Archivio per la categoria arte 2.0

eterotopia 2.0

Con questo post intendo completare la trilogia incominciata con Conoscenza 2.0 e proseguito con Fahrenheit 2.0. L’argomento è, anzi sono, come si può immaginare, gli strumenti per la raccolta e la diffusione delle conoscenze.

L’idea mi è venuta leggendo un articolo di Luca Ferrieri apparso sul numero 4/2010 del Bollettino AIB, ovvero la rivista scientifica dell’Associazione Italiana Biblioteche. Il fatto che l’E-book sia l’anello mancante alla realizzazione definitiva della Biblioteca come eterotopia, ossia come luogo senza spazio mi ha fatto pensare a molti dei contributi apparsi sul Blog in questi ultimi mesi: la leadership orizzontale, il codice fraterno, da ultimo la peer production con l’ultimo post di Fabio Brunazzi: dove non c’è lo spazio, ma il rispecchiamento, non si creano forse le condizioni per la realizzazione nel concreto (e quindi non in una visione utopica) di queste condizioni? A suo tempo, in un mio commento ad un post, paventai il rischio di trasformare l’ambiente 2.0 in un luogo virtuale dove fuggire alle costrizioni della realtà. L’eterotopia, nell’accezione di Foucault, non è la realtà di tutti i giorni: come una nave ci porta in giro, fino a che non si trova l’approdo, il porto, il non-luogo; nella navigazione si è attraversati dall’esperienza della conoscenza, nel porto si ridiventa marinai.

L’e-book rappresenta quindi la completa trasformazione della biblioteca da raccolta di supporti fisici a luogo della sperimentazione: quali saranno le conseguenze? É evidente che non sarà solo un problema di device (come suggerisce la divertente clip che ho già presentato in precedente post), ne una fonte d’ansia per qualche inguaribile nostalgico della “carta” (peraltro i libri pubblicati negli ultimi due secoli, a differenza dei precedenti, sono comunque destinati ad avere breve vita per ragioni di qualità del materiale), ma la perdita della -teca, ossia lo scrigno, dove vengono conservati i beni preziosi che vanno esposti e resi disponibili con parsimonia.

Così gli archivi digitali, da luoghi di conservazione, diventano luoghi di interscambio e di nomadismo. Tutto bene quindi?

Accanto all’apertura, che rappresenta il compimento di questo processo, si possono vedere i rischi del controllo, ora più che mai pervasivo ed insinuante. Chi e cosa potrà garantirci dall’uso che si potrà fare dell’informazione che ciascuno di noi “cederà” in cambio dell’accesso? E come potremmo preservare la memoria, i tratti caratteristici delle nostre esperienze, affinchè non vengano sommersi nel brusio dell’informazione? Quanto e cosa arriverà di quanto è successo nel 2011 fra vent’anni? Che ne sarà delle opere digitali? Saremo in grado di recuperali, oppure saremo ostaggi del “Grande Fratello” orwelliano di turno? Ritornando al post ispirato dal Fahrenheit 451, non saremo alla realizzazione di ciò che il fuoco non riesce a raggiungere?, magari al di la delle intenzioni, solo per aver premuto un tasto sbagliato, oppure perchè il nuovo protocollo non riesce a leggere un supporto ormai obsoleto?

Come si vede i dubbi che vengono avanzati sono almeno tanti quanto le speranze. Al concludersi dell’anno dellla crisi e della rinascita del conflitto è molto difficile separare gli uni dagli altri.

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Fuori cornice

E’ il titolo di un libro uscito qualche anno fa, dove si parla di arte, ma collocandola non nelle abituali cornici, ma fuori, nel mondo. Gli Autori, Alessandro Dal Lago e Serena Giordano, ci raccontano di ex voto esposti in Santuari Mariani, di scarpe appese ai fili del telefono, di street art.

E la Torre (o meglio le Torri) di Watts (un sobborgo di Los Angeles.) dove un immigrato italiano, Sabato (americanizzato in Simon o Sam) Rodia costruì, fra gli anni ’20 e gli anni ’50 del secolo scorso,con materiale di recupero delle torri alte fino,a trenta metri.

La storia della persona si trova, oltre che nel filmato, su Wikipedia (che prende una delle sue rare cantonate definendo Rodia un architetto, quando non era altro che un muratore), e quindi non mi dilungo sulla sua vicenda.

Quello su cui vorrei invece ragionare è che si tratta di una produzione artistica fuori dal circuito, oltre che dalle “cornici”. Si tratta dell’opera della persona che parte da materiale privo di valore, che costruisce, come lui stesso creca di spiegare “I build the tower people like, everybody come”, per fare piacere alla popolazione, ed infatti chiama la sua opera “Nuestro Pueblo”. Il nostro villaggio. Si tratta dell’opera di chi è privo di qualsiasi conoscenza tecnica, analfabeta o quasi. Solo mosso da una sua ispirazione, quella “di fare qualcosa di grande”, in un luogo marginale, il ghetto nero di Los Angeles, che conoscerà negli anni a venire numerose rivolte (che però non presero mai come bersaglio questa opera, segno della sua integrazione nel tessuto sociale) , ed ancora oggi è un’area depressa cotraddistinta dall’emigrazione.

In questa opera si può cogliere l’intelligenza fuori dagli schemi, anarchica e collettivista, il lavoro manuale, artigiano (premoderno), la modernità (i materiali e le modalità di costruzione sono gli stessi con i quali venivano eretti i grattacieli) ed il post-moderno (l’uso dei materiali di recupero, il progetto che si sviluppa nel corso dell’opera), il bricolage.

In un percorso di singolare appropriazione e riconoscimento pubblico di un’opera privata. Tutto ciò a cosa ci fa pensare?

Un ringraziamento a Sabina

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