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Un tuffo nella storia e nel futuro di Leaderlessorg

Oggi lunedì 11, dalle 12 alle 14, abbiamo in Ariele un incontro del gruppo leaderless. Incontro in carne ed ossa dopo molto skype, ma soprattutto un’occasione di condivisione di quanto fatto fino ad oggi e di possibili nuovi start-up. Partecipano Paolo Bruttini, non-leader storico del gruppo, Fabio Brunazzi in un breve intermezzo italiano tra Panama e la East Coast, Stefano del Bene, uomo di  mare da Genova, Paolo Magatti, new entry di un certo peso e, ovviamente, Elisabetta Pasini animatrice e “padrona di casa” dell’incontro. Abbiamo inoltre invitato alcune possibili new entry sensibili ai nostri temi, alla ricerca di nuove sinergie dentro e fuori il gruppo.

Il programma prevede una serie di interviste narrative incrociate di Paolo Magatti ai membri “più anziani” del gruppo e sarebbe dunque una occasione importante per poter capire come abbiamo lavorato fino ad ora e cosa possiamo immaginare per il futuro. Da questo incontro può uscire fuori una prima riflessione sulla storia di Leaderlessorg e nuovi semi da coltivare per i progetti futuri.

Cercheremo di lasciare tracce del nostro incontro sui social network, in particolare twitter. Per interagire con noi in tempo reale scrivete su twitter @fabiobrunazzi

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Così vicino, così lontano

Che fine hanno fatto le distanze? Si sono diluite con la tecnologia e la tecnica, stinte nell’immediatezza . Oggi la lontananza non è più lontana. Non ci sono più luoghi o persone troppo lontane tutto oggi è immediato, a portata di click . Tutto ciò che un tempo era remoto ed esotico viene verso di noi, possiamo gustarlo, afferrarlo e sperimentarlo.

Distanza in tempo reale

La distanza tra fatti, esperienza, luoghi e la narrazione degli stessi sta tendenzialmente diminuendo. Oggi moltissime persone si fanno reporter di sè stessi e delle loro vite, parlano in prima persona nei social media, nei blog, attraverso contenuti multimediali. L’uso di una terza persona, di un alter ego, di un’identitità fittizia è nettamente meno diffusa di quanto paventato dagli studiosi dei nuovi media, psicologi in primis, che sin dall’emergere di questi nuovi strumenti di interazione sociale ci hanno sempre parlato di quanto siano rischiosi per i rapporti sociali e per l’identità individuale.

Ho passato gli ultimi tre anni vivendo in arcipelaghi remoti. In queste isole lontane dalla civiltà ho sperimentato stili di vita senz’altro differenti ma anche il vantaggio dell’essere quanto più autosufficienti possibile. Ma non ho certo vissuto nell’isolamento più totale, ho continuato a parlare con la mia famiglia settimanalmente, ho fatto acquisti online, visto film appena usciti nelle sale cinematografiche, ho studiato e collaborato con alcuni gruppi di ricerca e seguito i fatti di cronaca che più mi interessavano, senza esserne sommerso involontariamente. Questo non sarebbe stato possibile 10 anni fa. Le distanze di oggi non sono quelle di ieri ma sono pur sempre distanze, che mi hanno costretto ad uno sforzo maggiore nel narrarmi, per mantenere una connessione con gli altri. Quanto più l’esperienza e l’ambiente cambiavano tanto più trovavo necessario creare ponti tra prima e dopo, lontano e vicino, qui e là.

Non credo ci sia bisogno di attraversare oceani per sentire questa esigenza. Gli ambienti metropolitani, gli stessi luoghi di lavoro si stanno frammentando a tal punto che l’esigenza narrativa è una costante ben nota e studiata in differenti discipline, ma è soprattutto una pratica quotidiana. Le conoscenze e le informazioni di cui abbiamo bisogno possono non trovarsi nell’universo relazionale a noi più prossimo, bisogna andarle a cercare al di là, lontano ma vicino. Gli autori in questo blog narrano di alcuni mutamenti particolarmente interessanti, e lo fanno dal loro singolo punto di vista e a partire dalle esperienze quotidiane. Eppure spesso prendono spunti ed esempi da realtà distanti nello spazio i cui contenuti sono però a portata di mano e usufruibili. Anche qui su Leaderlessorg si creano ponti attraverso le narrazioni.

L’apertura alle narrazioni decentralizzate sta permettendo a molti di incontrare esperienze simili o antitetiche alla propria, un vero e proprio patrimonio di storie, un racconto delle vicissitudini di un collettivo sociale che cerca di ricostruire quelle radici comuni messe in crisi dall’abbattimento delle distanze

Un caso interessante

Qualche tempo fa Elisabetta Pasini ci ha consigliato di andare vedere un sito internet molto particolare. Si tratta di cowbird.com/ un contenitore di storytellers che qui trovano una piattaforma comune per creare e condividere le loro narrazioni. Secondo i creatori gli usi di cowbird possono essere molteplici anche se il più comune sembra essere: “Cowbird allows you to keep a audio-visual diary of your life, and to collaborate with others in documenting the overarching “sagas” that shape our world today.” I differenti utenti che scrivono in cowbird hanno la possibilità di entrare in un grande database di storie dove creare catene e contribuire a riscivere dal basso  una cultura esperienziale collettiva. la catalogazione delle storie avviene attraverso Tags, data e luogo per rendere possibili la ricerca e il recupero da parte degli utenti o dei lettori contribuendo alla formazione ancora una volta di una libreria di sapere ed esperienza condivisa, una folksonomia di storie. La differenza con altri social network ben più popolari è descritta al suo autore Johnathan Harris, con queste parole:

‘Cowbird rappresenta l’antitesi di Twitter e di Facebook. Ci sono i fast-food e ci sono i ristoranti slow-food. Gli hamburger e le patatine fritte piacciono a tutti. Ma alla lunga ci rendono obesi. Provocano il diabete. Ci fanno ammalare. Sono convinto che certi siti di social network producano danni simili al nostro cervello. Dobbiamo imparare a mangiare meglio. Fuori di metafora … dobbiamo ricominciare a pensare.”

Condivisibile o meno, Harris non ha fatto altro che racchiudere in un contenitore un fenomeno che già aveva cominciato a prendere forma attraverso la pubblicazione di blogs e pagine personali e dalla necessità sempre più impellente di narrare le proprie esperienze. Quella necessità, vecchia quanto l’umanità stessa, di creare ponti per superare le distanze.

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Centesimo post (a 12 mani)!

Iniziammo cosi, come in un’avventura. Con la voglia di capire come cambiare il mondo..
Entrammo in una nuova dimensione, di cui parlavano solo stregoni cibernetici, senza mappa e senza bussola. Piano piano si aggiunsero nuovi adepti… il Verbo (virtuale) si diffondeva…  Aumentando di numero aumentammo anche di forza, che cercammo di sfruttare per sostituire vecchie credenze con nuove speranze.

Pensavamo la LEADERLESS ORGANIZATION fosse una alternativa all’azienda strutturata gerarchicamente, ora crediamo sia un’area di liberta’ creative nell’azienda, un virus dall’interno. L’azienda social e’ una membrana tra interno e esterno, e assume significato (e valore) dal dialogo interno-esterno.  L’ansia da esercito in trincea si trasforma in ansia da campo aperto, paura dello sconosciuto, trans-identita’.

E’ la sfida che stiamo affrontando in questo Blog, speriamo anche con il tuo aiuto.

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Fratelli d’Italia

Se parliamo di organizzazioni, senza leader, o meglio senza capi, allora bisogna chiedersi che fine fanno i capi. Poiché è facile immaginare che organizzare risorse significa fare i conti con il potere, organizzazione e management sono cose procedono di pari passo. Ma noi sosteniamo in queste pagine che le strade possono divergere, dunque il problema è dove vanno a finire i capi, quelli che c’erano prima, all’inizio della storia.

Mi sono posto questa domanda perché sto leggendo il bel volume di Kaes Il complesso fraterno edito presso Borla (2010). Sono arrivato a questo volume per un’intuizione che riguarda il legame tra i codici affettivi e le organizzazioni 2.0. Mi sembra che se le organizzazioni tradizionali del tipo comando e controllo sono caratterizzate dai codici paterno e materno, lo stesso non si possa dire delle nuove organizzazioni. Sono paterne le organizzazioni in cui prevale la performance o il rispetto delle regole. Materne quelle in cui prevale la cura e la solidarietà. Mi sono confrontato con il mio amico Massimo Bellotto autore nel 1991 insieme a Giancarlo Trentini del bel modello sulle culture organizzative da cui ho tratto questa concezione. Concordiamo nel ritenere che il nuovo scenario preveda l’avvento di un nuovo codice affettivo: quello fraterno. Stiamo cioè assistendo allo sviluppo in questa nuova fase di modelli relazionali non più ispirati ai codici affettivi propri del triangolo edipico (paterno e materno) ed al complesso corrispondente, per usare un linguaggio psicoanalitico.  Le nuove organizzazioni vedono il prevalere di un altro complesso la cui natura è ancora oggetto di studio: il complesso fraterno.

Nella lettura che ne dà Kaes il complesso fraterno è un organizzatore psichico inconscio del legame fraterno. Il legame fraterno è il rapporto affettivo che si stabilisce con i pari, nei gruppi, all’insegna della cooperazione, ma anche della rivalità, del conflitto e della solidarietà.  La tesi ardita dell’autore è che tali relazioni, che noi conosciamo o che abbiamo sperimentato, derivino da un complesso (fraterno) di importanza analoga a quello di altri complessi oggetto dell’indagine psicoanalitica: quello edipico sopra tutti. In altre parole questo significa che il nostro abitare le nuove organizzazioni P2P ha a che fare con il rapporto che ognuno di noi ha con i fratelli, reali o immaginari, che abbiamo interiorizzato. Intrusione, rivalità, invidia, gelosia, desiderio, sfida sono le dimensione che la fratria ci impone di considerare.

Un tema importante è anche l’elaborazione della morte dei genitori, che rappresenta la dimensione di confine tra i vecchi ed i nuovi modelli organizzatori del legame in una famiglia. L’analogia con l’impresa è del tutto necessaria. Introdurre i temi P2P in un’azienda significa fare i conti con la scomparsa delle figure paterne o materne. Padri e madri che potrebbero non aver nessuna voglia di cedere il passo, e dunque importare nella scena psichica fantasie di persecuzione e vendetta. Questo è il motivo per cui le community di certe aziende repressive non decollano, nonostante le buone pratiche di coinvolgimento di gruppi di redattori, autocandidati come promotori della community stessa. Questo può essere uno dei motivi per cui si teme di esprimere il proprio punto di vista, concependo una relazione non solo gerarchica, verso padri e madri che non ci stanno a farsi da parte. Questo è il motivo dell’energia esorbitante che ho rilevato personalmente nelle poche imprese autenticamente 2.0 in Italia. Casi isolati che sono possibili perché i capi si pensano, usando il nostro linguaggio, più come fratelli maggiori, che come padri (o patrigni). Pronti a favorire l’espressione, la scoperta, il desiderio, il divertimento. Pronti a  fare i conti, con l’invidia, la gelosia, la rivalità che la relazione tra fratelli comporta.

Allora mi viene da dire “svegliamoci” come diceva Benigni nella serata sanremese. Libertà, uguaglianza e fraternità nel segno di una rivoluzione di pari.

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La tradizione democratica

Sto finendo di leggere un interessantissimo libro, “La funzione dell’orgasmo” di Wilhelm Reich; è l’opera più importante (insieme all’”Analisi del carattere”) e più famosa di questo istrionico e geniale autore,e ha come argomento centrale la trattazione della dipendenza diretta tra salute psichica e potenza orgastica. Ma non è di tale relazione che voglio parlare.

Nell’introduzione di questo scritto Reich (da buon studioso delle masse) fa un discorso di ampio respiro riguardante la democrazia. La definisce, descrive le dinamiche in essa contenute, e poi ragiona su una cosa: “La vera democrazia” dice Reich, “è un processo di lotta continuo, con i problemi posti dall’incessante sviluppo di nuove idee, di nuove scoperte e di nuove forme di vita. Lo sviluppo verso il futuro è ininterrotto e in interrompibile, soltanto quando ciò che è vecchio e senescente –ciò che ha svolto il suo ruolo a un livello precedente dello sviluppo democratico- è sufficientemente saggio da far posto a ciò che è giovane e nuovo e da non soffocarlo richiamandosi alla dignità o all’autorità formale”.

Da pisciarsi dalle risate.

Questo austriaco vissuto 70 anni fa intende come positivo, florido, arricchente per un sistema sociale democratico, il  fatto che “ciò che ha svolto il suo ruolo” debba essere sufficientemente saggio “da far posto a ciò che è giovane e nuovo”, e deve addirittura evitare di non nascondersi dietro a sistemi formali e burocratici, in cui troverebbe certamente scappatoie per incrementare il proprio potere (certo le ha messe lui). Per garantire un sistema democratico, ciò che è passato, obsoleto, non più aderente alla realtà, non più adatto ad affrontare le problematiche correnti, deve farsi da parte per poter far affermare nuove forme organizzative che, grazie a diverse chiavi di lettura, diverse visioni, diversi strumenti, conoscenze, modi di fare, hanno possibilità di riuscita. Non “maggiori possibilità di riuscita”, ho detto “possibilità di riuscita”.

Quindi questo psicologo, tra l’altro scomunicato e morto da pazzo (cattiveria inventata e infondata), non ha alcun rispetto per la tradizione?! Non esattamente.

“La tradizione è importante” dice l’orgonomista, “essa è democratica quando adempie alla sua funzione naturale che consiste nel trasmettere alla nuova generazione le buone e cattive esperienze del passato, cioè nel metterla in condizione di imparare dai vecchi errori, e di non commettere di nuovi dello stesso genere. La tradizione uccide la democrazia quando non lascia alla nuova generazione la possibilità di scelta, quando tenta di imporre che cosa debba essere considerato <buono>o <cattivo>. La tradizione dimentica spesso e volentieri di aver perso la capacità di giudicare ciò che non è tradizione.”

Altre risate (isteriche).

Trovo difficile immaginare uno scenario in cui la “tradizione uccide la democrazia”, in fin dei conti chi scrive lo fa nel periodo fascista, per di più in Austria; oggi siamo in un altro mondo, c’è più libertà, ci sono più possibilità, è evidente che l’avvertimento lanciato in questo libro è stato accolto. Per fortuna che in 60 anni si è riusciti a progredire, a evolvere e a auto- organizzarsi in base ai meriti, alle conoscenze, ai risultati ottenuti.

Meno male che la “tradizione non ha ucciso la democrazia”, se no pensate come saremmo messi.

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Bollenti spiriti

BOLLENTI SPIRITI

Bollenti spiriti, principi attivi, cosa vi fanno venire in mente queste parole? forse una rock band, o un serial tv, oppure una marca di detersivi…. certamente non pensate a un assessore…. Eppure si tratta proprio di questo: Bollenti Spiriti è un servizio dell’assessorato alle politiche giovanili della Regione Puglia nato nel 2005 per sviluppare le risorse giovanili del territorio “partendo dal basso”, per usare un termine forse abusato ma sempre gradevole,  e Principi Attivi è un nuovo bando di concorso sviluppato dalla regione per il finanziamento diretto di progetti ai giovani. Ho scoperto Bollenti Spiriti di recente, anche se Annibale D’Elia che fa parte del team è un amico di lunga data: abbiamo iniziato il progetto, dice Annibale, ponendoci una domanda fondamentale: ci siamo chiesti non perchè i giovani se ne vanno dalla Puglia, ma perchè ci rimangono. Perchè, nonostante la disoccupazione, la mancanza di prospettive, l’arretratezza culturale, la televisione, Padre Pio, ci sia ancora qualcuno che pensa di poter fare qualche cosa di interessante quaggiù; e soprattutto, che cosa pensa di poter fare.

Non voglio raccontarvi tutto quello che ha fatto e che sta facendo il team di Bollenti Spiriti,  lo scoprirete da soli se ne avete voglia, anche perchè trovate  un sacco di cose su di loro sul web. Voglio solo prendere in prestito da Annibale qualche concetto che ha introdotto nelle sue interviste, e che mi ha colpito particolarmente perchè, udite udite, fa pensare che la leaderless org si stia facendo strada persino nella pubblica amministrazione… e allora forse, dopo tutto, non è un’idea così bizzarra, no? Ad esempio, dicono i BS che bisogna porsi come obiettivo l’eliminazione della divisione tra chi sta dentro e chi sta fuori – dalle stanze del potere, si intende – distinzione non solo ingiusta, ma anche anacronistica e anti-economica, e fare in modo che le risorse arrivino direttamente a chi ne ha bisogno e soprattutto a chi ha un progetto in testa. E l’unico modo per farlo è coinvolgere direttamente e per davvero i giovani, andandoli a cercare sul territorio e cercando di capire che cosa hanno in mente ma anche nel cuore, perchè “quando vuoi bene davvero a qualcosa non accetti che qualcun altro decida per te”.
Mi viene in mente allora che forse bollenti spiriti significa capire “cosa bolle in pentola” rivolgendosi  allo spirito, alle idee, alle speranze, di tutte quelle generazioni che nonostante i bei discorsi sulle politiche giovanili sono costrette da troppo tempo a stare alla finestra a guardare “la banalità del male”, se mi lasciate passare la dotta citazione, che si muove indifferente intorno a loro.

Tutto questo somiglia in modo impressionante a ciò che sostiene il mio amico David Graeber, nel suo libro “Frammenti di un’antropologia anarchica”: che, quando chiedi un pò in giro, tutti pensano che  l’anarchia sia una bellissima cosa, ma che tuttavia sia un’utopia irrealizzabile. Perchè sarebbe bellissimo poter vivere in un mondo dove  tutti possono contribuire a prendere decisioni in modo comunitario, autonomo e responsabile, senza un centro di potere che decide per tutti, senza prevaricazioni e senza privilegi, ma purtroppo questo è impossibile. Ma, se ci giriamo indietro a guardare il nostro passato remoto, vediamo che è stato possibile eccome per un bel pò di tempo nella storia dell’umanità. E se riflettiamo bene pensando al nostro futuro, non possiamo non vedere come il modello decentrato del web, fondato sulla condivisione delle idee e sulla responsabilità sociale sia molto più funzionale del verticismo gerarchico statalista, che irrigidisce e porta all’immobilità.

Tornando a BS, tutto questo emergere di creatività e di nuovi progetti nel mondo giovanile – che ci sono davvero, vedere per credere –  farà della Puglia una nuova California? Assolutamente no, risponde Annibale al cronista che gli fa questa un pò scontata domanda, l’obiettivo non è diventare la California, ma diventare la Puglia, cioè vedere come delle cose un pò astratte come innovazione, rete, progettualità, possono diventare delle cose vive che entrano a far parte della vita quotidiana delle persone e alimentano le loro speranze verso il futuro.

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Blogging remotely: come mandare avanti un blog di gruppo? #1

Questo blog è il frutto del lavoro congiunto di cinque teste pensanti (oltre ai loro corpi ovviamente) e come gruppo di lavoro ci stiamo rendendo conto di quanto complesso sia avere come oggetto di lavoro un medium tecnologico come il Blog.

I blog di grande successo sono generalmente legati ad una personalità forte, solitamente guru carismatici dotati di forte reputation, che quando e dove lo desiderano postano e modificano il blog. Ma quando è un gruppo a postare, editare, amministrare, insomma prendere decisioni, cosa succede? Si comporterà come qualsiasi gruppo di lavoro che si incontra fisicamente alle riunioni o nelle mitiche cantine? Che cosa comporta lavorare da casa (o dall’ufficio nei momenti di pausa, o dal mare nei momenti di eccessivo relax), in pigiama, costume, gessato o tailleur? Cosa succede alla leadership quando si vuole costituire un gruppo leaderless (senza posizioni gerarchiche istituzionalizzate)? Che ruoli, compiti, attività è necessario creare?

Il vertice di osservazione parte da questo blog, ma credo che si tratti di un discorso estendibile a tutte quelle attività che vedono i partecipanti offrire contributi attraverso il WEB. Di più, per circoscrivere il campo d’indagine consideriamo gruppi di persone che si conoscono reciprocamente ma che non hanno la possibilità di incontrarsi con frequenza, a causa di barriere geografiche o di impegni lavorativi. Aggiornare wikipedia, per esempio,  non comporta un legame relazionale tra me e chi verifica i contenuti  (che può anche crearsi in seguito a partire dal dialogo). Quello che lega gli autori di questo blog è una conoscenza reciproca abbastanza consolidata nel tempo, ma una relazione principalmente telematica e che ha a che fare con un oggetto modificabile in qualsiasi momento e da qualsiasi luogo (chi posta per primo? ogni quanto pubblicare un post? ma questo widget lo mettiamo o no?). Questo significa botta e risposta via mail infiniti, contatti skype o con altri sistemi di networking, ma anche riunioni face to face (sporadiche e rubate a gran fatica al corso normale delle vite di ciascuno), dove spesso la grande mole di elaborazione svolta individualmente non trova tempo e spazio per essere “smaltita”.

E’ un problema di strumento di lavoro (il Web) o di leadership? Quale leadership nel Web 2.0?

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