Archivio per la categoria politica 2.0

Ma chi ha detto che non c’è?

Da tempo non uscivano articoli su questo blog…. ma oggi è una giornata particolare, il giorno dopo le elezioni, e dato che penso che ce la siamo cavata mica male mi sembrava giusto, in qualche modo celebrare, con un contributo pubblicato sul n.21 della rivista Educazione Sentimentale dedicata a Polis e Politica :))))

e poi c’è la voglia di riprendere il discorso, che non è si è mai interrotto, in realtà, ma è rimasto sottotraccia, come spesso capita ai movimenti, cercando altre strade, altre connessioni….. con chi ci sta, nel futuro :))))

2014-01-24 19.08.11

“Sotto il pavè spiagge infinite!”: tra tutti gli slogan dei movimenti del 68 questo è sempre stato il mio preferito! Bastava chiudere gli occhi per immaginarle, quelle spiagge, e la certezza della loro esistenza serviva anche a dare un senso a qualche ciottolo divelto dal pavé.

Mi piace perché contiene una potente idea di futuro: la forza dell’immaginazione, capace di dar forma all’ignoto, e corpo e sostanza a un pensiero ancora vago e incerto.

“We have to be better at believing the impossibile”, ha sostenuto qualche anno dopo Kevin Kelly, uno dei piu’ famosi guru del web. E’ possibile che la tecnologia, da sola, non possa risolvere tutti i nostri problemi; ed è anche possibile che abbia in parte contribuito ad aumentarli. Ma sono fermamente convinta che le nuove tecnologie siano state, negli ultimi vent’anni, il più grande serbatoio di innovazione, non solo tecnica ma anche e soprattutto per la costruzione di nuovi legami sociali; e che sia solo attraverso la comprensione di queste nuove potenzialità, che si stanno oggi manifestando in tutto il mondo attraverso le innumerevoli spinte al cambiamento che si impongono in maniera imprevista all’attenzione collettiva, che il potere dell’immaginazione possa emanciparsi da un presente angusto e restituirci la capacità di progettare il futuro.

Uno dei temi che mi hanno maggiormente appassionato in questi ultimi anni è quello delle cosiddette “leaderless organization”, nuovi modelli “orizzontali” di relazione che assumono forme diverse, nei fermenti rivoluzionari che attraversano la polis e nelle nicchie di imprenditoria creativa che producono innovazione. Perchè leaderless organization non significa, lo abbiamo detto tante volte, organizzazioni senza leader, ma piuttosto strutture organizzative decentralizzate, mobili e fluide, che funzionano senza un centro unico di direzione e controllo, e nelle quali la presa di decisione avviene piuttosto attraverso meccanismi di condivisione e di consenso collettivi. Oggi queste esperienze continuano a moltiplicarsi, in forme nuove e con effetti imprevedibili: movimenti che appaiono e scompaiono improvvisamente senza che nessuno ne avesse previsto la nascita, o almeno cosi sembra perché il loro metabolismo rimane in realtà sotto traccia, visibile solo a chi ha voglia di esplorarne i contorni. Sempre più spesso sentiamo parlare di organizzazioni senza leader, o con una leadership “circolante e condivisa”. Tuttavia, non è la funzione di leadership che viene eliminata, ma il suo irrigidimento in una struttura che tende a renderla una funzione istituzionale piuttosto che un elemento propulsore di cambiamento.

Una prima evidenza: il contesto della leadership è profondamente cambiato negli ultimi anni, e gli esempi di questo cambiamento sono evidenti in tutti i settori, in politica, nella cultura di impresa, nell’economia. Ma il grande acceleratore delle dinamiche della leadership sono state le nuove tecnologie di comunicazione, che hanno sottratto potere ai leader e ampliato le possibilità di partecipazione dei follower, consentendo in molti casi di svelare che, sotto la maschera, “il re è nudo”. Dalla campagna presidenziale di Barack Obama nel 2008 ai movimenti della primavera araba, la partecipazione diretta ha portato all’attenzione generale un fenomeno semplice ma assolutamente non scontato: il potere che si può annidare in un unico click, da cui anche i piu potenti tra i leader si trovano ormai a dipendere. Cresce dunque la sperimentazione e la popolarità dei movimenti, come ad esempio quello di Occupy, che si professano apertamente “leaderless”, con portavoce che ne interpretano momentaneamente le istanze. David Graeber, nel suo libro The Democracy Project, racconta la nascita e crescita del movimento Occupy di cui è uno dei rappresentanti, e sottolinea come la ricerca e messa in pratica di relazioni “orizzontali” per la presa di decisione e il consenso passino proprio attraverso la sperimentazione di nuove forme di dialettica tra micro e macro gruppi, tra relazioni reali e virtuali, nelle quali la discriminante fondamentale è la ricerca del consenso e la rinuncia a mettere in atto logiche di potere verticali fondate sul principio di maggioranza.

Sono convinta che oggi, alla prova dei fatti, la ricerca di leadership forti sia non solo nefasta, ma che si stia rivelando anche abbastanza inutile. È evidente che oggi i leader scarseggiano, eppure ne abbiamo una gran nostalgia. Però, non ne abbiamo bisogno, perché esiste ormai una consapevolezza diffusa, anche se non esplicitata, che la soluzione dei nostri problemi non può venire dall’accentramento delle decisioni nelle mani di qualcuno, ma deve passare attraverso la partecipazione, la condivisione, l’assunzione di responsabilità collettive dirette, tutte cose che portano necessariamente a rivedere i meccanismi di rappresentanza  della politica tradizionale e i modelli di impegno sociale. Oggi è più importante fondare una nuova idea di “citizenship” e immaginare nuove forme di “social engagement” che affidarsi a un condottiero. E tuttavia, continuiamo ad aspettare un messia: e quindi cerchiamo un leader, e quando lo abbiamo trovato lo mettiamo su un piedistallo e subito dopo cerchiamo di buttarlo giù.

Ma di cosa abbiamo veramente bisogno, di leader o di capri espiatori?

Seconda evidenza: oggi siamo profondamente combattuti tra l’esigenza personale di esprimere il proprio “talento” (una parola certamente abusata…)  e le spinte sociali a essere sempre più progettuali da una parte, e la necessità di mettere costantemente in pratica meccanismi di collaborazione e di condivisione dall’altra. Il percorso dell’identità si gioca in buona parte su questo scarto: da una parte il soggetto ancorato alla sua individualità, in oscillazione perpetua tra l’universo frustrante e depressivo del bisogno e il campo mobile del desiderio; dall’altra, la necessità di un’appartenenza fluida, dinamica, capace di raccogliersi intorno a nuclei di valore e di significato e di condividerli con altri, per farli diventare elementi propulsori di cambiamento. In fondo, l’universo mobile dei social networks e le nuove forme espressive del mondo digitale ci indicano proprio questo come dato fondamentale: la progettualità è, può essere, deve diventare sempre più, un valore di scambio collettivo.

Per chiudere, una definizione di azione politica mutuata da David Graeber in una intervista, che ho sempre trovato molto condivisibile: “La ragione principale per cui sono anarchico è perché credo che siamo in debito verso il mondo, dato che tutto ciò che usiamo, mangiamo, facciamo, ci è stato data in dono da altri che sono venuti prima di noi. Credo anche che nessuno possa dirci come ripagare questo debito. La scelta di come combattere per l’uguaglianza e la giustizia dipende fondamentalmente da ognuno di noi.”

 

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piazza tahrir, piazza montecitorio

Gli avvenimenti di questi giorni, conseguenti all’elezione del Presidente della Repubblica (Italiana) mi hanno fatto venire in mente alcune cose successe negli ultimi tre anni, in varie parti del mondo (Medio Oriente, Penisola Arabica, Spagna, Stati Uniti, e forse qualche altrove che sfugge all’occhio globale dei media).

Ariele ha provato a ragionare sulla “polis”, da ultimo in un’interessante Conference: Presenti Sommersi Futuri Presenti, all’interno delle quale ho partecipato, fra l’altro ad un workshop su “2.0 e comunità”. Fra i pensieri emersi mi sembra sia molto d’attualità il tema della partecipazione politica tramite il “web 2.0”: è sin troppo facile andare alle pratiche del Movimento Cinque Stelle, criticandone gli aspetti manipolatori e regressivi dal punto di vista dello sviluppo di una coscienza civile, ma alcuni aspetti a mio parere meritano un approfondimento, evitando i toni liquidatori apparsi negli ultimi giorni a sancire una “sconfitta” della rete, dovuta alla capacità dell’apparato politico tradizionale di riappropriarsi dello “scettro” cadutogli improvvisamente di mano.

Tornando al titolo del post, confesso che esso nasce dall’osservazione dei vari video “virali” che descrivevano il comportamento della “piazza” di fronte ai vari passaggi di quello, da qualcuno definito uno “psicodramma”, che è successo nelle giornate precedenti l’elezione di Napolitano. Ad un certo punto mi è scappato un “ma è come Piazza Tahrir” nel senso che l’impressione che da uno “sciame” di comunicazione si sia creato in maniera spontanea un’aggregazione di corpi accomunati da un bisogno fondamentale: manifestare contro l’esistente e ciò che si stava costituendo: io stesso vi sono stato in parte coinvolto, anche nella mia città (Genova) in genere poco “movimentista” (e “movimentata”) si è creata una piccola piazza indignada.

Si sta affermando anche in Italia il modello di Tahrir, di “occupy” di “puerta del sol e del m13”? In un loro recente saggio Negri e Hardt si sono chiesti come mai in Italia non si fosse fino ad oggi affermato un movimento paragonabile a quelli sviluppatisi nei paesi arabi o in Spagna o in Usa etc, dandosi questa spiegazione: la capacità del sistema politico è ancora forte, e quindi è ancora in grado di contrapporre un modello di azione politica proprio del partito, sia pure adattato ad una concezione meno rigida del passato, assieme . E poi in Italia ci sarebbe una tendenza patologica a rivolgersi alla figura “paterna” una mancata liberazione dal complesso edipico a livello di “cultura nazionale”, anche in quest’ultimo frangente, l’arrivo di Beppe Grillo a riportare ad un ordine gerarchico le schegge impazzite, va in questa direzione.

In un successivo post vorrei allargare il ragionamento partendo dall’analisi di Freud (“Psicologia delle Masse”) fino ad arrivare a Manuel Castells.

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Critica della democrazia occidentale

 

Mercoledì 13 Giugno 2012 alle 19:30 presso il CS Cantiere di via Monte Rosa 34 (M1 Lotto) ci sarà David Graeber, antropologo e economista che discute con il pubblico alcuni dei temi di attualità, come il debito e il movimento occupy wall street. Da poco pubblicati in Italia i suoi volumi, Debito: i primi 500 anni (Il Saggiatore, pp. 528, euro 23) e Critica della democrazia occidentale (Eleuthera, pp. 119, euro 10)

Alcuni degli autori Leaderlessorg saranno presenti all’incontro per intercettare le tematiche che da sempre hanno interessato le nostre riflessioni, in particolare l’autorganizzazione e i movimenti emergenti dal basso.

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what do the bosses do?

Ho letto nei giorni scorsi un post di Paolo Bruttini sul sito Forma del Tempo che riprende un articolo scritto di Gary Hamel sulla Harvard Business Review riguardante l’impresa americana Morning Star: un’impresa dove, secondo l’articolo citato da Paolo, sarebbero stati fortemente ridotti i ruoli manageriali e dove si attuerebbe una sorta di autogestione.

Questa tematica è particolarmente affine al concetto di leaderless, anche se, a mio parere non perfettamente sovrapponibile. Non dimentichiamo che in questo caso il processo viene dall’alto. Cercherò di spiegare perchè nella mia esperienza un’impresa, che riduce fortemente il ruolo o addirittura la presenza del management possa non essere leaderless e cosa invece ci vorrebbe “in più” per esserlo veramente.

L’impresa senza manager riecheggia per certi aspetti “l’impresa senza padrone” di cui parla Steve Marglin in un famoso articolo scritto quasi quarata anni fa “What do the bosses do”, che analizzava, fra le alternative al corso principale della storia, quella che avrebbe potuto prosperare senza l’autorità gerarchica.. Quindi nulla di nuovo se un altro professore di Harvard solleva la stessa questione, questa volta non ragionando su di un’ipotesi, ma portando un “caso” aziendale.

Non mi interessa qui fare un ricognizione sul concetto di autogestione, che, ripeto, è cosa più “economica” del concetto di leaderless. Vorrei solo fare riferimento a due/tre situazioni un po’ “eccentriche” nella storia delle idee, ma che, a mio parere, potrebbero presto diventare “popolari” e, chissà, come dice Paolo nel suo post, un domani suscitare l’interesse di qualcuno.

La prima idea è quella di mutualità che è una tradizione che si iscrive nelle forme di resistenza popolare allle conseguenze dell’industrialismo, prima che lo Stato diventasse il principale, se non l’unico, strumento di “compensazione”, aprendo la strada a quel compromesso fra capitale e lavoro che verrà chiamato welfare, dal punto di vista dell’intervento pubblico, e “fordismo” come strumento di regolazione economica. La riscoperta del mutualismo si deve ad un sociologo francese, Pierre Rosanvallon, ed in Italia, Pino Ferraris, che pochi mesi prima di lasciarci, ha pubblicato un libro nel quale indaga le cause della decadenza del “mutualismo”, a favore della, come la chiamava lui, “statalizzazione” del movimento operaio. Nei prossimi post riprenderò questa tematica, facendo soprattutto riferimento alle nuove forme di mutualismo.

La seconda idea l’ho incontrata in un libro dello psichiatra Giorgio Callea “Il lavoro invisibile” che in fondo propone la logica descritta da Gary Hamel in una cooperativa di inserimento lavorativo della Franciacorta, una rinomata zona vinicola del Bresciano. In questo caso, Callea, psichiatra responsabile del servizio di salute mentale della ASL, descrive le modalità non manageriali con cui un gruppo di pazienti psichiatrici, per i quali l’attività lavorativa diventa un tutt’uno con la vita. Anche per questo tipo di esperienza farò un approfondimento nei prossimi post, partendo da un’esperienza concreta di percorso analizzato con gli strumenti del gruppo operativo da parte della direzione di una cooperativa sociale.

Queste come altre prospettive rappresentano, dal mio punto di vista, la fase germinale di un progetto leaderless.

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eterotopia 2.0

Con questo post intendo completare la trilogia incominciata con Conoscenza 2.0 e proseguito con Fahrenheit 2.0. L’argomento è, anzi sono, come si può immaginare, gli strumenti per la raccolta e la diffusione delle conoscenze.

L’idea mi è venuta leggendo un articolo di Luca Ferrieri apparso sul numero 4/2010 del Bollettino AIB, ovvero la rivista scientifica dell’Associazione Italiana Biblioteche. Il fatto che l’E-book sia l’anello mancante alla realizzazione definitiva della Biblioteca come eterotopia, ossia come luogo senza spazio mi ha fatto pensare a molti dei contributi apparsi sul Blog in questi ultimi mesi: la leadership orizzontale, il codice fraterno, da ultimo la peer production con l’ultimo post di Fabio Brunazzi: dove non c’è lo spazio, ma il rispecchiamento, non si creano forse le condizioni per la realizzazione nel concreto (e quindi non in una visione utopica) di queste condizioni? A suo tempo, in un mio commento ad un post, paventai il rischio di trasformare l’ambiente 2.0 in un luogo virtuale dove fuggire alle costrizioni della realtà. L’eterotopia, nell’accezione di Foucault, non è la realtà di tutti i giorni: come una nave ci porta in giro, fino a che non si trova l’approdo, il porto, il non-luogo; nella navigazione si è attraversati dall’esperienza della conoscenza, nel porto si ridiventa marinai.

L’e-book rappresenta quindi la completa trasformazione della biblioteca da raccolta di supporti fisici a luogo della sperimentazione: quali saranno le conseguenze? É evidente che non sarà solo un problema di device (come suggerisce la divertente clip che ho già presentato in precedente post), ne una fonte d’ansia per qualche inguaribile nostalgico della “carta” (peraltro i libri pubblicati negli ultimi due secoli, a differenza dei precedenti, sono comunque destinati ad avere breve vita per ragioni di qualità del materiale), ma la perdita della -teca, ossia lo scrigno, dove vengono conservati i beni preziosi che vanno esposti e resi disponibili con parsimonia.

Così gli archivi digitali, da luoghi di conservazione, diventano luoghi di interscambio e di nomadismo. Tutto bene quindi?

Accanto all’apertura, che rappresenta il compimento di questo processo, si possono vedere i rischi del controllo, ora più che mai pervasivo ed insinuante. Chi e cosa potrà garantirci dall’uso che si potrà fare dell’informazione che ciascuno di noi “cederà” in cambio dell’accesso? E come potremmo preservare la memoria, i tratti caratteristici delle nostre esperienze, affinchè non vengano sommersi nel brusio dell’informazione? Quanto e cosa arriverà di quanto è successo nel 2011 fra vent’anni? Che ne sarà delle opere digitali? Saremo in grado di recuperali, oppure saremo ostaggi del “Grande Fratello” orwelliano di turno? Ritornando al post ispirato dal Fahrenheit 451, non saremo alla realizzazione di ciò che il fuoco non riesce a raggiungere?, magari al di la delle intenzioni, solo per aver premuto un tasto sbagliato, oppure perchè il nuovo protocollo non riesce a leggere un supporto ormai obsoleto?

Come si vede i dubbi che vengono avanzati sono almeno tanti quanto le speranze. Al concludersi dell’anno dellla crisi e della rinascita del conflitto è molto difficile separare gli uni dagli altri.

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Gli Angeli del Fango

In queste ultime settimane un nuovo soggetto è riapparso, per lo meno dalle mie parti (ma penso che presto riapparirà altrove, se il clima continuerà a provocare sconvolgimenti). Dico che è riapparso perchè il termine risale addirittura al 1966, quando vi fu la rovinosa alluvione di Firenze. Oggi si parla di loro a proposito dell’ultima alluvione (anche se da qualche giorno non è già più l’ultima) capitata a Genova. Simile è la dinamica, sorprendentemente dopo quasi cinquant’anni: allora furono le terribili immagini televisive a spingere migliaia di giovani di tutto il mondo ad andare a Firenze, con un solo obiettivo: portare li la speranza di poter ricominciare, la solidarietà di chi vuol essere più forte delle “avversità”. Oggi è la Rete che trasmette il messaggio che si propaga e coinvolge , organizza, gruppi e singoli. Al di la della retorica che spesso accompagna e mistifica questi eventi, si può dire che in questi casi si attivano dei meccanismi di partecipazione, o meglio delle posizioni che portano le persone, più o meno coinvolte o lontane a provare dei sentimenti e delle emozione curiosamente simili: il primo giorno, posizione schizo-paranoide, bisognava trovare a tutti i costi una motivazione a quanto era successo, un capro espiatorio: il sindaco che non aveva fatto chiudere le scuole, per cui si erano trovate in giro genitori con bambini piccoli, ed alcuni di loro erano stati tragicamente coinvolti. Ovvio che questo sottaceva le vere responsabilità, quelle locali di chi aveva costruito scriteriatamente e non si era preoccupato di un efficace contenimento di quella forza immane che è l’acqua, e quelle globali, il cambiamento climatico che provoca fenomeni atmosferici devastanti (in neanche in un giorno è piovuta metà dell’acqua che mediamente cade in un anno). Ma già dal giorno successivo si passa alla posizione depressiva, il cambiamento, l’individuazione del compito, il progetto.

L’aspetto interessante e che questo passaggio non avviene, come ci insegnano le teorie alle quali normalmente ci riferiamo attraverso il gruppo, ne, come ci viene detto più recentemente, a livello neuronale, ma tramite dei meccanismi, che sicuramente queste teorie possono aiutarci a spiegare, ma che, ritengo, abbiano una dimensione molto attinente al corpo ed alla corporeità.

In quest’ultimo anno continuiamo ad assistere, nell’era del virtuale, ad un protagonismo dei corpi: corpi che si oppongono a regimi, corpi che contestato lo spazio fisico dove opera la finanza, corpi che si frappongono alle devastazioni. La storia dell’umanità è stata attraversata dalla progressiva riduzione biopolitica del corpo al potere disciplinare, nella politica, nell’economia, finanche nella tecnologia, il corpo ha finito per diventare solo l’ingombrante e sempre meno utile protuberanza del potere.

Assistiamo invece ad una rivolta contro questo potere, una rivolta che non ha bisogno di un leader, che, come si chiede l’autrice di questo articolo, potrà andare avanti senza bisogno di un leader? Io penso che l’azione umana non solo potrà, ma dovrà resistere alla tentazione di creare IL leader. Penso che dovrà avere la capacità di rifiutare la gerarchia a favore del compito, il controllo a favore della partecipazione, la massa informe ed indistinta a favore dei corpi singoli, la costrizione a favore della relazione. Così come in questi giorni ci si confronta con il fango sostanza poco nobile ma dalla quale, in giornate come queste, non si può certo prescindere.

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Manland

Ikea nel suo flag-ship store di Stoccolma ha introdotto di recente una interessante novità: una “nursery” riservata agli uomini, con calcio da tavolo, riviste sportive, videogiochi e canali tv. Il motivo di questo nuovo esperimento sembra sia dovuto al fatto che i giovani padri si annoiano a morte a fare shopping. Dunque, dopo lo spazio per i più piccoli con la famosa stanza piena di palline colorate che è stata una delle tante innovazioni di successo dell’azienda svedese, perché non pensare a uno spazio anche per i papà?

La notizia mi è capitata sotto mano in questi giorni, reduce da un incontro organizzato nella sede di Ariele con Massimo Recalcati, autore di un interessante pamphlet dal titolo intrigante, “Cosa resta del padre?”, che recentemente ha avuto un grande successo di pubblico.

Recalcati, psicoanalista lacaniano, recupera da Lacan alcuni concetti fondamentali. In particolare, la visione critica di una contemporaneità “postmoderna”, in cui l’evaporazione del padre già anticipata da Lacan produce la frammentazione del soggetto attraverso innumerevoli forme di godimento illimitato. L’universo del consumo diventa quindi una sorta di gigantesco “paese dei balocchi”, nel quale non esistono limiti o  barriere alla volontà di possesso individuale. Da una società fondata sulla regola e sulla frustrazione del desiderio (la società della proibizione edipica, regola assoluta che fonda tutte le altre regole) siamo passati nel giro di pochi decenni a una società fondata sulla obbligatorietà assoluta e illimitata del godimento, nella quale ogni forma di limite viene cancellata insieme a ogni forma di coesione sociale. Le malattie psichiche del nostro secolo, anoressia, bulimia, autismo, sono alla fine sintomi di questa frammentazione disperata del soggetto, che cerca di ristabilire una forma di controllo spietato sul proprio corpo (anoressia), o che si lascia andare a una deriva priva di controllo (bulimia), sottraendosi a ogni tipo di relazione con gli altri (autismo).

L’evaporazione del padre, figlia della frattura generazionale del ‘68, se da una parte segna la progressiva scomparsa di un Super-Io repressivo e dispotico (il padre-padrone dell’Edipo), dall’altra determina anche l’impossibilità di ricostituire una qualche forma di regola a fondamento del legame sociale, con la conseguente deriva anomica e frammentazione inevitabile del soggetto.

Cosa resta dunque del padre nella società post-moderna? Recalcati sembra ipotizzare un recupero della figura paterna attraverso Il valore fondamentale della testimonianza di vita, una sorta di eredità da lasciare ai propri figli sganciandola dall’assoluto della regola; da qui il fascino delle storie, l’influenza del carattere e di quello che viene comunemente definito il “fascino carismatico” di alcuni personaggi.

Tuttavia, ho più volte proposto in questo spazio e anche altrove una diversa possibilità di lettura, oggi, del fenomeno carismatico, dove il carisma può essere legato molto meno a caratteristiche di personalità e di storia individuali e molto di più a capacità di aggregazione di energie sociali collettive.  Questa possibilità parte prima di tutto da una diversa visione del contesto sociale contemporaneo e da una personale perplessità sulle implicazioni legate alla teoria critica della società post-moderna. Pur riconoscendo infatti una potente fascinazione intellettuale alle “macchine desideranti” create dal “discorso del capitalista” (vedi Deleuze e Guattari del Anti Edipo,  Jean Baudrillard, e certamente Lacan) di cui molto si parlava negli anni ‘70 e ‘80, ho sempre pensato che portassero quasi inevitabilmente a un intellettualismo esasperato e a un vicolo cieco del pensiero, la cui conclusione non poteva essere altro che un’implosione su se stesso; come del resto aveva ben capito lo stesso Baudrillard.

Nel frattempo tuttavia, fuori, nel mondo reale, succedevano tante cose interessanti. Nel frattempo, il bisogno di comunità negato nel reale generava la comunità globale di internet, in cui venivano proposte nuove regole, più “fraterne” (fondate su competizione  e talento) che “paterne” (fondate sulla gerarchia); nel frattempo, la socialità perduta veniva recuperata prima nel mondo virtuale e poi in quello reale, stabilendo forme di scambio fondate su reciprocità e condivisione; nel frattempo, la sovrabbondanza illimitata del godimento individuale cedeva il passo a un’abbondanza di comunicazioni e di interazioni collettive che pongono, certamente, il problema del limite, ma in un modo del tutto nuovo. Il nuovo limite non è a mio avviso né una regola autoritaria né un’eredità del passato, ma una “scoperta personale” che viene dalla voglia di sperimentare nuove strade, non ancora esplorate, e di farlo possibilmente insieme ad altri, perché così è più facile lasciarsi andare a una qualche forma di deriva e creare l’occasione per rielaborare creativamente per conto proprio nuove soluzioni.

 

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