quello di Occupy, che si professano apertamente “leaderless”, con portavoce che ne interpretano momentaneamente le istanze. David Graeber, nel suo libro The Democracy Project, racconta la nascita e crescita del movimento Occupy di cui è uno dei rappresentanti, e sottolinea come la ricerca e messa in pratica di relazioni “orizzontali” per la presa di decisione e il consenso passino proprio attraverso la sperimentazione di nuove forme di dialettica tra micro e macro gruppi, tra relazioni reali e virtuali, nelle quali la discriminante fondamentale è la ricerca del consenso e la rinuncia a mettere in atto logiche di potere verticali fondate sul principio di maggioranza.

Sono convinta che oggi, alla prova dei fatti, la ricerca di leadership forti sia non solo nefasta, ma che si stia rivelando anche abbastanza inutile. È evidente che oggi i leader scarseggiano, eppure ne abbiamo una gran nostalgia. Però, non ne abbiamo bisogno, perché esiste ormai una consapevolezza diffusa, anche se non esplicitata, che la soluzione dei nostri problemi non può venire dall’accentramento delle decisioni nelle mani di qualcuno, ma deve passare attraverso la partecipazione, la condivisione, l’assunzione di responsabilità collettive dirette, tutte cose che portano necessariamente a rivedere i meccanismi di rappresentanza  della politica tradizionale e i modelli di impegno sociale. Oggi è più importante fondare una nuova idea di “citizenship” e immaginare nuove forme di “social engagement” che affidarsi a un condottiero. E tuttavia, continuiamo ad aspettare un messia: e quindi cerchiamo un leader, e quando lo abbiamo trovato lo mettiamo su un piedistallo e subito dopo cerchiamo di buttarlo giù.

Ma di cosa abbiamo veramente bisogno, di leader o di capri espiatori?

Seconda evidenza: oggi siamo profondamente combattuti tra l’esigenza personale di esprimere il proprio “talento” (una parola certamente abusata…)  e le spinte sociali a essere sempre più progettuali da una parte, e la necessità di mettere costantemente in pratica meccanismi di collaborazione e di condivisione dall’altra. Il percorso dell’identità si gioca in buona parte su questo scarto: da una parte il soggetto ancorato alla sua individualità, in oscillazione perpetua tra l’universo frustrante e depressivo del bisogno e il campo mobile del desiderio; dall’altra, la necessità di un’appartenenza fluida, dinamica, capace di raccogliersi intorno a nuclei di valore e di significato e di condividerli con altri, per farli diventare elementi propulsori di cambiamento. In fondo, l’universo mobile dei social networks e le nuove forme espressive del mondo digitale ci indicano proprio questo come dato fondamentale: la progettualità è, può essere, deve diventare sempre più, un valore di scambio collettivo.

Per chiudere, una definizione di azione politica mutuata da David Graeber in una intervista, che ho sempre trovato molto condivisibile: “La ragione principale per cui sono anarchico è perché credo che siamo in debito verso il mondo, dato che tutto ciò che usiamo, mangiamo, facciamo, ci è stato data in dono da altri che sono venuti prima di noi. Credo anche che nessuno possa dirci come ripagare questo debito. La scelta di come combattere per l’uguaglianza e la giustizia dipende fondamentalmente da ognuno di noi.”

 

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2013 in review

The WordPress.com stats helper monkeys prepared a 2013 annual report for this blog.

Here’s an excerpt:

A New York City subway train holds 1,200 people. This blog was viewed about 4,800 times in 2013. If it were a NYC subway train, it would take about 4 trips to carry that many people.

Click here to see the complete report.

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THE 3 PARADOXES OF THE “LEADERLESS ORGANIZATION”

Cari lettori di LLO, da tempo non pubblichiamo e non è certo che lo faremo ancora in futuro. Ma oggi ho sentito la mancanza di questo spazio, e approfitto per mettervi al corrente di una piccola iniziativa di tre di noi leaderlessnauti: Paolo Bruttini, Paolo Magatti e io saremo a Londra il prossimo 22/23 novembre, alla Opus International Conference, per presentare un paper sulla Leaderless Organization che trovate qui sotto. Un pensiero che è nato e cresciuto in questo spazio, e che vogliamo ancora una volta condividere con voi……

http://www.opus.org.uk/prllpprs.htm

 

 

 

There is great concern displayed in the organisational studies of today regarding the impacts the new digital culture is having on the social and organizational realms of society. The so-called 2.0 reality is regarded on one hand as “the big revolution”, which has profoundly changed the way people view their futures and the future of their relationships. On the other hand however, this new world we are facing is often perceived as being problematic.

 

Many questions arise in regards to the individual and collective understanding of this digital culture.

 

What do we mean exactly when we talk about the 2.0 reality? Are we able to understand what the most relevant differences of our social environment are in comparison to the past? Are we able to detect the main characteristics of the new digital culture? What is the real impact of this change, if any, within organisations and the corporate culture? What are the most significant differences in how people now relate to each other in groups and organisations?

 

 

 

When we began, back in 2007, to observe the so-called phenomenon of the leaderless organisations, we tried to find some possible answers to these very questions. The new organisational formats, born from the spreading of the Internet’s digital culture, displayed new mechanisms of leadership and membership that became visible in groups and organisations; but, at the same time, they engendered anxieties of more subtle forms of over control.

 

Since then, we’ve been exploring the Leaderless Organization in different ways – discussion meetings, group and training experiences, a blog (https://leaderlessorg.wordpress.com/) – and we have tried to combine our different points of view together through our common backgrounds as trainers, researchers, writers and psychosocial analysts. The aim of this paper proposal is to share our findings as they are now, partial, incomplete, but hopefully, we believe, consisting of some intriguing hints that could be useful to discuss.

 

 

 

Certainly, the World Wide Web gives rise to social innovation, hence promoting new forms of relationships (“The medium is the message”, said Marshall McLuhan back in the 70s). However, it is also evident that those new forms of relationships have at the same time contributed to a spread, within the social context, of a large amount of fear, uncertainty and loss of identity.

 

Some evidence can be provided:

 

 

 

       the speed of change in the social environment, where a high number of micro-phenomena of change create social innovation, but at the same time are perceived by people as being meaningless

 

       Internet’s “open communities” that are based on free sharing and flexible identities, also contribute to an enhanced common feeling of diminished social bonds

 

       new forms of exchange, like open source, peer to peer and social networks, change relationships within both groups and organisations, giving life to flexible forms of leadership and hierarchy. However, those same forms weaken the bond between people and organisations, which can hardly contain the basic anxieties.

 

 

 

Starting from these assumptions, the aim of this paper is to discuss the new issues that the “leaderless organisation” asks us to face. Our common purpose is not to give impossible answers, but to instead offer the opportunity for new questions to be asked, by exploring the 2.0 reality from three different perspectives, which each one of us has developed through her/his professional experience, therefore underlining “three contemporary paradoxes”:

 

 

 

1.     the paradox of leadership. Charismatic leadership has often been regarded as an authoritarian form of leadership, centred around the strong personality of the leader. Is it a paradox to imagine that today the “charismatic bond” between leader and followers, as it was described by Max Weber, – which is highly visible in all the social movements that are spreading within the global context – could be a useful clue for better understanding all the new dynamics between micro and macro phenomena of change that seem to be centred in a new “power of the followers”?

 

 

 

2.     the paradox of relationships. In today’s organisational realm, P2P (peer to peer) relationships seem to be based on the “affective” code, developed by the Italian psychoanalyst Franco Fornari. We will therefore explore how the hierarchical organization, traditionally based on the “paternal/maternal code”, gives space to auto-organizational forms based on the “brothers code”. 

 

 

 

3.     the paradox of power: the very same idea of power seems to be under an ongoing transformation, shifting from a model of power, based on a tight connection between authority – the sovereign power that defines boundaries and limits – and discipline – rules and control mechanisms – towards a “pervasive” form of power that sinks into the vital forces of the subject, like work, creativity, innovation. A new form of power, which is less visible but more diffused, could be defined as Michel Foucault said, bio-politic.

 

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Leaderless e introversione

Susan Cain ha scritto un libro che ha riscosso un grande successo negli Stati Uniti, il paese dell’estroversione, di donne e uomini d’azione e della chiacchera facile. Il libro ho poi scoperto è anche pubblicato in Italia da Bompiani

L’autrice ci porta una dettagliata ricerca sul binomio introversione/estroversione, un costrutto di personalità dibattuto in psicologia a partire da Jung e parte fondante dei cinque fattori di personalità della teoria dei “Big Five”. Al di là del dibattito accademico si tratta di un fenomeno psicologico noto a tutti.

Introverse sono le persone pacate, che tendono ad ascoltare più che a parlare, non completamente a loro agio nei grandi gruppi e nel parlare in pubblico, e che tendono a passare molto tempo all’interno dei propri pensieri. Gli estroversi di contro sono abili oratori, in cerca di stimoli esterni e di gratificazioni sociali, eccellono nel multitasking. Sebbene i due tipi puri siano rarissimi e sicuri candidati al ricovero psichiatrico, è possibile rintracciare una tendenza verso introversione o estroversione negli individui che interagiscono nell’arena sociale.

Dare cittadinanza all’introversione in una società che predilige il talk show, il teamwork e i leader carismatici è fare un’operazione di diversificazione. È dire, guardate che fare di tutta l’erba un fascio quando si tratta di promuovere culture organizzative o di relazionarsi con il proprio interlocutore può portare all’esclusione e al mancato riconoscimento di talenti fondamentali. Gli introversi sono almeno un terzo della popolazione, dice Cain, e ciò vuol dire che se non sei direttamente tu può essere il tuo collega, il tuo partner o tuo figlio.

I maggiori punti di critica che l’autrice indirizza verso la società (quella americana, della quale peraltro siamo dipendenti anche in Europa) sono il primato dell’azione sulla riflessione, la celebrazione del lavoro di gruppo, della socialità e del parlare piú forte e persuasivamente, culture che vengono instillate sin dalla scuola e che favoriscono gli individui del tipo estroverso. Se un bambino è invece introverso e timido deve cambiare, o mostrare una maschera di socievolezza, perchè assertività e lavoro in team sono considerati piú importanti di riserbo e individualismo.

La tendenza alla promozione del lavoro di squadra è ben conosciuta anche in Italia. Eppure uno dei prerequisiti della creatività sembra essere la capacità di lavorare da soli. Le ore di studio e lavoro in una sorta di “trance ascetica” portano spesso a risultati brillanti piú di quanto facciano eterne discussioni di gruppo. Chi è abile a prendere parola e a vendere le proprie idee non sempre è chi ha le idee migliori. Magari il vicino di posto ha la soluzione ma non è tanto bravo nel persuadere un gruppo di colleghi agitati e boriosi.

Il World Wide Web e i Social Media offrono oggi una piattaforma perfetta per gli introversi permettendo di superare il problema dell’interazione diretta e dell’eccesso di stimolazione delle relazioni faccia a faccia. Come scrive l’autrice “quello che ha senso per le interazioni asincrone e relativamente anonime di Internet potrebbe non funzionare allo stesso modo per quelle faccia a faccia, cariche di dinamiche politiche e ad alto decibel all’interno di un open space” (trad. mia, pag. 79)

Non è un caso che i miti delle origini della tecnologia prediligano figure nerd e cervellotiche. Se Steve Jobs ha venduto il primo personal computer è stato Steve Wozniak a inventarlo nella solitudine del suo cubicolo alla Hewlett-Packard e nelle lunghe notti di appassionato lavoro. L’Open Source technology è una grande attrattiva per schiere di introversi che si sentono liberi di contribuire per il bene comune e vedono il loro contributo riconosciuto da una comunità di pari.

Su questo blog in passato abbiamo provato ad applicare le dinamiche peer-to-peer di Internet all’interno delle relazioni faccia a faccia. Abbiamo sostenuto che questa rivoluzione non è un fenomeno meramente tecnologico, ma che avviene ad un livello piú intimo, nelle reazioni quotidiane. In questo interessante saggio l’autrice invita a riconoscere l’autenticità e i talenti degli introversi, qualitá che spesso sono offuscate dal rumore e dall’aggressività dell’agone sociale, dove spesso l’aggressività e l’estroversione correlano con la figura del leader. Per fare questo ci descrive una leadership introversa capace di ascoltare piú che di parlare, che riconosce l’individualità all’interno dei gruppi e autorizza l’emergere di idee permettendo che queste germoglino e si sviluppino. Una leadership che mi sembra molto leaderless.

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Nomadismo sentimentale

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Un’amica e collega, Chiara Allari, mi ha invitato a scrivere un resoconto sentimentale di quello che sto vivendo a seguito di una recente e stimolante conversazione Skype. Ma di cosa scrivere esattamente? Dei miei spostamenti? Del mio lavoro?Forse conviene partire dallo spostarsi. Questo è quello che sto facendo da circa quattro anni. Mi muovo per differenti motivi, il primo tra i quali la sussistenza, ma altre ragioni hanno il loro peso, come l’acquisizione di esperienza professionale e, più potente di ogni altra, una relazione amorosa.

Per sussistenza mi muovo dove ci sono i mega yacht, ne seguo le tracce per intercettarli. Mi acquatto nei pressi dei loro luoghi di sosta per poterli avvicinare, alla ricerca di opportunità di impiego, che siano ordinaria manutenzione o aiuto nel trasferimento. In pratica sono un parassita, anche se abile e qualificato.
Quando arrivo via mare in un luogo sconosciuto spesso il mio contratto finisce. Troverò un altro lavoro? Dove pernottare? E quanto ci rimarrò? L’ansia fa capolino minacciando il mio umore. Quelli che rimangono a bordo diventano privilegiati oggetto della mia invidia, gli ultimi doveri diventano macigni. Soffro perchè percepisco che sto abbandonando un microcosmo autoregolato e accudente e che a breve dovrò calcare ancora una volta terra sconosciuta. Appena a terra o prima, se possibile, inizia la caccia alle informazioni, si tartassano conoscenti e contatti con migliaia di richieste di consigli, dritte e aiuto. Si ricomincia da capo.

Dopo una stagione caraibica molto intensa mi ritrovo vicino ad un ritorno e sono stanco anche se soddisfatto. A breve comincerà un progetto che coinvolge una fidanzata, una piccola barca a vela e ulteriori spostamenti.
Se non fosse per questo progetto sarebbe stato molto difficile gestire l’ansia del parassita, sopportare le fatiche della migrazione e la durezza del lavoro marittimo, i lunghi periodi di solitudine e i cambi continui di approdi, collaboratori, compagni di stanza. Tutto muta intorno, facce, paesaggi, valute, lingue. Vedo luoghi esotici come dal finestrino di un treno (meglio l’oblò di una nave), alcuni mi colpiscono e vorrei approfondirne la conoscenza e la frequentazione. Altri appartengono a un reale standardizzato, repliche di un originale che si è perso nel consumismo globale, edifici e spazi creati per rispondere agli stessi bisogni di comfort, accoglienza e divertimento del turista medio. Purtroppo questi sono i luoghi attorno ai quali mi trovo a gravitare, per raccogliere la mia parte nella grande abbuffata, per essere vicino ai miei posti di lavoro galleggianti. Rimangono piccoli spazi per godersi qualcosa di autentico, la visita di un amico lontano e una vacanza fuori programma, che accendono il desiderio di conoscere qualcosa di diverso e lontano.
Ora sto vivendo il fuori programma di una vita davvero poco programmata. Una costante è la mancanza di eventi certi: poche prenotazioni, alcune preoccupazioni e pre-allarmi, previsioni vaghe. La mancanza di scadenze e appuntamenti rendono superfluo l’uso dell’agenda che un tempo costuiva per me uno strumento imprescindibile. Scomparsa l’agenda compare il taccuino, senza calendario e aperto alla tracciatura di varie forme di annotazione, conteggi ai margini, to-do lists, rubrica non alfabetica, strumento di registrazione del pensiero. A dire il vero ho un appuntamento per la prossima settimana, ma se lo perdo mi gioco l’ultimo lavoro e il passaggio per tornare dalla fidanzata. Qualcosa mi dice che me lo ricorderò anche senza un’agenda.
Con il cambiamento della rappresentazione grafica del quotidiano cambia anche il concetto di obiettivo, perde consistenza e tracciabilità. In generale non sono mai stato bravo con gli obiettivi, ma questo non mi impediva di perderci dietro tempo e fatica o di provare una certa ansia nel capire quale obiettivo avrei dovuto avere. Mi sento più a mio agio nell’avere una direzione, tornare dalla fidanzata, restaurare una barca, viaggiare. Voglio muovermi verso quella direzione, so dove voglio andare ma non so quale cammino mi ci porterà. Dev’essere lo stesso istinto che spinge gli uccelli migratori in una direzione piuttosto che in un’altra. Si sa che in qualche modo si sta andando in quella direzione.

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