Articoli con tag web 2.0

conoscenza 2.0

Vorrei fare il mio esordio nel blog aprendo un nuovo canale, cioè quello della circolazione e dell’accesso della conoscenza. E’ un argomento che è stato affrontato nei giorni scorsi, a proposito dell’utilizzo dei social networks nella circolazione dell’informazione quotidiana.

La mia intenzione, che non vuole contrapporsi, ovviamente, al post della scorsa settimana, sarebbe quella di capire, come, al di la delle emergenze, rispetto alle quali, spesso siamo chiamati a frettolose e non sempre informate “prese di posizione”, ci siano dellle possibilità, utilizzando gli stessi strumenti, magari in maniera un po’ diversa, per acquisire non solo informazione, ma la CONOSCENZA. Conoscenza è dal mio punto di vista la capacità, appunto di saper risalire alla radice di un fenomeno: nella nostra società, riprendendo Enzo Rullani la conoscenza è diventata il principale fattore di produzione, assumendo un ruolo che va ben al di là delle “conoscenze tecniche”, ma come “metatecnica”.

Uno strumento che io ritengo fondamentale restano le BIBLIOTECHE.

E’ singolare che oggi si parli delle biblioteche solo a causa o di certe dichiarazioni estemporanee di qualche politico locale alla ricerca di facile propoganda (il caso della censura nei confronti di autori che colpevoli di aver firmato anni fa un appello a favore di un terrorista, sarebbero oggi “indegni” di avere i propri testi nello scaffale di una biblioteca di pubblica lettura) o per le lamentele sui tagli alle spese culturali che sarebbero esiziali per la loro sopravvivenza.

Penso che invece la biblioteca resti soprattutto un luogo di raccolta, diffusione e distribuzione della conoscenza. Questo a prescindere dal politicante di turno, a qualunque etichetta esso appartenga, o da i tagli alla spesa, che possono condizionarne, ma, in una moderna visione della circolazione della conoscenza, non potranno fermarne le potenzialità.

Il mondo delle biblioteche da tempo si stanno confrontando con il mondo Web 2.0 ( per avere qualche indicazione, non aggiornatissima: http://www.uniciber.it/index.php?id=489) e da tempo si ragiona sulla biblioteca in rete. Google ha stretto rapporti con le principali biblioteche nazionali (buon ultima la BNC Italiana) per la digitalizzazione del patrimonio in esso conservato, biblioteche di piccoli centri si stano attrezzando per la messa a disposizione di device per gli ebooks oppure biblioteche accademiche utilizzano facebook per le informazione all’utenza.

Spero che questo post, favorisca un maggiore coinvolgimento nel dibattito di quegli operatori della conoscenza che, forse per la diffidenza verso ciò che, forse banalizzando, viene visto come “mercantile”, con quei soggetti, che forse per pregiudizio, vedono negli operatori della conoscenza, gli ultimi baluardi della conservazione.

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Addio al 2.0?

La nuova tendenza e’ quella di sostituire al “2.0” il termine “social”. Social Enterprise anziche’ Enterprise 2.0. Social software, social business, social learning, eccetera. Social e’ piu’ vasto e ambizioso rispetto a “2.0”, un’etichetta un po’ geek, un po’ autoreferenziale (“due punto che?”), certamente ormai marchettara: non vorrei ingannarmi, ma mi pare di aver visto in tv lo spot di una aspirapolvere 2.0, o forse stavo solo abusando del multitasking.

Sono nomi, etichette; ma ogni etichetta (soprattutto quelle date a fenomeni in espansione) convoglia un particolare significato emozionale: “realta’ virtuale” e’ alienante, “realta’ aumentata” affascina. Indagando da un punto di vista psicosociale, ricordo un anno fa di aver mutuato con entusiasmo nella mia tesi il termine Enterprise 2.0 da quello di Web 2.0: per me questo “due punto qualcosa” stava a significare, piu’ che uno stato dell’arte tecnologico, un’entita’ beta, costantemente in progress, permeabile, curiosa; un “istituente” in continuo divenire, in contrapposizione all’Istituzione. Un fenomeno di techne e psiche.

Quella la mia emozione di allora. Ora questa etichetta social va ad abbracciare, com’era inevitabile, la dimensione politica, rivoluzionaria delle dinamiche inclusive alla creazione di valore economico. “Sociale”, con le sue reminiscenze socialiste, comunitarie, ideali. Calzerebbe anche meglio un riferimento all’anarchia… ma quanta paura! Ogni etichetta veicola un sentimento.

Anche il nome di questo blog muove qualcosa, con quella sua particella negativa less, destabilizzante, ambigua (“Aziende senza leader? Senza gerarchia?”), ed ha affinita’ a certo spirito anarchico: da Wikipedia

la parola anarchia deriva dal greco αναρχία, che si può tradurre con “senza governante” α-a- significa “senza” , la radice αρχή- archè può essere tradotta con “governo“, anche se il significato specifico sarebbe “comando”, “ordine”.

Quel che mi ispira ora questa digressione etimologica e’ che non c’e’ bisogno di “comando” per governare, ne’ per condurre.

E poi questo “non”, questo “senza” che ha tanta energia dentro, va riempito di idee, di speranze, di progetti. E voi, quale pensate sia l’etichetta adatta a quest’era di razionalita’ connettiva e aumentata?

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Fuori dal Medioevo sulle onde del 2.0

Una cronaca dall’International Forum on Enterprise 2.0 del 10 giugno, Milano, la più grande conference sul 2.0 dopo quella di Boston.

Inizia Emanuele Scotti, di Open Knowledge, affermando che il 2.0 è una vera Rivoluzione, come quella iniziata da Cristoforo Colombo e che portò alla fine del Medioevo. Come allora, i sentimenti diffusi sono dissonanti: da una parte senso di crisi, paura, dall’altra fiducia, desiderio del cambiamento. Come nel 1492, cambiano le convinzioni, le mappe, i percorsi.

Si parla di tecnologie ma scopro presto, con certo sollievo, di non trovarmi tra gente che parla in codice: qui si discute di business, social business, della società stessa. La nascita di collaborative enterprise fa emergere come core competence la relazione. Sono geek che parlano di “engagement, not data”. In accordo con una visione meta-tecnologica dei fenomeni attuali, l’enterprise 2.0 (E2.0) è vissuta non come soluzione, ma come set di capabilities and technologies in grado di incrementare le possibilità creative. L’E2.0 va a integrarsi nel flow dei pensieri e delle pratiche, entro reti e correnti di energie vive, umane.

All’E2.0Camp, la conferenza destrutturata ospitata all’interno del forum, sono presentati i progetti più vari (di moda, microcredito, gestione del quartiere… a testimoniare come il 2.0 -che i mass media se ne accorgano o meno- sta invadendo e aumentando la realtà), accomunati dall’esperienza di una tecnologia che è sì una commodity eccezionale, ma ciò che conta è un’idea forte.

Perché quando si fa del 2.0 si attivano persone, non solo tecnologie. Si attivano relazioni di co-creazione basate su conversazioni autentiche. Il vero sharing è uno storytelling, un coinvolgimento del cliente (partner, prosumer, peer) nella narrazione di ciò che accade e ciò che vogliamo accadrà (cfr. con narrativizzazione dei social media).

Vendere, nell’era del 2.0, è sempre più creare esperienze (digitali o meno) memorabili, condivisibili: è il solo modo affinché esse vengano condivise, rilasciate in ambienti organici, imprevedibili, perciò innovate. Ciò che viaggia in ambiente 2.0, ci ritorna aumentato. Ecco cos’è il viral marketing: il virus che prende (senza eccezioni) ogni organismo è l’emozione, il sogno lucido di una collaborazione possibile: “engagement, not data”.

Ciò apre un nuovo campo di interpretazioni dei sogni. Se intelligenza collettiva esiste, è perchè emerge una capacità visionaria collettiva, connettiva, sinaptica. L’utopia è quella di co-costruire il futuro, farne parte, non essere semplici spettatori. Una creazione che non ha più necessità della mediazione e del giogo della gerarchia. Il 2.0 è una condizione mentale ancor più che un progresso tecnologico.

“Navigare”, verbo principe del web -e spesso inteso come cazzeggio senza meta, intrattenimento- assume ora un significato carico di possibilità e di responsabilità: quello di scoprire nuovi territori della interazione umana, delle possibilità collaborative che la cultura industriale censurò in favore del consumo personale. Fuori da questo Medioevo, il 2.0 è un’occasione più che ri-creativa: qui si crea il futuro.

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Ultime notizie: non esistono “macchine a pensare”!

Che fa un guru? Semina, dà visioni, spunti. E in effetti gli spunti sono stati tanti a www.meetthemediaguru.org, ma una cosa in particolare mi ha colpito: lo spazio dedicato alle domande a Derrick de Kerckhove è stato caratterizzato da una atmosfera allarmata. Esempi: “Questa nuova rete non si rivelerà un casino, una nuova Babele in cui sarà impossibile intendersi?”; ed anche “Ad una intelligenza collettiva corrisponderà una stupidità collettiva?” E così via. La cosa che ancor più mi incuriosisce è che questo genere di domande siano venute da una platea di “addetti ai lavori”, non di “persone della strada” (che conoscono il 2.0 attraverso notizie tv del tipo: facebook = brigate terroristiche). Forse tali quesiti sono emersi per controbilanciare lo sfrenato slancio ottimista di de Kerckhove, ma forse sono anche sintomatici di come in Italia si viva ora l’argomento “futuro”.

Citando un italiano anomalo, ma che ben sapeva sentire e predire l’Italia

Noi prestavamo alle macchine
una malizia che invece è nostra.

(Ennio Flaiano, La valigia delle Indie)

Forse ne prestiamo ancor più oggi, che le macchine non solo eseguono ma aiutano a organizzare il pensiero? Una malizia per temi tabù quali la conoscenza, il controllo, il potere.

Che cosa sono i social media? Che ruolo giocano nella produzione del valore? In cosa sono diversi dalle “macchine per fare”? Sono cose che stiamo scoprendo ora, chi allarmandosi, chi esultando. Di certo c’è che sta emergendo una nuova relazione tra tecnologia e conoscenza. Adottare il 2.0 come piattaforma di lavoro non è un mero aggiornamento tecnologico, ma implica – ed alimenta – un cambio radicale nella cultura organizzativa. La differenza tra le soluzioni IT di vecchia generazione e quelle attuali sta essenzialmente nel fatto che le prime non consentivano libero accesso al patrimonio di conoscenze di un’organizzazione: se il Web 1.0 era semplice catalogo di contenuti consultabile dal navigatore, il Web 2.0 è un ambiente dove le persone partecipano, dialogano, contribuiscono attivamente alla creazione di conoscenza: il navigatore diventa autore.

Tre osservazioni sul rapporto tra tecnologia e sapere mi aiutano a inquadrare questa rivoluzione delle tecnologie sociali: il paradigma digitale (Ong, 1986), il costruzionismo sociale (Williams, 1974, vs. determinismo tecnologico di McLuhan) e le meta-tecnologie (Wright, 2000)

– per il paradigma digitale, la trasformazione del testo scritto in informazione digitale porta ai limiti estremi due proprietà della scrittura: la modificabilità e la trasportabilità. Il poter modificare e trasferire infinite volte un contenuto elettronico senza limitazioni sposta il focus della produzione di conoscenza dal prodotto al processo;

– per il costruzionismo sociale l’elemento critico che caratterizza un medium è come e perché è utilizzato: l’essere medium è un uso particolare di una tecnologia (dunque il medium ha un’origine psico-sociale: nasce dallo sviluppo e dalla riconfigurazione delle risorse di una cultura al fine di raggiungere un obiettivo definito socialmente);

– Wright definisce “meta-tecnologie” gli algoritmi sociali che governano gli usi delle tecnologie. Sono le meta tecnologie, e non le tecnologie, a modificare i comportamenti e l’organizzazione sociale. Questo perché una tecnologia prende una forma sociale solo quando è utilizzata, producendo cambiamenti nel sistema sociale stesso. A caratterizzare una meta-tecnologia sono tre fattori: I) un evento di rottura che renda possibile utilizzare una tecnologia in nuovo modo attraverso una nuova pratica (in questo caso l’evento è il network di computer e la nuova pratica è il social networking: “un computer senza una rete è poco più di un fermacarte” Paul Saffo);  II) la possibilità di sfruttare la nuova pratica per risolvere in modo più efficace un problema (l’efficacia aumenta nella collaborazione in network); III) la condivisione della conoscenza della nuova pratica all’interno di un contesto sociale (l’organizzazione come insieme organico di communities dialoganti).

Questo quadro mi è utile per descrivere il rapporto dinamico tra tecnologia sociale, collaborazione e conoscenza: i social media non “catturano” la conoscenza entro una rigida tassonomia, ma supportano e implementano il processo di co-costruzione della conoscenza, rendendo esplicite le pratiche di lavoro esistenti e “aumentandole” ad un ambiente collaborativo peer.

Chiamo il paradigma culturale che accoglie questo nuovo rapporto dialogico tecnologia-conoscenza paradigma di collaborazione meta-tecnologica. È solo un’etichetta, certo, ma desidero esprima la fenomenologia meta-tecnologica (psicosociale e tecnologica allo stesso tempo) del Web 2.0.
Il transito in atto è molto più che tecnico:

the shift is not just in the new Web 2.0 technologies. It’s in the way that increasingly widespread access to these tools is driving a fundamental change in how groups are formed and work get done. Wikis and other social media are engendering new, networked ways of behaving – ways of working wikily – that are characterized  by principles of openness, transparency, decentralized decision-making, and distributed action (Kasper, Scearce, 2008).

Un transito che ha effetto sulla coscienza di sé entro il processo creativo: il Web 2.0 è allo stesso tempo strumento e oggetto della relazione con l’altro; sul Web 2.0 la coscienza emerge, come processo sociale, dalla rete di relazioni e di pratiche che intessiamo con gli altri, non risiede esclusivamente “nella testa”. Quando agiamo in Rete, sperimentiamo un processo di “apertura” di noi stessi agli altri e, attraverso questa, una apertura alla possibilità di incidere sulla realtà in una maniera “aumentata” dalla rete viva di relazioni.

Condividere uno spazio digitale fluido continuamente ri-strutturabile ha, inoltre, effetti sull’idea stessa di “attività intelligente”: tradizionalmente il concetto di intelligenza è associato a un qualcosa di intimo, soggettivo, personale e personificato. Le pratiche collaborative vissute in Rete estendono la capacità intellettiva oltre la sfera intima, oltre la persona, collocandola in un orizzonte di significato più ampio, inter-soggettivo: la conoscenza è creata tra le menti e non (solo) all’interno della mente. Nelle parole di de Kerckhove “siamo tutti nodi nel grande ipertesto”. Noi siamo i nodi, non le “macchine”.

Il ruolo dei social software non consiste nel costruire una “intelligenza artificiale” che vada sostituendo la mente umana, ma nel fornire una piattaforma per la costruzione di collettivi intelligenti in cui le possibilità di ciascuno possano svilupparsi e ampliarsi reciprocamente. L’intelligenza che sta evolvendo sul Web è dunque la possibilità, per la comunità umana, di evolvere verso una capacità superiore di pensiero, di risoluzione di problemi, di innovazione.

I social software forniscono una piattaforma – ed alimentano – questo nuovo vissuto di gruppalità, poiché essi facilitano la comunicazione, la negoziazione, la responsabilizzazione – in una parola, l’interdipendenza.

Detta così sembra una prospettiva idilliaca; allora perché quelle domande cariche di angoscia? La Rete sta trasformando l’epistemologia organizzativa da processo individuale a processo plurale, sta cioè definendo la conoscenza come impresa collettiva che si rende possibile attraverso relazioni sociali di collaborazione, piuttosto che di autorità e controllo. Non è idilliaco, né indolore, transitare attraverso setting di potere tanto diversi dagli usuali.
Ma sta nella conversazione con i pari l’attività creativa del futuro. Non sta nelle menti di singole persone “potenti”. E men che meno sta nelle macchine.

Che avesse ragione Flaiano – attribuiamo malizie nostre alle macchine? Non esistono “macchine a pensare” il futuro per noi. Per poter ragionare di intelligenza collettiva, siamo chiamati a interrogarci sul coraggio personale: agire anziché essere agiti. Abbiamo il coraggio di (con)dividere potere per moltiplicare intelligenza?

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Il 2.0 al lavoro

La nuova Rete – fatta di social software, comunità, partecipazione paritaria – è un luogo di interazione che coltiva intelligenza collettiva e amplia le possibilità collaborative di gestione e produzione della conoscenza. Gli esempi, sotto gli occhi di tutti e ormai collaudati, sono numerosi: Wikipedia, Twitter, i sistemi operativi open… Un nuovo paradigma di peer collaboration sta emergendo in campi creativi eterogenei dando vita a entità produttive aperte, trasparenti, dai processi decisionali decentralizzati e realmente diffusi.

Ma la collaborazione tra pari è possibile, e auspicabile, anche al di fuori della Rete, del virtuale, entro le dinamiche concrete di una organizzazione? Insomma il 2.0 funziona in azienda? Oppure è una ennesima etichetta da appiccicare a forme di bottom-up, di gerarchia da scalare dal basso.

Ho dedicato gli ultimi due anni all’approfondimento delle tecnologie e delle pratiche peer applicate in ambiti organizzativi. Ho lavorato ad una tesi specialistica (“Enterprise 2.0: nuove forme organizzative nell’era dei social software”) muovendo dall’idea di Web 2.0 come fenomeno psicosociale, oltre che tecnologico.

La lezione che le organizzazioni knowledge-intensive sono chiamate ad assimilare non è infatti solo quella delle “tecnologie” 2.0: n0n si tratta solo di nuovi pattern tecnologici (nell’ingegneria del software un design pattern – o schema di progettazione – è definito come “soluzione progettuale generale a un problema ricorrente”, fonte: Wikipedia); si tratta di nuovi pattern mentali, nuovi modi di pensare, di essere, di essere con gli altri, di lavorare.

L’Enterprise 2.0 non è perciò quella organizzazione che usa i social media come mero strumento per incrementare i flussi di comunicazione tra gli attori; è invece quella che riconosce nel 2.o più che una “soluzione progettuale  a un problema ricorrente”: il 2.0, tecnologie e mindset, è una rivoluzione progettuale in grado non solo di incrementare la comunicazione verso la soluzione di problemi ricorrenti; esso cambia il “pensare”, cambia l’orizzonte problemico, cambia l’idea stessa di “organizzare”.

Emergono passaggi critici, mai vissuti prima: dalla gerarchia alla contingenza, dall’autorità all’autorevolezza, dal potere per sé al potere come possibilità generativa. Qualcosa che tocca il leader: leadership 2.0 non è la “proprietà” esclusiva di una persona, ma un processo inclusivo di influenzamento all’innovazione.

È proprio questo il punto:  l’innovazione, il pensare qualcosa che non c’era. L’organizzazione chiusa strutturata sul comando-controllo viene sempre più spesso superata in capacità innovativa da modelli organizzativi aperti, auto-organizzanti; modelli di peer collaboration nati in ambienti visionari quali quelli dell’open software.

La visione che ora un buon leader deve elaborare è quella di creare, con i propri collaboratori, un’organizzazione non più “istituzione”, piuttosto un “istituente” in continuo divenire. Sarà semplice? Semplice quanto accettare che “leader” e “collaboratore” diventano posizioni di asimmetria contigente, reciproca.

La scelta del leader sta dunque tra il “potere” e la “possibilità”, tra il presente e il futuro. Chi innova sa che il presente tende già ad essere passato.

Provo a sistematizzare alcuni temi in queste slide:

Più che di tesi, si tratta di spunti. Al lavoro!

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Riunione Skype Leaderlessorg

Presenti De Caro, Bruttini, Vicenzi, Brunazzi, Malus (telefonicamente)

Report costruito dagli appunti di Fabio Brunazzi e Paolo Vicenzi

Obiettivo della riunione

La riunione ha l’obiettivo di riprendere il filo dei ragionamenti, condividere nuove letture, soprattutto grazie al lavoro di tesi di Paolo De Caro che sta raccogliendo molto materiale sull’argomento.

Primo tema: Le comunità di pratica come modello di intervento ( a partire dal libro Community Management , già recensito in questo blog. )

Le comunità di pratica sono gruppi di persone che condividono una passione su qualcosa che fanno e che interagiscono regolarmente per imparare a farlo meglio.” Etienne Wenger

Le CdP appaiono utili come costrutto di intervento nella creazione di community online aziendali (ma anche come trasposizione “nel reale” di dinamiche più tipiche del Web). Le CdP sono caratterizzate dalla dimensione della passione personale: ciò che mi porta a partecipare e condividere il mio tempo e il mio lavoro è un ritorno non prettamente economico ma di apprendimento. Imparare attraverso le comunità di pratica significa coniugare la dimensione emotiva (“il carburante del mio impegno e della mia attenzione”)

Interrogativo: Autorità nelle comunità di pratica? Rischia di essere un criceto che gira sulla ruota e non va da nessuna parte? C’è il rischio di non essere  responsabili per ciò che si fa bypassando la dimensione di autorità/potere?

Josè Bleger: ruolo del contesto, del contenitore nel creare pensiero “non esiste un’opera senza un quadro”.

L’autorità (o il setting, nel caso del Gruppo Operativo cui Bleger fa riferimento)  assolve a questa funzione, di definizione dei confini. Se la comunità di pratica, attraverso le sue relazioni riesce a creare il contenitore, il frame operativo, non è necessaria l’autorità per garantire che il gruppo produca, i ruoli e le responsabilità sono condivisi e diffusi in maniera fluida.

Secondo tema: i volontari in rete

Michel Bauwens: teorico del Peer to Peer (P2P) spiega in particolare il fenomeno del volontarismo in Rete. Questo fenomeno viene sfruttato dalle aziende per generare e migliorare prodotti con l’aiuto spontaeo e volontaristico dei consumatori stessi.

C’è un gran numero di persone che si identificano con i valori post-materiali e che hanno fatto un passo in avanti nella “gerarchia dei valori”, come l’ha definita Abraham Maslow. Le persone che si sentono relativamente al sicuro, dal punto di vista materiale, e che non vengono intrappolate dai desideri infiniti promossi dalla società consumistica, è inevitabile che cercheranno altri mezzi di soddisfazione, nell’arte della creazione, delle relazioni, della spiritualità. La richiesta di libera cooperazione in un contesto di auto-apertura dell’individuo è un corollario di questo sviluppo.”

Michel Bauwens

Terzo tema: Ridefinizione della cultura del Potere

Nell’ottica delle comunità di pratica e del fenomeno P2P sono necessari “capi di buona speranza” in grado di fare un passo indietro e lasciare che i sistemi spontaneamente producano ricchezza. La leadership in questi contesti (simili a quanto già teorizzato per le cosiddette “Organizzazioni a stella marina”)  è caratterizzata dal fenomeno del “catalizzatore”: il leader non è colui che interpreta, decide, implementa e controlla ma colui che è in grado di motivare e incanalare le energie (spesso spontanee ma non direzionate) dei collaboratori e successivamente è anche in grado (una volta che il processo è maturo) di tirarsi da parte per lasciare che il processo si evolva.  (cfr. Nonaka 1994, A Dynamic Theory of Organizational Knowledge Creation)

Quarto Tema: le Open Organizations

Sempre più aziende (in particolare nel mondo del sfotware) costruisco Team P2P che lavorano su prodotti Open Source (accessibili anche utenti esterni e da loro modificabili). La cosa che accomuna questi team è che il Project Manager non ha il controllo totale sulla progettazione, perchè la maggioranza delle decisioni sono prese dagli sviluppatori (che lavorano secondo un modello a rete, o anche a “piramide rovesciata” o ancora “bottom-up”) e spesso dagli utenti esterni. Il ruolo del PM sembra essere quello di garantire lo svoglimento del progetto e raccogliere i risultati,  ma il lavoro è svolto in completa autonomia dai progettisti, “dal basso” utilizzando la lettura del modello gerarchico. Questo permette alle aziende di creare prodotti migliori (la fase di “testing” avviene direttamente in rete), di accelerare il tempo di produzione del software, un costante dialogo con il cliente che lavora gomito a gomito con il team.
Il modello Open Source ( da qui Open Organizations) sembra avere un impatto economico oltre che sociale ma rimane applicabile, per ora, principalmente ai produttori di software.

Interrogativo: quali altre realtà organizzative potrebbero funzionare con la open?

Infine, un liet motiv della rivoluzione WEb sembra essere il fenomeno della Diffusione: la Rivoluzione web 2.0 è nata grazie alla ridondanza di info:

GERARCHIA = INFO SCARSA;

LEADERLESS = RINDONZA DI INFO

Si fissa una appuntamento  “in carne ed ossa” Giovedì 5 Febbraio ore 9.30 presso la Sede di Ariele in Via Vitruvio 43.

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Community management

Segnalo un’ulteriore riferimento bibliografico che ho incontrato mentre riflettevo su un corso di Team Coaching… La serendipità ci ha messo lo zampino. Credo che a breve lo avrò sottomano e se valido, produrrò una recensione

Community management. Processi informali, social networking e tecnologie Web 2.0 per coltivare la conoscenza nelle organizzazioni, di Rosario Sica e Emanuele Scotti, Apogeo 2007

In un’ottica peer, segnalo il blog degli autori, che si occupa degli stessi temi di cui ci occupiamo qui.

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