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Leaderless e introversione

Susan Cain ha scritto un libro che ha riscosso un grande successo negli Stati Uniti, il paese dell’estroversione, di donne e uomini d’azione e della chiacchera facile. Il libro ho poi scoperto è anche pubblicato in Italia da Bompiani

L’autrice ci porta una dettagliata ricerca sul binomio introversione/estroversione, un costrutto di personalità dibattuto in psicologia a partire da Jung e parte fondante dei cinque fattori di personalità della teoria dei “Big Five”. Al di là del dibattito accademico si tratta di un fenomeno psicologico noto a tutti.

Introverse sono le persone pacate, che tendono ad ascoltare più che a parlare, non completamente a loro agio nei grandi gruppi e nel parlare in pubblico, e che tendono a passare molto tempo all’interno dei propri pensieri. Gli estroversi di contro sono abili oratori, in cerca di stimoli esterni e di gratificazioni sociali, eccellono nel multitasking. Sebbene i due tipi puri siano rarissimi e sicuri candidati al ricovero psichiatrico, è possibile rintracciare una tendenza verso introversione o estroversione negli individui che interagiscono nell’arena sociale.

Dare cittadinanza all’introversione in una società che predilige il talk show, il teamwork e i leader carismatici è fare un’operazione di diversificazione. È dire, guardate che fare di tutta l’erba un fascio quando si tratta di promuovere culture organizzative o di relazionarsi con il proprio interlocutore può portare all’esclusione e al mancato riconoscimento di talenti fondamentali. Gli introversi sono almeno un terzo della popolazione, dice Cain, e ciò vuol dire che se non sei direttamente tu può essere il tuo collega, il tuo partner o tuo figlio.

I maggiori punti di critica che l’autrice indirizza verso la società (quella americana, della quale peraltro siamo dipendenti anche in Europa) sono il primato dell’azione sulla riflessione, la celebrazione del lavoro di gruppo, della socialità e del parlare piú forte e persuasivamente, culture che vengono instillate sin dalla scuola e che favoriscono gli individui del tipo estroverso. Se un bambino è invece introverso e timido deve cambiare, o mostrare una maschera di socievolezza, perchè assertività e lavoro in team sono considerati piú importanti di riserbo e individualismo.

La tendenza alla promozione del lavoro di squadra è ben conosciuta anche in Italia. Eppure uno dei prerequisiti della creatività sembra essere la capacità di lavorare da soli. Le ore di studio e lavoro in una sorta di “trance ascetica” portano spesso a risultati brillanti piú di quanto facciano eterne discussioni di gruppo. Chi è abile a prendere parola e a vendere le proprie idee non sempre è chi ha le idee migliori. Magari il vicino di posto ha la soluzione ma non è tanto bravo nel persuadere un gruppo di colleghi agitati e boriosi.

Il World Wide Web e i Social Media offrono oggi una piattaforma perfetta per gli introversi permettendo di superare il problema dell’interazione diretta e dell’eccesso di stimolazione delle relazioni faccia a faccia. Come scrive l’autrice “quello che ha senso per le interazioni asincrone e relativamente anonime di Internet potrebbe non funzionare allo stesso modo per quelle faccia a faccia, cariche di dinamiche politiche e ad alto decibel all’interno di un open space” (trad. mia, pag. 79)

Non è un caso che i miti delle origini della tecnologia prediligano figure nerd e cervellotiche. Se Steve Jobs ha venduto il primo personal computer è stato Steve Wozniak a inventarlo nella solitudine del suo cubicolo alla Hewlett-Packard e nelle lunghe notti di appassionato lavoro. L’Open Source technology è una grande attrattiva per schiere di introversi che si sentono liberi di contribuire per il bene comune e vedono il loro contributo riconosciuto da una comunità di pari.

Su questo blog in passato abbiamo provato ad applicare le dinamiche peer-to-peer di Internet all’interno delle relazioni faccia a faccia. Abbiamo sostenuto che questa rivoluzione non è un fenomeno meramente tecnologico, ma che avviene ad un livello piú intimo, nelle reazioni quotidiane. In questo interessante saggio l’autrice invita a riconoscere l’autenticità e i talenti degli introversi, qualitá che spesso sono offuscate dal rumore e dall’aggressività dell’agone sociale, dove spesso l’aggressività e l’estroversione correlano con la figura del leader. Per fare questo ci descrive una leadership introversa capace di ascoltare piú che di parlare, che riconosce l’individualità all’interno dei gruppi e autorizza l’emergere di idee permettendo che queste germoglino e si sviluppino. Una leadership che mi sembra molto leaderless.

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piazza tahrir, piazza montecitorio

Gli avvenimenti di questi giorni, conseguenti all’elezione del Presidente della Repubblica (Italiana) mi hanno fatto venire in mente alcune cose successe negli ultimi tre anni, in varie parti del mondo (Medio Oriente, Penisola Arabica, Spagna, Stati Uniti, e forse qualche altrove che sfugge all’occhio globale dei media).

Ariele ha provato a ragionare sulla “polis”, da ultimo in un’interessante Conference: Presenti Sommersi Futuri Presenti, all’interno delle quale ho partecipato, fra l’altro ad un workshop su “2.0 e comunità”. Fra i pensieri emersi mi sembra sia molto d’attualità il tema della partecipazione politica tramite il “web 2.0”: è sin troppo facile andare alle pratiche del Movimento Cinque Stelle, criticandone gli aspetti manipolatori e regressivi dal punto di vista dello sviluppo di una coscienza civile, ma alcuni aspetti a mio parere meritano un approfondimento, evitando i toni liquidatori apparsi negli ultimi giorni a sancire una “sconfitta” della rete, dovuta alla capacità dell’apparato politico tradizionale di riappropriarsi dello “scettro” cadutogli improvvisamente di mano.

Tornando al titolo del post, confesso che esso nasce dall’osservazione dei vari video “virali” che descrivevano il comportamento della “piazza” di fronte ai vari passaggi di quello, da qualcuno definito uno “psicodramma”, che è successo nelle giornate precedenti l’elezione di Napolitano. Ad un certo punto mi è scappato un “ma è come Piazza Tahrir” nel senso che l’impressione che da uno “sciame” di comunicazione si sia creato in maniera spontanea un’aggregazione di corpi accomunati da un bisogno fondamentale: manifestare contro l’esistente e ciò che si stava costituendo: io stesso vi sono stato in parte coinvolto, anche nella mia città (Genova) in genere poco “movimentista” (e “movimentata”) si è creata una piccola piazza indignada.

Si sta affermando anche in Italia il modello di Tahrir, di “occupy” di “puerta del sol e del m13”? In un loro recente saggio Negri e Hardt si sono chiesti come mai in Italia non si fosse fino ad oggi affermato un movimento paragonabile a quelli sviluppatisi nei paesi arabi o in Spagna o in Usa etc, dandosi questa spiegazione: la capacità del sistema politico è ancora forte, e quindi è ancora in grado di contrapporre un modello di azione politica proprio del partito, sia pure adattato ad una concezione meno rigida del passato, assieme . E poi in Italia ci sarebbe una tendenza patologica a rivolgersi alla figura “paterna” una mancata liberazione dal complesso edipico a livello di “cultura nazionale”, anche in quest’ultimo frangente, l’arrivo di Beppe Grillo a riportare ad un ordine gerarchico le schegge impazzite, va in questa direzione.

In un successivo post vorrei allargare il ragionamento partendo dall’analisi di Freud (“Psicologia delle Masse”) fino ad arrivare a Manuel Castells.

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La fine della leadership

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La leadership è diventata un mantra costantemente ripetuto.

Forse per scongiurarne la perdita, dato che la ricerca di un leader efficace, capace di infondere fiducia, dotato di capacità di visione e di carisma, viene invocata come la soluzione di tutti mali che affliggono, in varia misura, la politica e l’economia, la conduzione di un’impresa e la guida di uno stato. In più, la “leadership industry” è anche un fiorente mercato sul quale prosperano grandi aziende, prestigiose business schools e consulenti internazionali. Tuttavia, sembra che tutto questo clamore non abbia portato a una maggiore consapevolezza sul tema; anzi, al contrario, mai come ora assistiamo a una massiccia messa in discussione dei leaders, che alla prova dei fatti appaiono sempre più impotenti e incapaci, e a una centralità dei followers, che sembrano dominare il gioco con maestria crescente grazie anche ai social networks. Il risultato è che, come l’araba fenice, i pochi leaders che si trovano sembrano liquefarsi a un passo dalla meta.

Questa è la prospettiva da cui parte Barbara Kellerman nel suo saggio The End of Leadership, Harper Business, 2012; prospettiva decisamente interessante, in quanto muove una critica a un sistema, quello delle grandi scuole di management, che la Kellerman conosce molto bene dato che lavora da anni per le più prestigiose istituzioni e che nel 2008 e 2009 è stata inserita da Forbes tra i 50 Top Thinkers per la Business Excellence.

Il discorso della Kellerman è semplice ed efficace: il contesto della leadership è profondamente cambiato negli ultimi anni, e gli esempi di questo cambiamento sono evidenti in tutti i settori, in politica, nella cultura di impresa, nell’economia. Ma il grande acceleratore sono state le nuove tecnologie di comunicazione, che hanno sottratto molto potere ai leaders perché hanno ampliato le possibilità di partecipazione dei followers, consentendo in molti casi di svelare che, sotto la maschera, il re è nudo. Dalla campagna presidenziale di Barack Obama del 2008 ai Tea Parties, la partecipazione diretta ha permesso, allo stesso tempo, ascese spettacolari e cadute rovinose; fino ad arrivare, nell’ultimo anno, al movimento di Occupy Wall Street, che si professa apertamente un movimento “leaderless” nel quale la funzione di leadership è una funzione circolante che può essere assunta da chi, in quel momento, riesce meglio a interpretare le istanze di cambiamento.

Il libro della Kellerman è interessante, a mio avviso, non tanto per il contenuto, ma perché è una critica dall’interno all’establishment della cultura organizzativa, e mette in discussione molte delle certezze sulla leadership in cui ci siamo cullati per anni. Ad esempio, tanto per citarne alcune, che la leadership è un insieme di caratteristiche personali su cui si può intervenire per dar forma a un talento; che chiunque può diventare un buon leader se correttamente istruito; che la leadership si misura in base a risultati economici, ed è dunque un fenomeno in larga misura prevedibile e controllabile.

Il problema è che tutte queste cose oggi, alla prova dei fatti, si stanno rivelando abbastanza inutili. Oggi i leader scarseggiano, eppure ne abbiamo una gran nostalgia; però, non ne abbiamo bisogno, perché esiste ormai una consapevolezza diffusa che per risolvere i nostri problemi sono molto più importanti la partecipazione, la condivisione e l’assunzione di responsabilità collettive dirette da parte di ognuno, piuttosto che l’accentramento delle decisioni nelle mani di qualcuno. E’ più importante fondare una nuova idea di “citizenship” e immaginare nuove forme di “social engagement” che affidarsi a un condottiero. Però, continuiamo ad aspettare un messia: e quindi cerchiamo un leader, e quando lo abbiamo trovato lo mettiamo su un piedistallo e subito dopo cerchiamo di buttarlo giù.

Ma di cosa abbiamo veramente bisogno, di leader o di capri espiatori?

 

 

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Un tuffo nella storia e nel futuro di Leaderlessorg

Oggi lunedì 11, dalle 12 alle 14, abbiamo in Ariele un incontro del gruppo leaderless. Incontro in carne ed ossa dopo molto skype, ma soprattutto un’occasione di condivisione di quanto fatto fino ad oggi e di possibili nuovi start-up. Partecipano Paolo Bruttini, non-leader storico del gruppo, Fabio Brunazzi in un breve intermezzo italiano tra Panama e la East Coast, Stefano del Bene, uomo di  mare da Genova, Paolo Magatti, new entry di un certo peso e, ovviamente, Elisabetta Pasini animatrice e “padrona di casa” dell’incontro. Abbiamo inoltre invitato alcune possibili new entry sensibili ai nostri temi, alla ricerca di nuove sinergie dentro e fuori il gruppo.

Il programma prevede una serie di interviste narrative incrociate di Paolo Magatti ai membri “più anziani” del gruppo e sarebbe dunque una occasione importante per poter capire come abbiamo lavorato fino ad ora e cosa possiamo immaginare per il futuro. Da questo incontro può uscire fuori una prima riflessione sulla storia di Leaderlessorg e nuovi semi da coltivare per i progetti futuri.

Cercheremo di lasciare tracce del nostro incontro sui social network, in particolare twitter. Per interagire con noi in tempo reale scrivete su twitter @fabiobrunazzi

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L’arte del fallimento

Che cosa ha di speciale Charlene Li, osannata nuova Guru della Social Enterprise, 50.000 follower su twitter, speaker nella prossima edizione del World Business Forum e autrice del volume Open Leadership, uscito negli Usa lo scorso anno?

Con un titolo così appetitoso, mi sono buttato nella lettura delle oltre 300 pagine uscendone però con la sensazione dell’ennesimo testo a tesi, ben documentato ma tutt’altro che exciting. Di leadership tutto sommato se ne parla poco, semmai si parla di management e di come questo debba cambiare con le tecnologie social. Il fatto che il leader debba essere “autentico”, “trasparente”, “catalizzatore” lo possiamo considerare anche interessante, ma probabilmente non così semplice specie in culture diverse da quella anglosassone. Provo spesso questa insoddisfazione leggendo i volumi sulla social enterprise o il management 2.0. Mi sembra sempre che si tocchino gli aspetti marginali del problema e si tardi a focalizzare cosa c’è realmente di nuovo. L’arrivo di Charlene Li in Italia per un ciclo di conferenze il 31 maggio scorso poteva aiutarmi? Ho partecipato al suo seminario e ho avuto una sorpresa.

Il fallimento è inevitabile, bisogna diventare maestri nell’arte del fallimento”. Questa frase echeggiata circa a metà della conferenza è stata un pugno nello stomaco.

Probabilmente non solo per me, ma anche per quella platea di manager e specialisti presenti, nonché per tutti i pubblici che Charlene incontra in giro per il mondo. Il richiamo di Charlene a “non temere di perdere il controllo” e ad aprirsi, costruendo una open organization, ha una profonda implicazione personale. Non temere il fallimento poiché questo rappresenta l’altra parte, spesso rimossa, del successo (“Fail fast, fail smart” pare che sia il mantra in Google) è l’apprendimento che ho portato a casa. Il fallimento è doppiamente importante perché : 1) se non si rischia, innovando, oggi non si sopravvive. Se si innova è inevitabile anche che si fallisca. 2) il fallimento è un’occasione per imparare, soprattutto per chi ha fallito. Dunque si tratta di concepire il fallimento in modo diverso. Non è più un sintomo di perdita e di mancanza, ma una condizione necessaria per sopravvivere.

Tornando a casa, con la usuale sincronica coincidenza ho aperto il volume Governare l’inatteso di Weick, che reclamava le mie attenzioni da qualche mese. Nel capitolo quarto si parla di contenimento: un’azione necessaria laddove falliscano la previsione e l’anticipazione. Il contenimento previene esiti indesiderati dopo che un evento inatteso ha avuto luogo. L’organizzazione deve imparare ad essere rapida e mindful per reagire a situazioni impreviste. Insomma, traduco, il fallimento ci può essere e non ci deve spaventare. Ciò che conta in fabbrica, nei mercati, in rete è la capacità di reagire.

Adesso alcune domande ai lettori. Vi è mai capitato di fallire? Cosa avete provato? In definitiva è cambiato il vostro modo di vedere le cose a seguito di quel fallimento? Oggi lo considerate ancora così negativo?

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Fratelli d’Italia

Se parliamo di organizzazioni, senza leader, o meglio senza capi, allora bisogna chiedersi che fine fanno i capi. Poiché è facile immaginare che organizzare risorse significa fare i conti con il potere, organizzazione e management sono cose procedono di pari passo. Ma noi sosteniamo in queste pagine che le strade possono divergere, dunque il problema è dove vanno a finire i capi, quelli che c’erano prima, all’inizio della storia.

Mi sono posto questa domanda perché sto leggendo il bel volume di Kaes Il complesso fraterno edito presso Borla (2010). Sono arrivato a questo volume per un’intuizione che riguarda il legame tra i codici affettivi e le organizzazioni 2.0. Mi sembra che se le organizzazioni tradizionali del tipo comando e controllo sono caratterizzate dai codici paterno e materno, lo stesso non si possa dire delle nuove organizzazioni. Sono paterne le organizzazioni in cui prevale la performance o il rispetto delle regole. Materne quelle in cui prevale la cura e la solidarietà. Mi sono confrontato con il mio amico Massimo Bellotto autore nel 1991 insieme a Giancarlo Trentini del bel modello sulle culture organizzative da cui ho tratto questa concezione. Concordiamo nel ritenere che il nuovo scenario preveda l’avvento di un nuovo codice affettivo: quello fraterno. Stiamo cioè assistendo allo sviluppo in questa nuova fase di modelli relazionali non più ispirati ai codici affettivi propri del triangolo edipico (paterno e materno) ed al complesso corrispondente, per usare un linguaggio psicoanalitico.  Le nuove organizzazioni vedono il prevalere di un altro complesso la cui natura è ancora oggetto di studio: il complesso fraterno.

Nella lettura che ne dà Kaes il complesso fraterno è un organizzatore psichico inconscio del legame fraterno. Il legame fraterno è il rapporto affettivo che si stabilisce con i pari, nei gruppi, all’insegna della cooperazione, ma anche della rivalità, del conflitto e della solidarietà.  La tesi ardita dell’autore è che tali relazioni, che noi conosciamo o che abbiamo sperimentato, derivino da un complesso (fraterno) di importanza analoga a quello di altri complessi oggetto dell’indagine psicoanalitica: quello edipico sopra tutti. In altre parole questo significa che il nostro abitare le nuove organizzazioni P2P ha a che fare con il rapporto che ognuno di noi ha con i fratelli, reali o immaginari, che abbiamo interiorizzato. Intrusione, rivalità, invidia, gelosia, desiderio, sfida sono le dimensione che la fratria ci impone di considerare.

Un tema importante è anche l’elaborazione della morte dei genitori, che rappresenta la dimensione di confine tra i vecchi ed i nuovi modelli organizzatori del legame in una famiglia. L’analogia con l’impresa è del tutto necessaria. Introdurre i temi P2P in un’azienda significa fare i conti con la scomparsa delle figure paterne o materne. Padri e madri che potrebbero non aver nessuna voglia di cedere il passo, e dunque importare nella scena psichica fantasie di persecuzione e vendetta. Questo è il motivo per cui le community di certe aziende repressive non decollano, nonostante le buone pratiche di coinvolgimento di gruppi di redattori, autocandidati come promotori della community stessa. Questo può essere uno dei motivi per cui si teme di esprimere il proprio punto di vista, concependo una relazione non solo gerarchica, verso padri e madri che non ci stanno a farsi da parte. Questo è il motivo dell’energia esorbitante che ho rilevato personalmente nelle poche imprese autenticamente 2.0 in Italia. Casi isolati che sono possibili perché i capi si pensano, usando il nostro linguaggio, più come fratelli maggiori, che come padri (o patrigni). Pronti a favorire l’espressione, la scoperta, il desiderio, il divertimento. Pronti a  fare i conti, con l’invidia, la gelosia, la rivalità che la relazione tra fratelli comporta.

Allora mi viene da dire “svegliamoci” come diceva Benigni nella serata sanremese. Libertà, uguaglianza e fraternità nel segno di una rivoluzione di pari.

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Leaders, capitani e scappati di Casa

Parliamo di appiattimento della gerarchia, di indebolimento di poteri forti, spinti dal desiderio e ormai dalla moda di esplorare nuove tipologie di relazioni produttive, di scambio, di intrattenimento. Spinti dalla facilità di interconnessione con chi e con cosa ci piace bypassiamo posizioni organizzative, major della distribuzione e altre forme di controllo dei flussi di scambio. Siamo per l’apertura delle casseforti del controllo.

E’ una questione tecnologica che sottende sentimenti e desideri nati con le prime ribellioni verso l’ordine vigente (dall’Illuminismo in poi), fino ad arrivare alle odierne forme di cyber crimine (il dibattito sul diritto d’autore, la violazioni di informazioni riservate). E’ un desiderio di accesso, un accorciamento della strada che divide il desiderio dalla sua soddisfazione. L’era della Rete vede uno smantellamento progressivo delle posizioni gerarchiche in favore del principio di equipotenza (v. Michel Bauwens) e ridondanza delle informazioni.

Ma siamo proprio sicuri che la gerarchia è un concetto in declino, che lascerà senza combattere il posto che ha occupato in migliaia di anni di evoluzione umana? Cosa fa sì che oggi vediamo la sopravvivenza di concetti di linea produttiva nell’industria o del Senatore a vita nella politica? Dove c’è ancora bisogno di un comando e di un controllo centralizzati?

Leaders e Capitani, ovvero la fiducia

Si organizza una vacanza in barca ma i partecipanti non si sentono sufficientemente esperti, oppure si ha bisogno di una persona che si occupi della barca perché una barca costa e per godersela qualche settimana l’anno bisogna lavorare duro. Si cerca un capitano, uno skipper,ma in fondo cosa si cerca? Un decisore, un conduttore uno che sappia “come si fanno le cose”, un esperto dell’arte della navigazione. Si delega il comando a chi dovrebbe saper comandare, un leader nel senso posizionale del termine.

La legge gli attribuisce la responsabilità penale e civile della barca, i periti delle assicurazioni lo tormentano in cerca di ricostruire gli eventi, l’equipaggio smarrito e in difficoltà lo cerca con lo sguardo in attesa di ordini. L’ultima parola a bordo è la sua. Per essere rispettato deve dimostrarsi competente, proattivo nel fronteggiare i cambiamenti, rapido nel predisporre le manovre, ineccepibile sui risultati delle stesse, comunicativo nelle spiegazioni e nella ripartizione delle responsabilità. Magari non possiede il romantico tormento interiore di un Capitano Achab, l’inflessibilità del capitano di un brigantino delle Fiandre, o la spietatezza di quello al comando di una nave negriera portoghese. Nondimeno deve portare a termine il compito fino in fondo, con ogni mezzo e persona necessaria.

La barca è un mondo in scala ridotta, un microcosmo relazionale dove la presenza aleggiante del pericolo e dell’emergenza, gli spazi ristretti e la complessità delle manovre richiedono un’interdipendenza continua, gomito a gomito. C’è poca privacy, pochi momenti di pausa e raccoglimento. C’è un leader formale e dei subordinati in forte rapporto di dipendenza reciproca. Il leader si espone, ha l’autorità, non deve commettere errori. In poche parole ha in mano il potere.

Secoli fa questo potere era di vita e di morte, era un potere giuridico. Con l’ammutinamento sempre dietro l’angolo era un attimo per il capitano saltare fuoribordo e per la ciurma stabilire nuovi rapporti di potere, una auto-organizzazione. Come ci racconta splendidamente Bjorn Larsson in La vera storia del pirata Long John Silver il rapporto tra autorità e subordinati era una dinamica complessa a bordo dei velieri che solcavano i remoti e silenziosi mari nell’era delle esplorazioni e dei commerci con le nuove colonie. Una dinamica che continua a caratterizzare la Storia dell’umanità

L’unica possibilità per fare in modo che in barca (e in qualsiasi altro ambiente frequentato da umani, anche quelli virtuali) i rapporti gerarchici funzionino è la costruzione di un rapporto di fiducia tra equipaggio (“il capitano mi salverà, sa cosa fare”) e capitano (“posso delegare le responsabilità e quindi dormire in pace”). La relazione di fiducia si costruisce attraverso un dialogo costante dove gli atti – e non solo le parole – sono importanti.

Lo sanno bene i politici, che sulla costruzione della fiducia costruiscono le campagne elettorali. Lo stesso vale per prodotti (i politici possono considerarsi tali?), guru, personaggi carismatici, che sono costantemente soggetti alla reputazione al giudizio incrociato delle persone che grazie a Internet oggi hanno maggiori possibilità di espressione, di scelta, di vicinanza, di opinione. La fiducia è una cosa molto importante, bisogna ricordarlo sempre, e molto delicata, come sottolinea il detto “fidarsi è bene, non fidarsi è meglio”.

Scappati di casa, ovvero non fidarsi è meglio

Sempre frequentando i mari può capitare di imbattersi in una categoria particolare di capitano, annoverabile nella più ampia cerchia degli scappati di casa che ho iniziato ad analizzare altrove.

E’ al comando di un’imbarcazione che spesso conduce da solo, oppure è in compagnia di qualche altro personaggio al quale è legato da relazioni delle più varie (partner, amici, passeggeri, animali domestici).  Sono quei personaggi che se metti l’ancora troppo vicino a loro può essere che nel giro di un’ora se ne sono andati da un’altra parte. Amano scegliersi i vicini, così come i luoghi dove vivere e le attività da svolgere. Per loro i concetti di Stato e Diritto appartengono al linguaggio di un mondo quanto mai antiquato. Fare dieci passaggi in dieci dogane diverse, avere come casa una barca li mette in un punto di osservazione completamente estraneo ai normali concetti di sovranità. Quale dovrebbe essere la loro residenza? La loro nazionalità?

La bandiera che fa a caso loro è quella belga, la meno onerosa in termini burocratici e legislativi. Si spostano costantemente e prestano i loro servizi, il loro mestiere, dove capita e per chi capita, spesso attuano un’economia dello scambio e del dono, all’occorrenza piccoli contrabbandi, facendo la ”cresta” su alcuni prodotti seguendo la geografia della domanda/offerta. Sono persone che si fidano di se stesse, spesso dopo aver sperimentato i loro limiti, che apprendono continuamente a risolvere in prima persona i problemi.

Autosufficienza è il loro concetto chiave. Autosufficienza non vuol dire essere in grado di fare tutto da soli, in un delirio solipsistico, ma sapersi fare aiutare, saper stringere relazioni. Vuol dire essere coscienti che un certificato, un titolo, una posizione gerarchica, un’abile strategia di marketing, non garantiscono la tua reale competenza, la tua autorità in materia, ma che quelle si conquistano sul campo. Così, ancora una volta la fiducia si costruisce in un dialogo costante, di parole ma soprattutto di atti, attraverso relazioni genuine che vanno al di là dei ruoli e delle posizioni ricoperti. E quindi spesso non fidarsi è meglio.

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