SCASSATUTTO
Pubblicato da Elisabetta Pasini in Emozioni 2.0, Mente 2.0, Potere 2.0, Società 2.0 il gennaio 15, 2012
Da bambina, insieme a mio fratello e a due vicini di casa, avevamo fondato una società segreta che si chiamava Scassatutto. Il nostro simbolo era una ruota di carro trovata nell’immondizia, che facevamo rotolare nella strada dietro casa, allora senza macchine. Il nostro target preferito erano i bidoni della spazzatura perché si rovesciavano in modo abbastanza spettacolare. Avevamo anche un piccolo tesoro costituito da fionde, biglie, oggetti raccattati in giro e qualche soldo, che seppellivamo in giardino in posti sempre diversi. Come tutte le cose segrete, in poco tempo la popolarità della Scassatutto si era diffusa tra gli altri bambini del quartiere e molti chiedevano di entrare a farne parte; ma noi, che ci consideravamo speciali, non volevamo altri membri nel gruppo, e quindi dedicavamo buona parte del nostro tempo a inventare “prove iniziatiche” di ammissione praticamente insuperabili, come percorsi notturni in cantina o nel giardino della camera mortuaria, che disseminavamo di trappole. I malcapitati che volevano entrare a far parte della Scassatutto dovevano cimentarsi da soli nell’impresa, e siccome la riuscita della prova era a nostro insindacabile giudizio, alla fine nessuno veniva mai ammesso. Questo creava, misteriosamente, un grande aumento della domanda, e faceva crescere la nostra fama nel quartiere. Alla fine la società si è sciolta, per una congiura ordita dal portinaio del nostro palazzo insieme al guardiano della vicina camera mortuaria che avevano scoperto il buco nella rete del giardino del cimitero che avevamo fatto per entrare di nascosto, e la storia si è conclusa lì.
Quest’anno ho passato buona parte della vacanze di Natale leggendo la bella biografia di Steve Jobs di Walter Isaacson, uno dei libri più interessanti del 2011; e, per qualche motivo, la storia della Apple mi ha riportato alla mente la storia della Scassatutto.
Che cosa hanno in comune la vita di uno dei personaggi più rappresentativi degli ultimi 50 anni e un gioco di ragazzini? Certamente non molto, e comunque poco più di un’impressione; però, man mano che andavo avanti nella lettura, mi sembrava che Steve Jobs applicasse nella scelta e nella conduzione delle persone in Apple un sistema di management – se mai si può definirlo tale – abbastanza simile al nostro, e comunque esattamente all’opposto di quel che si può leggere in qualsiasi manuale di leadership.
Per semplicità lo riassumerei in tre assiomi: decidere di cambiare il mondo, formare una squadra di “A level people”, e dar loro obiettivi impossibili.
La sua ricerca ossessiva di un’idea precisa di eccellenza, che ha molto a che fare con quanto Andrea Branzi ha definito la “strategia del rabbino” – dipanare lungo tutto l’arco della propria vita tutte le possibili e molteplici espressioni di un unico principio generativo, in Carisma: il segreto del leader, Pasini-Natili, Garzanti, 2009 – non prevedeva necessariamente partecipazione, negoziazione degli obiettivi, motivazione, e nemmeno coinvolgimento; puntava ad avere invece una squadra composta dai migliori in assoluto nel loro campo, che Jobs riusciva intuitivamente a individuare, uniti dal desiderio di realizzare uno stesso sogno, che Jobs riusciva a immaginare. Tra i tanti talenti di Steve Jobs, il più importante era certamente la sua capacità di scegliere le persone giuste con cui fare le cose (Steve Wozniak ai tempi del college, Jon Ive per il design Apple, John Lasseter per l’animazione in Pixar, per limitarsi solo ad alcuni celebri esempi), senza farsi condizionare da limiti esterni di nessun tipo.
Steve Jobs non aveva di certo un carattere facile: personalità forte con una chiara tendenza a essere dispotico e umorale, non faceva nulla per mitigare le asperità del suo carattere, anzi spesso a esse indulgeva pensando, come racconta nell’ultimo capitolo della biografia, che la capacità di “tenuta” rispetto a un ideale operi una specie di selezione naturale, e che la principale responsabilità di un capo stia nell’assumersi l’onere di non accettare mai nulla di meno della perfezione; e per questo è necessario scartare i “bozos”, tutti quelli che non valgono nulla e che proprio per questo sono capaci di affossare qualunque progetto. Niente zone grigie nella sua storia, solo bianco e nero e tinte forti; senza cadere però mai nella trappola che porta facilmente alla rovina le personalità forti, la tentazione di circondarsi di yes man senza personalità che non mettono mai in discussione le scelte del capo.
E se, alla fine, avesse ragione lui? “Sognare il sogno impossibile”, come dice il Don Chisciotte di Cervantes, non è forse possibile solo con una squadra di A-level people per i quali il senso di unicità e di eccellenza diventa la più potente delle motivazioni?
Il paradosso dell’innovazione del mondo digitale si gioca precisamente in questo cortocircuito creativo tra elitismo e cultura di massa.
Inconscio, telefonini e margherite
Pubblicato da Paolo Bruttini in Mente 2.0, Organizzazione 2.0, Uncategorized il gennaio 8, 2012
Un paio di mesi fa a Brescia in occasione del convegno annuale di Ariele psicoterapia e dedicato alla figura di José Bleger, ho assistito ad una relazione molto interessante. A tenerla è stato il mio amico Paolo Magatti, psicosocioanalista e consulente. Con l’intento di proporre una carrellata in merito all’applicabilità del pensiero di Bleger nel mondo organizzativo contemporaneo, l’Autore in un passaggio centrale ha sostenuto che la “la tecnologia è forse il nuovo luogo in cui depositare le parti psicotiche della personalità”. L’ipotesi è veramente importante ed ardita. Devo dire che non mi sorprende perché ho sostenuto concetti simili in questo ed in altri blog, dunque quello di Magatti è un contributo ad un dibattito aperto. Perciò sviluppo volentieri la discussione, partendo prima dal chiarimento del contesto in cui ci muoviamo.
Nel pensiero di José Bleger, le organizzazioni, le imprese, i ruoli che in esse interpretiamo sono il luogo cui gli individui depositano le proprie ansie psicotiche. Ovvero le dimensioni irrisolte della personalità troverebbero un adeguato “contenimento” nei luoghi di lavoro. Tale funzione di deposito è terapeutica, perché in questo modo le ansie che turbano i nostri fragili equilibri, sono opportunamente confinate e collocate, riducendo in questo modo il loro impatto negativo. Per tale motivo si dice che le imprese hanno una funzione difensiva. Fin qui José Bleger.
Nel contesto attuale noi assistiamo ad un fenomeno del tutto nuovo: le organizzazioni sono sempre più fluide, frantumante, flessibili tanto che questa funzione di deposito è fortemente compromessa. Non è un caso che il disagio dentro e fuori le aziende sia molto aumentato. Si pensino, ad esempio, ai tanti esempi di follia distruttiva nelle famiglie e nella società, di cui ogni sera al telegiornale sentiamo parlare. L’ipotesi che Paolo Magatti ha avanzato è che tale funzione venga oggi svolta dalla tecnologia.
Ho lungamente riflettuto su questo e credo sia vero solo in certe situazioni.
La tecnologia, come sostiene Galimberti, è un mezzo per colmare il gap tra il principio del piacere e quello di realtà. Assolve il ruolo di ridurre lo spazio ed il tempo tra l’insorgere del desiderio e la sua soddisfazione. In taluni casi la tecnologia si presta ad un godimento dissipativo che ci allontana dagli altri verso posizioni narcistiche ed autistiche.
La tecnologia ha una dimensione generativa solo laddove diventa un mezzo per creare comunità di pari che condividono il medesimo scopo. Io credo piuttosto che siano queste comunità i nuovi luoghi in cui depositare le ansie psicotiche blegeriane. Le comunità trasversali, affettive o di condivisione di conoscenze o di pratiche rappresentano dei contenitori sostanziali che riconoscono i bisogni affettivi, individuali e danno sostegno. Le nuove tecnologie, gli smartphone oppure i software che consentono il social networking (intra aziendale e individuale) consentono e favoriscono l’accesso a questi nuovi luoghi di deposito, dunque facilitano l’attivarsi di questi nuovi meccanismi difensivi.
La novità significativa è che si moltiplicano questi luoghi di deposito, non essendovene più uno solo come l’azienda. La moltiplicazione dei luoghi e la loro instabilità produce indubbiamente degli effetti psichici rilevanti. Tuttavia ciò non è solo negativo. Nel passaggio dal politeismo greco e romano, al monoteismo cristiano si è generata una concezione unificante del reale che si riflette nell’idea moderna di identità. Nell’età liquida attuale è da costruire invece una concezione plurale del sé senza connotati patologici. Una margherita di possibilità per vivere il presente senza colpe.
2011 in review
Pubblicato da fabiobrunazzi in Uncategorized il gennaio 5, 2012
The WordPress.com stats helper monkeys prepared a 2011 annual report for this blog.
Here’s an excerpt:
A New York City subway train holds 1,200 people. This blog was viewed about 6.800 times in 2011. If it were a NYC subway train, it would take about 6 trips to carry that many people.
eterotopia 2.0
Pubblicato da stefano delbene in arte 2.0, conoscenza 2.0, Emozioni 2.0, politica 2.0, Potere 2.0, Società 2.0, Uncategorized il dicembre 29, 2011
Con questo post intendo completare la trilogia incominciata con Conoscenza 2.0 e proseguito con Fahrenheit 2.0. L’argomento è, anzi sono, come si può immaginare, gli strumenti per la raccolta e la diffusione delle conoscenze.
L’idea mi è venuta leggendo un articolo di Luca Ferrieri apparso sul numero 4/2010 del Bollettino AIB, ovvero la rivista scientifica dell’Associazione Italiana Biblioteche. Il fatto che l’E-book sia l’anello mancante alla realizzazione definitiva della Biblioteca come eterotopia, ossia come luogo senza spazio mi ha fatto pensare a molti dei contributi apparsi sul Blog in questi ultimi mesi: la leadership orizzontale, il codice fraterno, da ultimo la peer production con l’ultimo post di Fabio Brunazzi: dove non c’è lo spazio, ma il rispecchiamento, non si creano forse le condizioni per la realizzazione nel concreto (e quindi non in una visione utopica) di queste condizioni? A suo tempo, in un mio commento ad un post, paventai il rischio di trasformare l’ambiente 2.0 in un luogo virtuale dove fuggire alle costrizioni della realtà. L’eterotopia, nell’accezione di Foucault, non è la realtà di tutti i giorni: come una nave ci porta in giro, fino a che non si trova l’approdo, il porto, il non-luogo; nella navigazione si è attraversati dall’esperienza della conoscenza, nel porto si ridiventa marinai.
L’e-book rappresenta quindi la completa trasformazione della biblioteca da raccolta di supporti fisici a luogo della sperimentazione: quali saranno le conseguenze? É evidente che non sarà solo un problema di device (come suggerisce la divertente clip che ho già presentato in precedente post), ne una fonte d’ansia per qualche inguaribile nostalgico della “carta” (peraltro i libri pubblicati negli ultimi due secoli, a differenza dei precedenti, sono comunque destinati ad avere breve vita per ragioni di qualità del materiale), ma la perdita della -teca, ossia lo scrigno, dove vengono conservati i beni preziosi che vanno esposti e resi disponibili con parsimonia.
Così gli archivi digitali, da luoghi di conservazione, diventano luoghi di interscambio e di nomadismo. Tutto bene quindi?
Accanto all’apertura, che rappresenta il compimento di questo processo, si possono vedere i rischi del controllo, ora più che mai pervasivo ed insinuante. Chi e cosa potrà garantirci dall’uso che si potrà fare dell’informazione che ciascuno di noi “cederà” in cambio dell’accesso? E come potremmo preservare la memoria, i tratti caratteristici delle nostre esperienze, affinchè non vengano sommersi nel brusio dell’informazione? Quanto e cosa arriverà di quanto è successo nel 2011 fra vent’anni? Che ne sarà delle opere digitali? Saremo in grado di recuperali, oppure saremo ostaggi del “Grande Fratello” orwelliano di turno? Ritornando al post ispirato dal Fahrenheit 451, non saremo alla realizzazione di ciò che il fuoco non riesce a raggiungere?, magari al di la delle intenzioni, solo per aver premuto un tasto sbagliato, oppure perchè il nuovo protocollo non riesce a leggere un supporto ormai obsoleto?
Come si vede i dubbi che vengono avanzati sono almeno tanti quanto le speranze. Al concludersi dell’anno dellla crisi e della rinascita del conflitto è molto difficile separare gli uni dagli altri.
Rivoluzione dura
Pubblicato da fabiobrunazzi in Mente 2.0, Società 2.0 il dicembre 14, 2011
Quando abbiamo cominciato a scrivere questo blog si parlava chiaramente già di P2P. Eravamo convintissimi di quanto sostenesse Bauwens, ovvero che la Peer production non fosse soltanto una tecnica produttiva per lo sviluppo di software e tecnologia quanto invece che ci trovassimo di fronte a un nuovo e rivoluzionario paradigma sociale, a un nuovo modo di produzione. L’Open Source come modello di business allargato potenzialmente a tutti i settori.
Eppure questa convinzione non riusciva per me ancora a trovare un riscontro pratico, in termini di implicazioni nella vita quotidiana, al di là che esistesse un software libero e gratuito pronto a soddisfare le esigenze dell’utenza generica. Non riuscivo nella mia mente e nelle esperienze di tutti i giorni a fare il salto, dal software all’hardware. Cercavo quell’esempio che mi facesse capire come la gente potesse davvero cooperare per la produzione di oggetti fisici (hardware) strumenti che concretamente cambiano la vita quotidiana. Poi ho visto questo video:
E mi è piaciuto. E l’idea piace a molti visto chele fiere del movimento dei Makers si stanno espandendo un pò in tutto il mondo. DIY (Do It Yourself) è uno slogan che ha portato allo sviluppo e alla distribuzione delle stampanti 3D, per creare qualsiasi oggetto plastico a partire da un disegno grafico. Una piccola azienda grazie a queste nuove macchine sta offrendo la possibilità al cliente (negozi di giocattoli ma anche gente comune) di disegnare e produrre giocattoli a richiesta.
Un’altra rivoluzionario scoperta ha un nome e un padre tutti italiani. Si chiama Arduino. Arduino è una piattaforma open-source per applicazioni elettroniche creata per agevolare il lavoro di artisti, designer, hobbisti, e chiunque sia interessato a creare oggetti o ambienti interattivi. Arduino può percepire l’ambiente, riceve l’input da una varietà di sensori e può influenzare l’ambiente circostante controllando luci, motori ed altri attuatori. Con la scheda si possono creare oggetti interattivi senza bisogno di un grosso investimento dal momento che le schede possono essere costruite a mano o acquistate già assemblate (al prezzo di 20$) e il software può essere scaricato gratuitamente. I disegni di riferimento dell’hardware (file CAD) sono disponibili sotto una licenza open-source, ma liberi di essere adattatati alle esigenze del costruttore.
Prima le macchine manipolavano bit, ora sono passate agli atomi. Dopo che Microsoft e Apple (ma ricordiamoci anche della Olivetti) hanno lanciato la rivoluzione digitale da un garage, cosa ci possiamo aspettare da un esercito di anonimi costruttori che ha iniziato a giocare con le nuove tecnologie per costruire oggetti fisici?
Industrial productivity can be achieved on a small scale?
Gli Angeli del Fango
Pubblicato da stefano delbene in Emozioni 2.0, Eventi, recensioni, leaderlessorg, movimenti 2.0, Organizzazione 2.0, politica 2.0, Potere 2.0, Società 2.0 il novembre 25, 2011
In queste ultime settimane un nuovo soggetto è riapparso, per lo meno dalle mie parti (ma penso che presto riapparirà altrove, se il clima continuerà a provocare sconvolgimenti). Dico che è riapparso perchè il termine risale addirittura al 1966, quando vi fu la rovinosa alluvione di Firenze. Oggi si parla di loro a proposito dell’ultima alluvione (anche se da qualche giorno non è già più l’ultima) capitata a Genova. Simile è la dinamica, sorprendentemente dopo quasi cinquant’anni: allora furono le terribili immagini televisive a spingere migliaia di giovani di tutto il mondo ad andare a Firenze, con un solo obiettivo: portare li la speranza di poter ricominciare, la solidarietà di chi vuol essere più forte delle “avversità”. Oggi è la Rete che trasmette il messaggio che si propaga e coinvolge , organizza, gruppi e singoli. Al di la della retorica che spesso accompagna e mistifica questi eventi, si può dire che in questi casi si attivano dei meccanismi di partecipazione, o meglio delle posizioni che portano le persone, più o meno coinvolte o lontane a provare dei sentimenti e delle emozione curiosamente simili: il primo giorno, posizione schizo-paranoide, bisognava trovare a tutti i costi una motivazione a quanto era successo, un capro espiatorio: il sindaco che non aveva fatto chiudere le scuole, per cui si erano trovate in giro genitori con bambini piccoli, ed alcuni di loro erano stati tragicamente coinvolti. Ovvio che questo sottaceva le vere responsabilità, quelle locali di chi aveva costruito scriteriatamente e non si era preoccupato di un efficace contenimento di quella forza immane che è l’acqua, e quelle globali, il cambiamento climatico che provoca fenomeni atmosferici devastanti (in neanche in un giorno è piovuta metà dell’acqua che mediamente cade in un anno). Ma già dal giorno successivo si passa alla posizione depressiva, il cambiamento, l’individuazione del compito, il progetto.
L’aspetto interessante e che questo passaggio non avviene, come ci insegnano le teorie alle quali normalmente ci riferiamo attraverso il gruppo, ne, come ci viene detto più recentemente, a livello neuronale, ma tramite dei meccanismi, che sicuramente queste teorie possono aiutarci a spiegare, ma che, ritengo, abbiano una dimensione molto attinente al corpo ed alla corporeità.
In quest’ultimo anno continuiamo ad assistere, nell’era del virtuale, ad un protagonismo dei corpi: corpi che si oppongono a regimi, corpi che contestato lo spazio fisico dove opera la finanza, corpi che si frappongono alle devastazioni. La storia dell’umanità è stata attraversata dalla progressiva riduzione biopolitica del corpo al potere disciplinare, nella politica, nell’economia, finanche nella tecnologia, il corpo ha finito per diventare solo l’ingombrante e sempre meno utile protuberanza del potere.
Assistiamo invece ad una rivolta contro questo potere, una rivolta che non ha bisogno di un leader, che, come si chiede l’autrice di questo articolo, potrà andare avanti senza bisogno di un leader? Io penso che l’azione umana non solo potrà, ma dovrà resistere alla tentazione di creare IL leader. Penso che dovrà avere la capacità di rifiutare la gerarchia a favore del compito, il controllo a favore della partecipazione, la massa informe ed indistinta a favore dei corpi singoli, la costrizione a favore della relazione. Così come in questi giorni ci si confronta con il fango sostanza poco nobile ma dalla quale, in giornate come queste, non si può certo prescindere.
Manland
Pubblicato da Elisabetta Pasini in Emozioni 2.0, libri, Mente 2.0, politica 2.0, Potere 2.0, Società 2.0 il ottobre 17, 2011
Ikea nel suo flag-ship store di Stoccolma ha introdotto di recente una interessante novità: una “nursery” riservata agli uomini, con calcio da tavolo, riviste sportive, videogiochi e canali tv. Il motivo di questo nuovo esperimento sembra sia dovuto al fatto che i giovani padri si annoiano a morte a fare shopping. Dunque, dopo lo spazio per i più piccoli con la famosa stanza piena di palline colorate che è stata una delle tante innovazioni di successo dell’azienda svedese, perché non pensare a uno spazio anche per i papà?
La notizia mi è capitata sotto mano in questi giorni, reduce da un incontro organizzato nella sede di Ariele con Massimo Recalcati, autore di un interessante pamphlet dal titolo intrigante, “Cosa resta del padre?”, che recentemente ha avuto un grande successo di pubblico.
Recalcati, psicoanalista lacaniano, recupera da Lacan alcuni concetti fondamentali. In particolare, la visione critica di una contemporaneità “postmoderna”, in cui l’evaporazione del padre già anticipata da Lacan produce la frammentazione del soggetto attraverso innumerevoli forme di godimento illimitato. L’universo del consumo diventa quindi una sorta di gigantesco “paese dei balocchi”, nel quale non esistono limiti o barriere alla volontà di possesso individuale. Da una società fondata sulla regola e sulla frustrazione del desiderio (la società della proibizione edipica, regola assoluta che fonda tutte le altre regole) siamo passati nel giro di pochi decenni a una società fondata sulla obbligatorietà assoluta e illimitata del godimento, nella quale ogni forma di limite viene cancellata insieme a ogni forma di coesione sociale. Le malattie psichiche del nostro secolo, anoressia, bulimia, autismo, sono alla fine sintomi di questa frammentazione disperata del soggetto, che cerca di ristabilire una forma di controllo spietato sul proprio corpo (anoressia), o che si lascia andare a una deriva priva di controllo (bulimia), sottraendosi a ogni tipo di relazione con gli altri (autismo).
L’evaporazione del padre, figlia della frattura generazionale del ‘68, se da una parte segna la progressiva scomparsa di un Super-Io repressivo e dispotico (il padre-padrone dell’Edipo), dall’altra determina anche l’impossibilità di ricostituire una qualche forma di regola a fondamento del legame sociale, con la conseguente deriva anomica e frammentazione inevitabile del soggetto.
Cosa resta dunque del padre nella società post-moderna? Recalcati sembra ipotizzare un recupero della figura paterna attraverso Il valore fondamentale della testimonianza di vita, una sorta di eredità da lasciare ai propri figli sganciandola dall’assoluto della regola; da qui il fascino delle storie, l’influenza del carattere e di quello che viene comunemente definito il “fascino carismatico” di alcuni personaggi.
Tuttavia, ho più volte proposto in questo spazio e anche altrove una diversa possibilità di lettura, oggi, del fenomeno carismatico, dove il carisma può essere legato molto meno a caratteristiche di personalità e di storia individuali e molto di più a capacità di aggregazione di energie sociali collettive. Questa possibilità parte prima di tutto da una diversa visione del contesto sociale contemporaneo e da una personale perplessità sulle implicazioni legate alla teoria critica della società post-moderna. Pur riconoscendo infatti una potente fascinazione intellettuale alle “macchine desideranti” create dal “discorso del capitalista” (vedi Deleuze e Guattari del Anti Edipo, Jean Baudrillard, e certamente Lacan) di cui molto si parlava negli anni ‘70 e ‘80, ho sempre pensato che portassero quasi inevitabilmente a un intellettualismo esasperato e a un vicolo cieco del pensiero, la cui conclusione non poteva essere altro che un’implosione su se stesso; come del resto aveva ben capito lo stesso Baudrillard.
Nel frattempo tuttavia, fuori, nel mondo reale, succedevano tante cose interessanti. Nel frattempo, il bisogno di comunità negato nel reale generava la comunità globale di internet, in cui venivano proposte nuove regole, più “fraterne” (fondate su competizione e talento) che “paterne” (fondate sulla gerarchia); nel frattempo, la socialità perduta veniva recuperata prima nel mondo virtuale e poi in quello reale, stabilendo forme di scambio fondate su reciprocità e condivisione; nel frattempo, la sovrabbondanza illimitata del godimento individuale cedeva il passo a un’abbondanza di comunicazioni e di interazioni collettive che pongono, certamente, il problema del limite, ma in un modo del tutto nuovo. Il nuovo limite non è a mio avviso né una regola autoritaria né un’eredità del passato, ma una “scoperta personale” che viene dalla voglia di sperimentare nuove strade, non ancora esplorate, e di farlo possibilmente insieme ad altri, perché così è più facile lasciarsi andare a una qualche forma di deriva e creare l’occasione per rielaborare creativamente per conto proprio nuove soluzioni.
Siete anche voi il 99% ??
Pubblicato da fabiobrunazzi in Potere 2.0, Società 2.0 il ottobre 3, 2011
Stavo discutendo via Skype con un’amica di New York che mi ha parlato di questa protesta in atto di fronte a Wall Street. Questo due settimane fa. Me ne parlava con tono preoccupato, come chi teme rappresaglie o scenari pre-apocalittici. Oggi mi dice che sabato sera c’è stato un arresto di 700 persone che tentavano di occupare il ponte di Brooklyn, il tutto con una tecnica molto ingegnosa da parte della NYPD: in pratica una sorta di accerchiamento con un telo, un pò come si fa con cervi nelle riserve per contarli e mettere loro i trasmettitori. Poi apro il sito del corriere della sera e trovo la notizia. Che ha già rimbalzato per tutto il pianeta. D’altronde come può un arresto di massa nel cuore finanziario degli Stati Uniti passare inosservato?
La parte buffa del racconto è che il tutto nacque in un parco lì adiacente, Zucotti Park, conosciuto come “Liberty Plaza” fino all’11 Settembre. Un gruppo di individui piuttosto giovani, chiamateli anarchici, indignati, anti-capitalisti, in pratica di campeggiatori urbani ha iniziato ad accamparsi come forma di protesta. E sapete cosa succede nei parchi pubblici di New York? Internet gratis e a banda larga. Quindi senza un movente ben chiaro, ma con le armi che hanno fatto crollare governi in Tunisia, Egitto e Libia, un gruppo di punkabbestia (scusate il milanesismo) ha portato ad un protesta di massa, coinvolto celebrità e sindacati organizzati, attirato il supporto di popolari comici (qui un video di Jon Stewart sostenitore dichiarato), e provocato una reazione di forza da parte della polizia con tanto di arresto spettacolare. Susan Sarandon è apparsa e ha rilasciato interviste e sono certo che da qualche parte deve esserci pure l’immancabile Sean Penn. Qui forse Pisanu potrà sorridere e considerarsi l’estirpatore di ogni forma di eversione grazie alla sua stupida legge sul wi-fi.
Stando alla mia fonte newyorkese da un primo campeggio si è passati a creare il sito occupywallst.org e da lì un’identità: il 99% che non tollera più l’avarizia e la corruzione dell’1%. Sembra la lotta di molti contro pochi se diamo ragione ai numeri. Siamo il 99%, così si definiscono gli attivisti e dai primi giorni di protesta (siamo arrivati a 16) l’effetto domino è stato devastante, con nuove iniziative clone in tutto il paese, come Occupy Chicago. Su wikipedia c’è già una timeline della protesta. In questo 99% devono esserci anche gli appartenenti al sindacato dei Piloti di aerolinee (Union e Continental in prima linea) che il 27 settembre sono scesi in protesta tutti agghindati nelle loro uniformi di fronte a Wall Street, ormai diventata il simbolo e la fonte di ogni male odierno.
La cosa preoccupante è che l’1%, che non si sa bene chi siano e certo oggi si guardano bene dall’uscire allo scoperto,tace e osserva. Probabilmente penserà che delle povere zecche fastidiose si prenderà cura la polizia come sempre. E che come è sempre successo nulla cambierà. Ma mi sembra di poter dire che se l’arena della protesta diventa Wall Street, il simbolo del potere finanziario, allora la crisi non è più soltanto una questione di dollari bruciati e conti che non tornano, quanto un crollo totale di consenso e fiducia. Dobbiamo stare tranquilli?
—-
Si ringrazia KZ da New York per le preziose informazioni.
Progetti e gelati
Pubblicato da Paolo Bruttini in Emozioni 2.0, lavoro 2.0, Società 2.0 il settembre 21, 2011
Mi sto preparando per il prossimo colloquio di Ariele, Il coraggio del futuro, in cui condurrò insieme a Elisabetta Pasini il Workshop Apprendere l’innovazione dai giovani il prossimo 22 ottobre. La ricerca in rete mi ha condotto a questo bell’articolo di Carmen Leccardi che riflette su come cambia la concezione del tempo e della progettualità nell’età dell’incertezza.
Poiché “il futuro è lo spazio per la costruzione del progetto di vita” (p.1) cambiano molte cose se cambia la nostra concezione di futuro. Infatti quando l’incertezza supera una certa soglia e citando Luhman, il futuro non ha più solide radici nel presente, allora fare progetti produce molte difficoltà. Il futuro si costruisce come una sequenza di eventi casuali che rendono sempre di più difficile portare a termine i progetti così come li abbiamo costruiti. Il superamento delle condizioni di certezza e prevedibilità (figlie della prima modernità), comportano una radicale revisione dei modi attraverso i quali noi costruiamo la nostra vita personale e professionale. Il futuro scompare, e si espande il presente che diventa il luogo in cui il soggetto compie un’esperienza che si autoregge: “ora ci si aspetta che (i periodi di tempo, ndc) traggano il proprio senso, per così dire, dall’interno: che si giustifichino senza alcuni riferimento al futuro o con riferimenti soltanto superficiali” (p.3). La citazione di Bauman conduce all’idea che per i giovani e per tutti noi il tempo si costruisce come una sequenza di eventi casuali che si assommano e acquisiscono senso solo attraverso una visione retrospettiva, che li unisce in una narrazione rivelatrice di significati. Appare chiara la “consunzione dell’idea di progetto” (p. 6) con il venir meno della continuità temporale.
Ho riflettuto su temi molto simili quest’estate in occasione della Festa della Scuola Coop, quando ho conversato con Alberto De Toni. All’autore dell’ottimo Auto-organizzazioni ho chiesto cosa ne pensava delle Leaderless Organization, il tema che ci sta a cuore in questo blog. La novità – dichiara De Toni – è rappresentata oggi dall’emergenza dal basso. Le organizzazioni nella complessità generano nuove energie ed opportunità dalla combinazione imprevedibile di risorse, anche alla base della piramide. Viene meno l’idea della progettualità organizzativa solo come processo top down: l’emergenza dal basso è generatrice di progettualità per così dire istantanea.
Il nuovo management deve imparare come gli adolescenti della Leccardi alle prese con un gelato, a concentrarsi su un’area temporalmente limitata per imparare a vivere il tempo come campo unificato soggettivamente controllabile. Le mete distanti temporalmente sono irraggiungibili ed è preferibile una visione di breve che consente di vivere le situazioni come chance più che come impedimenti. Pragmatismo, umiltà, apertura sono le doti che il mondo nuovo andrà premiando.
Fahrenheit 2.0
Pubblicato da stefano delbene in conoscenza 2.0, libri, Società 2.0 il agosto 4, 2011
Colpisce nel vecchio (?!) film “Fahreneit 451” di François Truffaut (tratto da un romanzo dello scrittore di fantascienza Ray Bradbury) il tema della conoscenza come chiave di lettura della modernità, una modernità distopica, già raccontata, oltre che da Bradbury, da Orwell, Haouxley, etc. Una modernità dove la conoscenza viene annullata, se non combattuta con i mezzi più definitivi, in questo caso il fuoco che appunto alla temperatura di 451 gradi fahrenheit distrugge i libri.
La conoscenza, come dice il capo dei pompieri, ci rende diversi, non siamo più personaggi standard (nel film gli onnipresenti schermi televisivi sembrano preannunciare, con invidiabile capacità predittiva, i tratti culturali predominanti della nostra epoca).
E’ curioso come oggi proprio per favorire la diffusione della conoscenza, per renderla più accessibile ed ad un minor prezzo, e soprattutto senza la manipolazione (vedi 1984 di George Orwell) il libro venga di nuovo messo in discussione, magari con metodi più politically correct, magari sostituendondolo con un e-book (anche se qualcuno, alla maniera di Steve Job presenta il tradizionale volume scritto come un device avanzato ed ipertecnologico). Ma allora lo sviluppo della società post-moderna non è nemico della conoscenza, anzi la conoscenza ne è il presupposto, si parla di Economia della conoscenza, di Lavoratori della conoscenza , di analisti simbolici (Robert Reich).
Anzi la conoscenza è rivoluzionaria, le popolazioni che oggi si ribellano lo fanno con il supporto dei social networks, il Presidente del più importante Stato del mondo viene innalzato sullo scranno dalla Rete (poi magari non riesce a fare molto di diverso dai suoi predecessori).
Forse Fahrenheit 451 oggi verrebbe chiamato 2.0 (o 3.0 o 4.0) e ci parlerebbe di una società dove gli individui, ognuno diverso dall’altro, non riescono più a trovare il tempo, per incontrarsi, per comunicare, presi come sono dalla marea di informazione che li sommerge. O forse ci sarà sempre qualcuno che evaderà, rendendosi non più custode e memoria di un libro, ma coltiverà le relazioni, i legami sociali, la vita reale.





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