Archivio per la categoria Società 2.0

Ma chi ha detto che non c’è?

Da tempo non uscivano articoli su questo blog…. ma oggi è una giornata particolare, il giorno dopo le elezioni, e dato che penso che ce la siamo cavata mica male mi sembrava giusto, in qualche modo celebrare, con un contributo pubblicato sul n.21 della rivista Educazione Sentimentale dedicata a Polis e Politica :))))

e poi c’è la voglia di riprendere il discorso, che non è si è mai interrotto, in realtà, ma è rimasto sottotraccia, come spesso capita ai movimenti, cercando altre strade, altre connessioni….. con chi ci sta, nel futuro :))))

2014-01-24 19.08.11

“Sotto il pavè spiagge infinite!”: tra tutti gli slogan dei movimenti del 68 questo è sempre stato il mio preferito! Bastava chiudere gli occhi per immaginarle, quelle spiagge, e la certezza della loro esistenza serviva anche a dare un senso a qualche ciottolo divelto dal pavé.

Mi piace perché contiene una potente idea di futuro: la forza dell’immaginazione, capace di dar forma all’ignoto, e corpo e sostanza a un pensiero ancora vago e incerto.

“We have to be better at believing the impossibile”, ha sostenuto qualche anno dopo Kevin Kelly, uno dei piu’ famosi guru del web. E’ possibile che la tecnologia, da sola, non possa risolvere tutti i nostri problemi; ed è anche possibile che abbia in parte contribuito ad aumentarli. Ma sono fermamente convinta che le nuove tecnologie siano state, negli ultimi vent’anni, il più grande serbatoio di innovazione, non solo tecnica ma anche e soprattutto per la costruzione di nuovi legami sociali; e che sia solo attraverso la comprensione di queste nuove potenzialità, che si stanno oggi manifestando in tutto il mondo attraverso le innumerevoli spinte al cambiamento che si impongono in maniera imprevista all’attenzione collettiva, che il potere dell’immaginazione possa emanciparsi da un presente angusto e restituirci la capacità di progettare il futuro.

Uno dei temi che mi hanno maggiormente appassionato in questi ultimi anni è quello delle cosiddette “leaderless organization”, nuovi modelli “orizzontali” di relazione che assumono forme diverse, nei fermenti rivoluzionari che attraversano la polis e nelle nicchie di imprenditoria creativa che producono innovazione. Perchè leaderless organization non significa, lo abbiamo detto tante volte, organizzazioni senza leader, ma piuttosto strutture organizzative decentralizzate, mobili e fluide, che funzionano senza un centro unico di direzione e controllo, e nelle quali la presa di decisione avviene piuttosto attraverso meccanismi di condivisione e di consenso collettivi. Oggi queste esperienze continuano a moltiplicarsi, in forme nuove e con effetti imprevedibili: movimenti che appaiono e scompaiono improvvisamente senza che nessuno ne avesse previsto la nascita, o almeno cosi sembra perché il loro metabolismo rimane in realtà sotto traccia, visibile solo a chi ha voglia di esplorarne i contorni. Sempre più spesso sentiamo parlare di organizzazioni senza leader, o con una leadership “circolante e condivisa”. Tuttavia, non è la funzione di leadership che viene eliminata, ma il suo irrigidimento in una struttura che tende a renderla una funzione istituzionale piuttosto che un elemento propulsore di cambiamento.

Una prima evidenza: il contesto della leadership è profondamente cambiato negli ultimi anni, e gli esempi di questo cambiamento sono evidenti in tutti i settori, in politica, nella cultura di impresa, nell’economia. Ma il grande acceleratore delle dinamiche della leadership sono state le nuove tecnologie di comunicazione, che hanno sottratto potere ai leader e ampliato le possibilità di partecipazione dei follower, consentendo in molti casi di svelare che, sotto la maschera, “il re è nudo”. Dalla campagna presidenziale di Barack Obama nel 2008 ai movimenti della primavera araba, la partecipazione diretta ha portato all’attenzione generale un fenomeno semplice ma assolutamente non scontato: il potere che si può annidare in un unico click, da cui anche i piu potenti tra i leader si trovano ormai a dipendere. Cresce dunque la sperimentazione e la popolarità dei movimenti, come ad esempio quello di Occupy, che si professano apertamente “leaderless”, con portavoce che ne interpretano momentaneamente le istanze. David Graeber, nel suo libro The Democracy Project, racconta la nascita e crescita del movimento Occupy di cui è uno dei rappresentanti, e sottolinea come la ricerca e messa in pratica di relazioni “orizzontali” per la presa di decisione e il consenso passino proprio attraverso la sperimentazione di nuove forme di dialettica tra micro e macro gruppi, tra relazioni reali e virtuali, nelle quali la discriminante fondamentale è la ricerca del consenso e la rinuncia a mettere in atto logiche di potere verticali fondate sul principio di maggioranza.

Sono convinta che oggi, alla prova dei fatti, la ricerca di leadership forti sia non solo nefasta, ma che si stia rivelando anche abbastanza inutile. È evidente che oggi i leader scarseggiano, eppure ne abbiamo una gran nostalgia. Però, non ne abbiamo bisogno, perché esiste ormai una consapevolezza diffusa, anche se non esplicitata, che la soluzione dei nostri problemi non può venire dall’accentramento delle decisioni nelle mani di qualcuno, ma deve passare attraverso la partecipazione, la condivisione, l’assunzione di responsabilità collettive dirette, tutte cose che portano necessariamente a rivedere i meccanismi di rappresentanza  della politica tradizionale e i modelli di impegno sociale. Oggi è più importante fondare una nuova idea di “citizenship” e immaginare nuove forme di “social engagement” che affidarsi a un condottiero. E tuttavia, continuiamo ad aspettare un messia: e quindi cerchiamo un leader, e quando lo abbiamo trovato lo mettiamo su un piedistallo e subito dopo cerchiamo di buttarlo giù.

Ma di cosa abbiamo veramente bisogno, di leader o di capri espiatori?

Seconda evidenza: oggi siamo profondamente combattuti tra l’esigenza personale di esprimere il proprio “talento” (una parola certamente abusata…)  e le spinte sociali a essere sempre più progettuali da una parte, e la necessità di mettere costantemente in pratica meccanismi di collaborazione e di condivisione dall’altra. Il percorso dell’identità si gioca in buona parte su questo scarto: da una parte il soggetto ancorato alla sua individualità, in oscillazione perpetua tra l’universo frustrante e depressivo del bisogno e il campo mobile del desiderio; dall’altra, la necessità di un’appartenenza fluida, dinamica, capace di raccogliersi intorno a nuclei di valore e di significato e di condividerli con altri, per farli diventare elementi propulsori di cambiamento. In fondo, l’universo mobile dei social networks e le nuove forme espressive del mondo digitale ci indicano proprio questo come dato fondamentale: la progettualità è, può essere, deve diventare sempre più, un valore di scambio collettivo.

Per chiudere, una definizione di azione politica mutuata da David Graeber in una intervista, che ho sempre trovato molto condivisibile: “La ragione principale per cui sono anarchico è perché credo che siamo in debito verso il mondo, dato che tutto ciò che usiamo, mangiamo, facciamo, ci è stato data in dono da altri che sono venuti prima di noi. Credo anche che nessuno possa dirci come ripagare questo debito. La scelta di come combattere per l’uguaglianza e la giustizia dipende fondamentalmente da ognuno di noi.”

 

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piazza tahrir, piazza montecitorio

Gli avvenimenti di questi giorni, conseguenti all’elezione del Presidente della Repubblica (Italiana) mi hanno fatto venire in mente alcune cose successe negli ultimi tre anni, in varie parti del mondo (Medio Oriente, Penisola Arabica, Spagna, Stati Uniti, e forse qualche altrove che sfugge all’occhio globale dei media).

Ariele ha provato a ragionare sulla “polis”, da ultimo in un’interessante Conference: Presenti Sommersi Futuri Presenti, all’interno delle quale ho partecipato, fra l’altro ad un workshop su “2.0 e comunità”. Fra i pensieri emersi mi sembra sia molto d’attualità il tema della partecipazione politica tramite il “web 2.0”: è sin troppo facile andare alle pratiche del Movimento Cinque Stelle, criticandone gli aspetti manipolatori e regressivi dal punto di vista dello sviluppo di una coscienza civile, ma alcuni aspetti a mio parere meritano un approfondimento, evitando i toni liquidatori apparsi negli ultimi giorni a sancire una “sconfitta” della rete, dovuta alla capacità dell’apparato politico tradizionale di riappropriarsi dello “scettro” cadutogli improvvisamente di mano.

Tornando al titolo del post, confesso che esso nasce dall’osservazione dei vari video “virali” che descrivevano il comportamento della “piazza” di fronte ai vari passaggi di quello, da qualcuno definito uno “psicodramma”, che è successo nelle giornate precedenti l’elezione di Napolitano. Ad un certo punto mi è scappato un “ma è come Piazza Tahrir” nel senso che l’impressione che da uno “sciame” di comunicazione si sia creato in maniera spontanea un’aggregazione di corpi accomunati da un bisogno fondamentale: manifestare contro l’esistente e ciò che si stava costituendo: io stesso vi sono stato in parte coinvolto, anche nella mia città (Genova) in genere poco “movimentista” (e “movimentata”) si è creata una piccola piazza indignada.

Si sta affermando anche in Italia il modello di Tahrir, di “occupy” di “puerta del sol e del m13”? In un loro recente saggio Negri e Hardt si sono chiesti come mai in Italia non si fosse fino ad oggi affermato un movimento paragonabile a quelli sviluppatisi nei paesi arabi o in Spagna o in Usa etc, dandosi questa spiegazione: la capacità del sistema politico è ancora forte, e quindi è ancora in grado di contrapporre un modello di azione politica proprio del partito, sia pure adattato ad una concezione meno rigida del passato, assieme . E poi in Italia ci sarebbe una tendenza patologica a rivolgersi alla figura “paterna” una mancata liberazione dal complesso edipico a livello di “cultura nazionale”, anche in quest’ultimo frangente, l’arrivo di Beppe Grillo a riportare ad un ordine gerarchico le schegge impazzite, va in questa direzione.

In un successivo post vorrei allargare il ragionamento partendo dall’analisi di Freud (“Psicologia delle Masse”) fino ad arrivare a Manuel Castells.

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Occupy Sandy: il riciclo al tempo dei network

Ho soppesato per un secondo la parola “riciclo” prima di utilizzarla nel titolo. Devo confessare che anche se mi considero piuttosto ecologista la mia mente continua a portarsi dietro un’associazione negativa della parola “riciclare”. Riciclato è qualcosa di non originale, non innovativo, non nuovo. Ma così com’è arrivata, l’associazione negativa è stata subito ricacciata indietro. Riciclare è etico, bello e funziona. E si può fare anche con i network.

Vi ricorderete senz’altro dell’esperienza Occupy Wall Street, “We are the 99%”. Ne avevo scritto su questo blog circa un anno fa e la vicenda ha avuto ampio spazio nell’opinione pubblica mondiale, come esempio di un’efficace e ampia forma di mobilitazione sociale e politica. L’entusiasmo e la resistenza al rigido inverno newyorkchese sono scemati tra gli occupanti dello Zuccotti Park (e del resto degli Stati Uniti) che avevano dato vita a questa prima spettacolare protesta, ma l’esperienza è stata capitalizzata con la creazione di un network permanente, interoccupy.net .

Il network cerca di favorire la comunicazione tra individui, gruppi di lavoro e le Assemblee Generali locali, che sono la spina dorsale del movimento. Le Assemblee Generali dichiarano di “utilizzare la democrazia diretta e i processi decisionali di tipo orizzontale al servizio degli interessi del 99%”. Quello che si è spontaneamente creato e sviluppato a partire dai giorni della protesta ha preso la forma stabile di un network di gruppi di lavoro impegnati su diversi fronti. Esiste un network, ora usiamolo! Il Coordinamento è stato il bisogno intorno a cui è nato IO:

InterOccupy (IO) is an interactive space for activists looking to organize for global and local social change. By October 2011, the Occupy Movement in the US was in full swing with hundreds of encampments spread across vast distances. The need for a robust communication network became apparent when camps had trouble contacting one another in order to share important information about the suppression of the movement.

L’utilità della tesorizzazione di un’esperienza di network orizzontale si vede nelle azioni di aiuto e volontariato nelle zone martoriate dall’uragano Sandy: intere porzioni di città ancora senza elettricità, attività commerciali annientate dall’ingenza dei danni, mancanza di generi di prima necessità. In questo scenario la risposta delle autorità è presente, ma come spesso succede è lenta e inefficace a coprire interamente i bisogni di una comunità in seria difficoltà. Occupy Sandy è una delle entità coinvolte nel sostegno alle comunità colpite dal dramma dell’uragano, e a quanto pare ci riesce molto bene grazie all’efficacia del coordinamento orizzontale sviluppato nei mesi della protesta.

La scorsa domenica ho partecipato con la mia ragazza ad un’azione di volontariato per Occupy Sandy. Avere un’auto con carburante in questi giorni a New York City è da considerarsi un privilegio e Kate ha pensato che potesse essere di grande utilità. Il centro di Occupy Sandy a cui ci siamo rivolti per offrire questo prezioso aiuto è situato in una chiesa in Brooklyn. L’edificio ospita un centro di raccolta e coordinamento degli aiuti che vengono poi smistati nelle aree disastrate. Questi centri sono situati in differenti zone della città per una maggiore capacità di raccolta delle donazioni. Nel modello dei network orizzontali non esiste un Centro sovraordinato, ma tanti nodi che svolgono una funzione territoriale indipendente ma coordinata e che permettono di organizzare i diversi aiuti individuali. C’è chi dona del cibo e beni di prima necessità, chi tempo e forza lavoro, chi vuole cucinare, chi ha un’automobile, e così via.

Il centro di raccolta aiuti brulicava di gente riunitasi con le più svariate qualifiche e disponibilità, una catena umana andava dal marciapiede fino all’interno della chiesa passandosi le provviste, persone andavano e venivano dalla cucina o dai banchi di distribuzione, ragazzini entusiasti cercavano di rendersi utili. Appena scoperto che avevamo un’auto e desideravamo condividerla siamo stati registrati attraverso i computer e ci è stata affidata la missione di consegnare due assistenti sociali e una serie specifica di provviste per una zona di Brooklyn chiamata Red Hook. I coordinatori degli aiuti sembravano avere una chiara idee di cosa servisse e dove, in modo da canalizzare e distribuire efficacemente le risorse e le provviste. Insieme ai due assistenti sociali abbiamo consegnato candele, torce elettriche, medicine, dentrifrici e spazzolini, pannolini e prodotti per l’igiene infantile. A missione compiuta abbiamo riportato telefonicamente al centro di coordinamento l’avvenuta consegna.

Il modello e le relazioni createsi nell’esperienza di Occupy Wall Street sembrano aver portato ad un network coordinato in grado di rispondere a diversi scopi ed esigenze. Esiste senz’altro una vision di fondo, legata a quanto sperimentato nel corso della mobilitazione politica dell’autunno scorso, ma il modello di processo decisionale orizzontale e la democrazia diretta sembrano oggi rispondere a diverse esigenze che gli attivisti di volta in volta mettono in campo. La Rete e i siti web servono come centro di coordinamento e informazione ma sono poi le persone reali che spendono tempo e energie per portare a termine le differenti missioni. Gli aiuti alle popolazioni colpite da Sandy offrono un’arena di confronto tra modelli gerarchici e modelli orizzontali. Questi ultimi si stanno dimostrando efficaci nella risposta ad una situazione di crisi grazie alla rapidità delle azioni e alla flessibilità organizzativa garantite da una collaudata funzione di coordinamento. Un modello da imitare e “riciclare”.

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Sei facili passi per scongiurare il collasso della civiltà

[saltate direttamente al minuto 4:40, per questo lungo ma interessante video]

Sembra impossibile immaginare che tutto quello che ci circonda, gli edifici, la conoscenza, la nostra immensa cultura possa essere spazzato via. Ma questo è esattamente quello che pensavano i Greci, i Romani, gli Atzechi e tutte le civiltà che si sono susseguite nel corso della storia dell’umanità.

David Eagleman è un neuroscienziato, ma la sua brillante carriera accademica non limita i suoi campi di indagine ed interesse. Come divulgatore scientifico e autore letterario ha pubblicato diversi libri e in Why The Net Matters si spinge ad indagare come la Rete possa essere utile ad evitarci un collasso di civiltà.

Il tema è interessante e le lezioni da lui tenute in diversi momenti su questo tema sono  brillanti e popolari online. La perplessità che mi è sorta riguardo alle sue teorie è se possiamo davvero parlare di Civiltà nell’ultimo secolo e ben prima dell’avvento di internet. Di quale stiamo parlando? Di quella Americana? Occidentale? Araba? Il processo di globalizzazione è ben più vecchio della creazione e distribuzione della Rete, e la collaborazione tra nazioni e i mezzi di trasporto hanno permesso per esempio di salvare la civiltà ebrea (non so se il termine è corretto ma si applica a questo contesto) dalla scomparsa, sebbene le perdite siano state comunque ingenti. E in quel caso alla Rete ancora nessuno ci pensava.

Eagleman è abile divulgatore e commerciante di sapere e sa prendere una paura comune come il “Collasso della Civiltà” per parlare di temi che altri prima di lui avevano ben trattato e divulgato. Anche se la Rete non è necessariamente ciò che ci salverà da un collasso è indubbio che può aiutare moltissimo, forse non soltanto a salvare noi stessi ma anche un pò l’economia e chissà, il pianeta.

Qui i sei punti che Eagleman individua e discute:

1. “Non tossirsi addoso” Microbi e virus detengono il record per esseri umani (e non solo) uccisi nel corso della Storia. Sono responsabili in massima parte della scomparsa di alcune Civiltà, come per esempio quelle sudamericane. Con la Rete oggi siamo attrezzati ad un intervento più tempestivo e con lo sviluppo del telelavoro e della telemedicina possiamo starcene a casa contenendo la diffusione delle epidemie in luoghi di lavoro e ospedali.

2. “Non perdere le cose” Il tempo di disastri come l’incendio della biblioteca di Alessandria è molto lontano e con la digitalizzazione delle informazioni, la ridondanza dello stoccaggio e l’accessibilità  sarà sempre più difficile “perdere conoscenza”, oltre al vantaggioso risparmio di spazio e “alberi”. Nel corso della storia molte scoperte come la vaccinazione sono state riscoperte in tempi e luoghi differenti. Da oggi questo sarà evitato grazie al principio “distribute don’t reinvent”

3. “Dillo a tutti più in fretta” Ovvero oggi con la rete possiamo muoverci più in fretta dello Tsunami. La civiltà minoica perì per mancanza di un sistema di allarme tsunami che ora abbiamo. Dopo il disastro del Sud Est asiatico è partita l’implementazione di sistemi di rilevamento e comunicazione di imminenti pericoli. Innumerevoli haitiani nel recente terremoto sono stati salvati da ushahidi.com, che aggrega le comunicazioni via cellulare sul campo in tempo reale. Non soltanto la comunicazione, ma l’assenza totale di comunicazione, ovvero un “buco” nel normale flusso di informazioni proveniente da un’area può dare l’allarme di un possibile disastro o comunque di una preoccupante anomalia.

4. “Mitiga la tirannia” Il crollo dell’Urss è stato reso inevitabile dal controllo dei media da parte dello Stato. La mancanza di libertà di informazione ha portato a un errore  come il Lysenkoismo, che ha promosso per amicizie politiche una teoria erronea della coltivazione del grano su 13 fusi orari, creando milioni di affamati e l’impoverimento del suolo. L’impatto del web nella politica è un nuovo e evidente vantaggio che sta contribuendo ad una democratizzazione di molti. La Cina e Cuba stanno compiendo una grande lavoro di censura sulla Rete, e anche se la decisione di Google di non offrire un servizio censurato agli utenti cinesi non cambierà la politica Cinese, è un messaggio di boicottaggio importante (e una grande pubblicità).

5. “Metti insieme più cervelli a risolvere i problemi” Imbottigliare il  capitale umano mette a repentaglio il futuro. Rendere invece la conocenza aperta al pubblico e condividere i temi di ricerca aiuta a creare un network collaborativo di menti aiutando a contenere i costi della ricerca scientifica. I corsi aperti online permettono di l’istruzione superiore accessibile a tutti, abbattendo alcuni costi dell’istruzione. Il Crowd Problem solving è in fase di avanzata di sperimentazione in siti come PatientsLikeMe, che oltre a rispondere al bisogno di appartenenza e social networking degli ipocondriaci contribuisce alla diffusione dell’informazione sui trattamenti delle malattie. Foldit (folding delle proteine​​) permette a tutti di contribuire allo lungo e costoso studio delle proteine attraverso un gioco online. Cstart.org è un’agenzia non-governativa e no profit per l’esplorazione dello spazio. Forse il prossimo passo è il Social Research.

6. “Non consumare troppa energia” Il web contro la dipendenza da Petrolio? In questa parte Eagleman ci racconti i vantaggi in termini di risparmio energetico che l’e-commerce e l’email stanno apportando. Pochi furgoni invece di molte auto in giro per negozi. Ancora una volta il telelavoro sembra essere una chiave futura, perchè a oggi questo fenomeno ci appare invece ancora da sviluppare.

Sicuramente questi sono importanti fattori che permetteranno alla civiltà, quale essa sia, di sopravvivere. L’interrogativo sembra essere invece l’opposto: cosa succederebbe se fosse la Rete a collassare? Alcuni disastri potebbero derivare dal collasso stesso come ad esempio il controllo dei satelliti e quindi il controllo remoto di moltissimi sistemi e mezzi di trasporto, nonchè delle comunicazioni, il blocco delle transazioni con susseguente breakdown economico e così via. Ma se l’uomo è già sopravvissuto a malattie, acciaio e armi è invece inesperto in fenomeni come il Collasso di Internet. Se ciò dovesse accadere confido che qualche ricercatore e divulgatore scientifico, col sempre saggio “senno di poi”, sappia ricavarne utili consigli e per la sopravvivenza futura e venderci sopra qualche libro in più.

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Così vicino, così lontano

Che fine hanno fatto le distanze? Si sono diluite con la tecnologia e la tecnica, stinte nell’immediatezza . Oggi la lontananza non è più lontana. Non ci sono più luoghi o persone troppo lontane tutto oggi è immediato, a portata di click . Tutto ciò che un tempo era remoto ed esotico viene verso di noi, possiamo gustarlo, afferrarlo e sperimentarlo.

Distanza in tempo reale

La distanza tra fatti, esperienza, luoghi e la narrazione degli stessi sta tendenzialmente diminuendo. Oggi moltissime persone si fanno reporter di sè stessi e delle loro vite, parlano in prima persona nei social media, nei blog, attraverso contenuti multimediali. L’uso di una terza persona, di un alter ego, di un’identitità fittizia è nettamente meno diffusa di quanto paventato dagli studiosi dei nuovi media, psicologi in primis, che sin dall’emergere di questi nuovi strumenti di interazione sociale ci hanno sempre parlato di quanto siano rischiosi per i rapporti sociali e per l’identità individuale.

Ho passato gli ultimi tre anni vivendo in arcipelaghi remoti. In queste isole lontane dalla civiltà ho sperimentato stili di vita senz’altro differenti ma anche il vantaggio dell’essere quanto più autosufficienti possibile. Ma non ho certo vissuto nell’isolamento più totale, ho continuato a parlare con la mia famiglia settimanalmente, ho fatto acquisti online, visto film appena usciti nelle sale cinematografiche, ho studiato e collaborato con alcuni gruppi di ricerca e seguito i fatti di cronaca che più mi interessavano, senza esserne sommerso involontariamente. Questo non sarebbe stato possibile 10 anni fa. Le distanze di oggi non sono quelle di ieri ma sono pur sempre distanze, che mi hanno costretto ad uno sforzo maggiore nel narrarmi, per mantenere una connessione con gli altri. Quanto più l’esperienza e l’ambiente cambiavano tanto più trovavo necessario creare ponti tra prima e dopo, lontano e vicino, qui e là.

Non credo ci sia bisogno di attraversare oceani per sentire questa esigenza. Gli ambienti metropolitani, gli stessi luoghi di lavoro si stanno frammentando a tal punto che l’esigenza narrativa è una costante ben nota e studiata in differenti discipline, ma è soprattutto una pratica quotidiana. Le conoscenze e le informazioni di cui abbiamo bisogno possono non trovarsi nell’universo relazionale a noi più prossimo, bisogna andarle a cercare al di là, lontano ma vicino. Gli autori in questo blog narrano di alcuni mutamenti particolarmente interessanti, e lo fanno dal loro singolo punto di vista e a partire dalle esperienze quotidiane. Eppure spesso prendono spunti ed esempi da realtà distanti nello spazio i cui contenuti sono però a portata di mano e usufruibili. Anche qui su Leaderlessorg si creano ponti attraverso le narrazioni.

L’apertura alle narrazioni decentralizzate sta permettendo a molti di incontrare esperienze simili o antitetiche alla propria, un vero e proprio patrimonio di storie, un racconto delle vicissitudini di un collettivo sociale che cerca di ricostruire quelle radici comuni messe in crisi dall’abbattimento delle distanze

Un caso interessante

Qualche tempo fa Elisabetta Pasini ci ha consigliato di andare vedere un sito internet molto particolare. Si tratta di cowbird.com/ un contenitore di storytellers che qui trovano una piattaforma comune per creare e condividere le loro narrazioni. Secondo i creatori gli usi di cowbird possono essere molteplici anche se il più comune sembra essere: “Cowbird allows you to keep a audio-visual diary of your life, and to collaborate with others in documenting the overarching “sagas” that shape our world today.” I differenti utenti che scrivono in cowbird hanno la possibilità di entrare in un grande database di storie dove creare catene e contribuire a riscivere dal basso  una cultura esperienziale collettiva. la catalogazione delle storie avviene attraverso Tags, data e luogo per rendere possibili la ricerca e il recupero da parte degli utenti o dei lettori contribuendo alla formazione ancora una volta di una libreria di sapere ed esperienza condivisa, una folksonomia di storie. La differenza con altri social network ben più popolari è descritta al suo autore Johnathan Harris, con queste parole:

‘Cowbird rappresenta l’antitesi di Twitter e di Facebook. Ci sono i fast-food e ci sono i ristoranti slow-food. Gli hamburger e le patatine fritte piacciono a tutti. Ma alla lunga ci rendono obesi. Provocano il diabete. Ci fanno ammalare. Sono convinto che certi siti di social network producano danni simili al nostro cervello. Dobbiamo imparare a mangiare meglio. Fuori di metafora … dobbiamo ricominciare a pensare.”

Condivisibile o meno, Harris non ha fatto altro che racchiudere in un contenitore un fenomeno che già aveva cominciato a prendere forma attraverso la pubblicazione di blogs e pagine personali e dalla necessità sempre più impellente di narrare le proprie esperienze. Quella necessità, vecchia quanto l’umanità stessa, di creare ponti per superare le distanze.

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what do the bosses do?

Ho letto nei giorni scorsi un post di Paolo Bruttini sul sito Forma del Tempo che riprende un articolo scritto di Gary Hamel sulla Harvard Business Review riguardante l’impresa americana Morning Star: un’impresa dove, secondo l’articolo citato da Paolo, sarebbero stati fortemente ridotti i ruoli manageriali e dove si attuerebbe una sorta di autogestione.

Questa tematica è particolarmente affine al concetto di leaderless, anche se, a mio parere non perfettamente sovrapponibile. Non dimentichiamo che in questo caso il processo viene dall’alto. Cercherò di spiegare perchè nella mia esperienza un’impresa, che riduce fortemente il ruolo o addirittura la presenza del management possa non essere leaderless e cosa invece ci vorrebbe “in più” per esserlo veramente.

L’impresa senza manager riecheggia per certi aspetti “l’impresa senza padrone” di cui parla Steve Marglin in un famoso articolo scritto quasi quarata anni fa “What do the bosses do”, che analizzava, fra le alternative al corso principale della storia, quella che avrebbe potuto prosperare senza l’autorità gerarchica.. Quindi nulla di nuovo se un altro professore di Harvard solleva la stessa questione, questa volta non ragionando su di un’ipotesi, ma portando un “caso” aziendale.

Non mi interessa qui fare un ricognizione sul concetto di autogestione, che, ripeto, è cosa più “economica” del concetto di leaderless. Vorrei solo fare riferimento a due/tre situazioni un po’ “eccentriche” nella storia delle idee, ma che, a mio parere, potrebbero presto diventare “popolari” e, chissà, come dice Paolo nel suo post, un domani suscitare l’interesse di qualcuno.

La prima idea è quella di mutualità che è una tradizione che si iscrive nelle forme di resistenza popolare allle conseguenze dell’industrialismo, prima che lo Stato diventasse il principale, se non l’unico, strumento di “compensazione”, aprendo la strada a quel compromesso fra capitale e lavoro che verrà chiamato welfare, dal punto di vista dell’intervento pubblico, e “fordismo” come strumento di regolazione economica. La riscoperta del mutualismo si deve ad un sociologo francese, Pierre Rosanvallon, ed in Italia, Pino Ferraris, che pochi mesi prima di lasciarci, ha pubblicato un libro nel quale indaga le cause della decadenza del “mutualismo”, a favore della, come la chiamava lui, “statalizzazione” del movimento operaio. Nei prossimi post riprenderò questa tematica, facendo soprattutto riferimento alle nuove forme di mutualismo.

La seconda idea l’ho incontrata in un libro dello psichiatra Giorgio Callea “Il lavoro invisibile” che in fondo propone la logica descritta da Gary Hamel in una cooperativa di inserimento lavorativo della Franciacorta, una rinomata zona vinicola del Bresciano. In questo caso, Callea, psichiatra responsabile del servizio di salute mentale della ASL, descrive le modalità non manageriali con cui un gruppo di pazienti psichiatrici, per i quali l’attività lavorativa diventa un tutt’uno con la vita. Anche per questo tipo di esperienza farò un approfondimento nei prossimi post, partendo da un’esperienza concreta di percorso analizzato con gli strumenti del gruppo operativo da parte della direzione di una cooperativa sociale.

Queste come altre prospettive rappresentano, dal mio punto di vista, la fase germinale di un progetto leaderless.

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SCASSATUTTO

Da bambina, insieme a mio fratello e a due vicini di casa, avevamo fondato una società segreta che si chiamava Scassatutto. Il nostro simbolo era una ruota di carro trovata nell’immondizia, che facevamo rotolare nella strada dietro casa, allora senza macchine. Il nostro target preferito erano i bidoni della spazzatura perché si rovesciavano in modo abbastanza spettacolare. Avevamo anche un piccolo tesoro costituito da fionde, biglie, oggetti raccattati in giro e qualche soldo, che seppellivamo in giardino in posti sempre diversi. Come tutte le cose segrete, in poco tempo la popolarità della Scassatutto si era diffusa tra gli altri bambini del quartiere e molti chiedevano di entrare a farne parte; ma noi, che ci consideravamo speciali, non volevamo altri membri nel gruppo, e quindi dedicavamo buona parte del nostro tempo a inventare “prove iniziatiche” di ammissione praticamente insuperabili, come percorsi notturni in cantina o nel giardino della camera mortuaria, che disseminavamo di trappole. I malcapitati che volevano entrare a far parte della Scassatutto dovevano cimentarsi da soli nell’impresa, e siccome la riuscita della prova era a nostro insindacabile giudizio, alla fine nessuno veniva mai ammesso. Questo creava, misteriosamente, un grande aumento della domanda, e faceva crescere la nostra fama nel quartiere. Alla fine la società si è sciolta, per una congiura ordita dal portinaio del nostro palazzo insieme al guardiano della vicina camera mortuaria che avevano scoperto il buco nella rete del giardino del cimitero che avevamo fatto per entrare di nascosto, e la storia si è conclusa lì.

Quest’anno ho passato buona parte della vacanze di Natale leggendo la bella biografia di Steve Jobs di Walter Isaacson, uno dei libri più interessanti del 2011; e, per qualche motivo, la storia della Apple mi ha riportato alla mente la storia della Scassatutto.

Che cosa hanno in comune la vita di uno dei personaggi più rappresentativi degli ultimi 50 anni e un gioco di ragazzini? Certamente non molto, e comunque poco più di un’impressione; però, man mano che andavo avanti nella lettura, mi sembrava che Steve Jobs applicasse nella scelta e nella conduzione delle persone in Apple un sistema di management – se mai si può definirlo tale – abbastanza simile al nostro, e comunque esattamente all’opposto di quel che si può leggere in qualsiasi manuale di leadership.

Per semplicità lo riassumerei in tre assiomi: decidere di cambiare il mondo, formare una squadra di “A level people”, e dar loro obiettivi impossibili.

La sua ricerca ossessiva di un’idea precisa di eccellenza, che ha molto a che fare con quanto Andrea Branzi ha definito la “strategia del rabbino” – dipanare lungo tutto l’arco della propria vita tutte le possibili e molteplici espressioni di un unico principio generativo, in Carisma: il segreto del leader, Pasini-Natili, Garzanti, 2009 – non prevedeva necessariamente partecipazione, negoziazione degli obiettivi, motivazione, e nemmeno coinvolgimento; puntava ad avere invece una squadra composta dai migliori in assoluto nel loro campo, che Jobs riusciva intuitivamente a individuare, uniti dal desiderio di realizzare uno stesso sogno, che Jobs riusciva a immaginare. Tra i tanti talenti di Steve Jobs, il più importante era certamente la sua capacità di scegliere le persone giuste con cui fare le cose (Steve Wozniak ai tempi del college, Jon Ive per il design Apple, John  Lasseter per l’animazione in Pixar, per limitarsi solo ad alcuni celebri esempi), senza farsi condizionare da limiti esterni di nessun tipo.

Steve Jobs non aveva di certo un carattere facile: personalità forte con una chiara tendenza a essere dispotico e umorale, non faceva nulla per mitigare le asperità del suo carattere, anzi spesso a esse indulgeva pensando, come racconta nell’ultimo capitolo della biografia, che la capacità di “tenuta” rispetto a un ideale operi una specie di selezione naturale, e che la principale responsabilità di un capo stia nell’assumersi l’onere di non accettare mai nulla di meno della perfezione; e per questo è necessario scartare i “bozos”, tutti quelli che non valgono nulla e che proprio per questo sono capaci di affossare qualunque progetto. Niente zone grigie nella sua storia, solo bianco e nero e tinte forti; senza cadere però mai nella trappola che porta facilmente alla rovina le personalità forti, la tentazione di circondarsi di yes man senza personalità che non mettono mai in discussione le scelte del capo.

E se, alla fine, avesse ragione lui? “Sognare il sogno impossibile”, come dice il Don Chisciotte di Cervantes, non è forse possibile solo con una squadra di A-level people per i quali il senso di unicità e di eccellenza diventa la più potente delle motivazioni?

Il paradosso dell’innovazione del mondo digitale si gioca precisamente in questo cortocircuito creativo tra elitismo e cultura di massa.

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